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25 NOVEMBRE. La ‘legge-maschera’ dell’Italia e le mutilazioni genitali femminili

by Nura Musse Ali

In occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, questo articolo offre la panoramica di una forma di violenza drammatica, sotto l’aspetto umano, culturale e giuridico

Il 14 aprile 2010 il Tribunale di Verona ha emesso la prima sentenza in seguito all’entrata in vigore della legge n.7/2006 che ha introdotto l’art. 583 bis c.p. in materia di mutilazioni genitali femminili. I fatti risalgono a marzo 2006: una donna nigeriana, Gertrude Obaseki, viene arrestata mentre si accingeva ad effettuare un intervento sui genitali di una bambina di soli 20 giorni; la Obaseki era indagata in quanto sospettata di aver eseguito diversi interventi di circoncisione su bambini e bambine nigeriane. Attraverso l’ausilio di intercettazioni telefoniche la polizia veronese colse la donna mentre si presentava a casa della famiglia che aveva richiesto il suo intervento, munita del materiale sanitario necessario per praticarlo. Nei suoi confronti viene formulata una triplice accusa: violazione dell’art. 583 bis co. 1 e 3 per il reato di mutilazioni genitali femminili realizzato nella forma del tentativo, in concorso con il padre della bambina, per consumazione dello stesso reato ai danni di altra minore, in concorso con la madre e la zia di questa, e concorso formale di esercizio abusivo della professione medica.

Il giudice di Verona

Il giudice, rifiutando l’orientamento multiculturalista proprio di alcuni orientamenti giurisprudenziali, affermò che non si può escludere la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato «sulla base del fatto che la condotta è stata posta in essere in forza di una presunta necessità di adeguarsi alle proprie tradizioni culturali e abitudini antropologiche, perché un’interpretazione del genere finirebbe di fatto con lo svuotare il senso della norma e col rendere vane le ragioni della sua introduzione nel nostro ordinamento, [ma anzi, continuò il giudice], il fatto di realizzare [una] condotta obbedendo ad una propria tradizione culturale, non accettabile alla luce dei valori e dei principi del nostro ordinamento, lungi da costituire una scriminante costituisce proprio la ragione della incriminazione e della punizione» (Tribunale di Verona, sent. 14.4.2010, n. 979, in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 3.2010, p. 208) perché «confliggenti con i diritti primari della persona» che impongono di mettere innanzitutto la persona al centro degli interessi tutelati dalla legge e non le tradizioni che sono solo uno dei numerosi contorni del piatto di cui si nutre la persona, e non il nucleo duro dell’intero sistema che è costituita innanzitutto dall’integrità psicofisica in contrasto con la tradizione di cui sopra.

Il giudice, seguendo sempre la linea che non possono trovarsi giustificazioni di alcuna sorta nel realizzare condotte lesive dell’integrità psicofisica della persona(persona in questo caso doppiamente lesa nella volontà dato che si tratta di un minore e nell’integrità fisica), continuò che non «può sostenersi l’assenza negli imputati di una volontà di ledere sul presupposto che essi hanno agito non per fare del male ai propri figli, ma, al contrario, per un atto d’amore nei loro confronti, i quali, senza quel segno, avrebbero potuto andare incontro a conseguenze negative nella propria comunità col rischio di essere emarginati ed esclusi. Non va invero confuso il dolo del reato con i motivi dell’agire, perché il primo consiste nella coscienza e volontà di cagionare una lesione alla parte offesa (e certamente questa consapevolezza vi era negli imputati, che ben sapevano in cosa consisteva la pratica di incisione cui sottoponevano i figli), mentre i motivi dell’agire restano al di fuori del reato».

In ultimo «il fatto che in concreto quella incisione, […] non conduca magari ad un’effettiva limitazione della sessualità della [ futura ] donna non fa venire meno la tipicità e l’offensività del reato perché,[…] è sufficiente il dolo specifico e non l’effettiva limitazione sessuale» altrimenti sarebbe come giustificare il sequestro di persona operata da un amante in danno della ex fidanzata perché non concepiva che il suo amore non potesse essere corrisposto dalla stessa per il solo fatto che non ha realizzato direttamente un omicidio. 

Dall’altro lato, il giudice esclude anche l’ipotesi dell’ignoranza inevitabile della legge penale e di conseguenza sostiene la sussistenza del dolo specifico di cui al co. 2 dell’art. 583 bis c.p. infatti pur constatando che a Verona nessuna campagna informativa era stata realizzata sul tema, la Obaseki, anche per l’attività che svolgeva, avrebbe potuto conoscere la legislazione vigente. La donna è quindi ritenuta responsabile del reato di esercizio abusivo della professione medica (art. 348 c.p.) e del reato di cui all’art. 583 bis co. 2 e co. 3.

Tuttavia, alla Obaseki viene riconosciuta l’attenuante speciale della lesione di lieve entità ex co. 2, ritenuta prevalente rispetto alle aggravanti di cui al co. 3 (fine di lucro e minore età della vittima). Inoltre, “per adeguare la pena al concreto disvalore del fatto, nella valutazione del quale non si può tener conto, in favore degli imputati, delle motivazioni culturali e di rispetto delle tradizioni che li hanno spinti ad agire”, viene condannata alla pena di 1 anno e 8 mesi di reclusione. I genitori delle bambine, il padre di una e la madre dell’altra, rispettivamente accusati in concorso con la Obaseki del reato tentato e di quello consumato, vengono condannati a 4 mesi di reclusione il primo, a 8 mesi la seconda. Ad entrambi vengono riconosciute, oltre l’attenuante speciale della lesione di lieve entità ex art. 583 bis co. 2, “le attenuanti generiche prevalenti sulla contestata aggravante ex art. 583 bis co. 3 c.p., stante l’incensuratezza, le ragioni della condotta (posta in essere sulla base di forti spinte culturali e radicate tradizioni etniche) e il buon comportamento processuale, per la leale ammissione degli addebiti fin dal primo momento”.

I due precedenti: prima dell’approvazione della legge n. 7/2006

Il primo caso riguardava una bambina di origini nigeriane, residente a Torino (Trib. Minorenni di Torino, decreto 17.7.1997, in Diritto, immigrazione e cittadinanza n. 2.2000, p.140). I genitori hanno sottoposto la piccola all’intervento di mutilazione degli organi genitali durante un soggiorno in Nigeria. Al suo rientro, venne d’urgenza ricoverata all’ospedale di Torino. Il Tribunale per i minorenni dispose subito l’allontanamento dei genitori, i quali non smisero di prestare cure e attenzioni alla bambina in ospedale, su autorizzazione dello stesso Tribunale. L’indagine sul nucleo familiare portò ad assumere informazioni circa il significato dell’intervento secondo la cultura di appartenenza, in base alla quale una donna non sottoposta a tale intervento viene mal considerata dalla comunità. Evidenziata la positività della relazione familiare, il Tribunale riteneva che vi fossero le condizioni per riaffidare la bambina ai genitori. La vicenda, iniziata con la denuncia per lesioni personali gravissime, si risolse con l’archiviazione: il pubblico ministero ritenne che mancassero le condizioni per legittimare l’inizio dell’azione penale considerato che i genitori avevano inteso sottoporre la figlia a pratiche di mutilazione pienamente accettate dalle tradizioni locali del loro Paese (Miazzi L, Vanzan A., “Modificazioni genitali: tradizioni culturali, strategie di contrasto e nuove norme penali”, cit., p. 25).

Secondo i commentatori, in questo caso è (ora si spera era!) addirittura evidente come fosse inevitabile scontrarsi con la mancanza del dolo: i genitori che effettuano mutilazioni sulle figlie non solo non pensano di “far male” ma sono convinti di agire per il bene delle figlie (Pitch T., “Il trattamento giuridico delle mutilazioni genitali femminili”, cit., p. 506).

La vicenda del 1995

La seconda vicenda risale al 1995 quando un padre egiziano, separato dalla moglie italiana, venne processato per aver sottoposto entrambi i figli minori, maschio e femmina, a interventi di mutilazione genitale durante una vacanza presso i parenti in Egitto. Le lesioni erano di grave entità: l’asportazione del clitoride subito dalla piccola le avrebbero cagionato l’indebolimento permanente dell’apparato genitale; stessa prognosi per il figlio, sottoposto all’intervento di circoncisione. Al padre si contestavano, oltre alle lesioni gravi volontarie, le aggravanti “di aver commesso il fatto contro i propri discendenti, di avere profittato di circostanze di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa (avendo agito in danno di persona minore che si trovava lontana dal luogo abituale di dimora) e di avere commesso il fatto con abuso di autorità e coabitazione. La vicenda si chiuse con un patteggiamento; i fatti vennero qualificati come lesioni gravi e l’imputato venne condannato alla pena di due anni di reclusione.

Segue: problemi irrisolti

Alla luce dei casi ora esaminati possono farsi due considerazioni preliminari:

a) la prima osservazione è che, nonostante tutto, le pene inferte agli imputati non sono mai stati esemplari né equivalenti al danno effettivo arrecato alle vittime. Trattasi infatti di un danno permanente che segna tutta la vita della vittima e non si comprende come è possibile che gli autori del reato se la siano cavati con pochi giorni di carcerazione o addirittura con l’assoluzione.

b) la seconda osservazione è invece che la scoperta del reato si verifica o quando i genitori delle vittime appartengono a due diverse culture e non c’è concordia sulla realizzazione del fatto costituente reato o quando la vittima è moribonda e finisce in ospedale e si apprende del reato dal personale medico. Infatti il caso dell’Obaseki è più unico che raro dato che la donna svolgeva l’attività come professione e quindi era dedita e proprio per questa ragione la questura era riuscita ad intercettarla. Infatti, abitualmente tale intervento viene effettuato da donne di avanzata età e queste ultime raramente immigrano in occidente e proprio per questa ragione si predilige il rientro nel paese di origine per affidarsi a mani esperte e soprattutto per sottrarsi al rischio di essere scoperti.

Il corpo in balia delle angherie dei due mondi: due diverse visioni della persona

La tesi del relativismo dei diritti umani è il risultato concreto delle divergenze d’interpretazione e di applicazione dei diritti umani fra il caso dell’occidente e il resto del mondo, ove si affermano concezioni filosofiche e culturali profondamente diverse già per quanto riguarda la vita stessa. Se nell’Occidente abbiamo una filosofia di fondo del senso della sacralizzazione della vita, e quindi del corpo umano, la filosofia islamica è sostanzialmente meno filosofica e poco egualitaria. Sebbene in un passo del corano si legge che:« il tuo corpo ha i suoi diritti su di te», sembra che questa sorta di “rispetto” per il corpo non valga per la donna, quasi che essa avesse in lei il valore di un abito poco pregiato e mal riuscito da ristrutturare e demolire secondo le circostanze. 

Negli ultimi anni, e in particolare nell’ultimo decennio, alcuni pensatori e politologi, tendono tuttavia a qualificare, l’universalità dei diritti umani, come una sorta di nuova “colonizzazione”; quasi una forma di imperialismo giuridico di cui generalmente l’occidente si serve per favorire il mercato libero nonché per legittimare il suo predominio e ancora peggio, per giustificare gli interventi militari ( ZIZEK, Contro i diritti umani, Il Saggiatore, Milano, 2005, diffusamente). In tesi alle radici del principio pluralista (in senso giuridico, culturale, ideologico) si giunge ad affermare che sia una pretesa decisamente presuntuosa dichiarare universali diritti che sono di elaborazione e di respiro prettamente europei o, più in generale, occidentali. Infatti il diritto, in quanto positivo perché appunto posto da una autorità statale o governativa, non potrebbe essere imposto, in conformità alla sensibilità moderna secondo cui ogni Stato ha il diritto di autodeterminarsi, ma dovrebbe essere “scelto” ed elaborato da ciascuna società con il suo naturale evolversi e in conformità ai suoi valori e alle sue profonde radici ritrovabili unicamente nel profumo della terra del soggetto del diritto controverso. Detto così, sembra quasi ingiusto opporre obiezioni.

In realtà, se ogni Stato, è libero di esercitare la sua sovranità senza limiti esterni a meno che non avesse spontaneamente ceduto una parte della propria sovranità, bisognerebbe prima verificare se la sovranità viene davvero esercitata nell’interesse dei consociati perseguendo «fini meritevoli di tutela». Infatti, qualora lo stato non perseguisse fini generali e meritevoli di tutela secondo il diritto naturale e quindi conformemente ai diritti umani, esso sarebbe senza dubbio uno Stato illegittimo, e dunque, da disconoscere.

Vi è chi (IGNATIEFF, Una ragionevole apologia dei diritti umani, Feltrinelli, Milano, 2003) in dottrina, propone una sorta di compromesso (denominato universalismo minimalista) che impone come limite invalicabile il consenso della vittima. L’attivista, sia esso fisico o giuridico, che è impegnato nella tutela dei diritti umani, si deve fermare di fronte al consenso del titolare del diritto particolare preso in esame poiché il consenso della vittima costituisce la colonna d’Ercole dell’universalità dei diritti umani.

La libertà va riconosciuta quando è la vittima stessa a richiedere la lesione del proprio diritto:« se le donne africane chiedono di essere infibulate o di subire mutilazioni genitali perché credono profondamente nel valore di questa pratica tradizionale, non è in nome dell’universalità dei diritti che bisogna cercare a ogni costo di estirparla» (CASSESE, I diritti umani oggi, Bari, Laterza, ed. II, 2010, cap. 4, p. 71). In opposizione alle forme di relativismo etico che, in nome di un multiculturalismo, a nostro parere, decisamente apodittico, giunge a giustificare anche le più atroci e gravi violazioni dei diritti umani, e in particolare delle donne e delle bambine, si sta facendo strada a livello internazionale una nuova concezione dei diritti umani che rifiuta ogni sorta di compromesso; e pone la dignità umana al di sopra di ogni credo religioso, al di sopra di ogni cultura.

La persona umana è il postulato cui deve conformarsi il diritto. Dunque, la cultura e così pure la fede religiosa devono categoricamente cedere il passo quando sono in questione i diritti della persona (paragrafo 10, Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, 1993).

Credo sia opportuno qui richiamare, in sede filosofica, invocare la concezione di Fichte, il quale sosteneva che il fine ultimo e supremo del consorzio civile fosse l’unità di tutti gli uomini e quindi la realizzazione di una progressiva unificazione di tutte le società umane; e in questa progressiva missione unificatrice gli uomini sono chiamati a migliorarsi reciprocamente e a tendere, sempre più verso la meta della perfezione. Il mezzo atto a raggiungere tale obiettivo è proprio la cultura che consente agli uomini di comunicare gli uni con gli altri. Gli uomini dovrebbero sentirsi chiamati ad influenzarsi reciprocamente per conseguire la meta prefissata e sarebbe ragionevole convenire che, quando ci sono ragioni sensate, sia necessario persuadere l’altro anche forzatamente, anche contro la sua volontà. Fino a questo punto il discorso è sembrato di filare liscio, almeno fino quando non ci pone qualche interrogativo. Dunque, persuadere l’altro sì ma con quali strumenti? Sinteticamente, possiamo dire il fine giustifica i mezzi e non nel senso machiavelliano?

In conclusione, l’uomo esiste per migliorarsi, per rendere migliore tutto ciò che lo circonda perché si realizza in questo.  In breve, se dal punto di vista giuridico si può parlare di abuso e di violenza contro i minori e di lesioni gravissime ed irreversibili all’integrità fisica e psichica e quindi della lesione dei diritti umani, dal punto di vista etico si tratta di una concezione distorta della dignità della donna che presuppone una convinzione fondata sul fatto che non sia davvero una persona completa. In realtà si tratta di una schiavitù latente, poiché spesso sono le donne stesse ad essere convinte di essere cittadine di seconda categoria perché  è questa è l’aria che respirano da quando sono nate, dovunque esse volgano lo sguardo.

La prevenzione delle mutilazioni genitali femminili econdo la legge n. 7 del 2006

«La compresenza, in uno stesso territorio, di una pluralità di culture, costituisce una sfida alla riflessione etica e giuridica in generale, in quanto evidenzia alcune differenze, sul piano delle concezioni del mondo e della vita (etiche, filosofiche, religiose e culturali in senso lato) e sul piano dei comportamenti (gli usi , i costumi e le tradizioni) che mettono alla prova la consistenza dei principi di uguaglianza e di differenza (o diversità) nei limiti in cui la pretesa al diritto alla differenza o diversità deve comporsi con il principio universale dell’uguaglianza, proclamato nelle costituzioni nazionali e nei documenti internazionali» (Comitato Nazionale per la Bioetica, Problemi bioetici in una società multietnica, 1998, Dipartimento per l’informazione e l’editoria, p. 10).

Tale «principio di uguaglianza va integrato con il principio di differenza, ossia del rispetto della specificità di ogni cultura. Queste sono le opinioni di quanti scrivono intorno al delicato tema delle mutilazioni genitali femminili (mgf). «L’attenzione [ rivolta verso le ] mutilazioni genitali femminili esce da un ristretto ambito di studi specialistici per interessare il diritto e la società nel suo complesso a partire dalla seconda metà del secolo scorso, principalmente a seguito di casi giudiziari relativi a mutilazioni sessuali attuate, a volte con risvolti drammatici, su minori di origine straniera» (CANESTRARI, FERRANDO, MAZZONI, RODOTA’, ZATTI,  Trattato di biodiritto. Il governo del corpo,  Milano, Giuffrè, 2011,  p. 666).

In particolare, in Italia, in seguito alla richiesta da parte di diverse donne somale di poter praticare la mutilazione nell’ospedale di Careggi di Firenze, presso l’ambulatorio di un ginecologo loro compaesano, gli italiani si svegliarono, capendo finalmente che per essere uguali non basta vestire gli stessi abiti e mangiare lo stesso cibo.

Il ginecologo, in linea con il pensiero più “moderno e d’avanguardia” della Somalia, propose una mutilazione definita soft poiché non comportava nessuna forma d’asportazione ma “soltanto” qualche goccia di sangue attraverso una puntura alla punta del clitoride.

Sebbene la proposta non fosse stata accolta essa non restò senza seguaci. Infatti, secondo alcuni è stata accantonata troppo frettolosamente. «La logica di “di riduzione del danno” che la caratterizzava meritava di essere presa in considerazione, se davvero fosse stata realistica la prospettiva di un ricorso consistente a questo intervento come alternativa alle più gravi, invasive e pericolose forme di mutilazione» (CANESTRARI, FERRANDO, MAZZONI, RODOTA’, ZATTI, op. cit,p. 721).

In realtà però, «le mgf in ogni loro forma sono ritenute dagli organismi firmatari pratiche nefaste [e]  non rappresentano alcun vantaggio per la salute. Al contrario, esse sono pregiudizievoli nei confronti delle bambine e delle donne. […] L’ablazione dei tessuti genitali normali e sani impedisce il funzionamento naturale dell’organismo e ha diverse conseguenze immediate o di lungo periodo sulla salute. […] Le comunità in cui si praticano le Mutilazioni genitali femminili invocano un insieme di ragioni sociali e religiose per giustificare il proseguo della pratica. Dal punto di vista dei diritti umani, questa pratica è il riflesso di un’inegualità tra i sessi profondamente radicata, e costituisce una forma estrema di discriminazione contro le donne. [Esse infatti] sono sempre praticate sui minori e di conseguenza costituiscono una violazione dei diritti dei bambini» (FUSASCHI, Quando il corpo è delle altre. Retoriche della pietà e umanitarismo-spettacolo, Bollati Boringhieri, Torino, 2011,  p. 49).

Così nel 2006, in risposta alla proposta del ginecologo, definita oscena dai più, fu emanata la legge n. 7. La legge prevede come reato qualunque manomissione dei genitali femminili, qualora non abbia uno scopo terapeutico. Tale divieto, però è stato proclamato senza «organizzare» sufficienti idee idonei per venire a conoscenza della commissione del reato. Infatti, a quanto pare, secondo il legislatore italiano, per prevenire il rischio di subire la mutilazione da parte delle bambine, è sufficiente vietare tale pratica e organizzare alcune campagne informative per istruire le persone interessate.

Per inciso, l’inutilità di dette campagne informative è dimostrata anche dal fatto che queste non sono nemmeno assistite dalle persone interessate ma da individui che vivono la cosa niente meno che con esotismo quasi come se inorridire le menti degli occidentali servisse a far scomparire il problema.

I limiti della legge n. 7 del 2006

La legge n. 7 del 2006, pur essendo lodevole nello scopo, presenta due limiti importanti.

Il primo limite sta nel fatto che non sono stati previsti mezzi efficaci di conoscenza del reato. Lo scopo era nobile ma come dimostrano i risultati possiamo dire che i metodi utilizzati per conseguire il risultato voluto sono del tutto errati. Ciò è dimostrato soprattutto dal fatto che la legge in questione non è mai stata applicata in tutti questi anni sebbene il reato sia tranquillamente commesso sia in Italia sia nel paese di origine in seguito al rimpatrio delle bambine. Chi ha redatto la legge non conosceva affatto la mentalità di una parte della popolazione e ancor più le conseguenze delle diverse forme di mutilazioni.

E infatti il secondo limite della legge riguarda proprio la conseguenza di una delle diverse forme di mutilazione: l’infibulazione. Si tratta di un limite altrettanto grave, e forse anche più grave. Le bambine che hanno subito questo tipo di mutilazione dovrebbero essere de-infibulate quanto prima, in modo da ridurre, ovviamente nei limiti del possibile, i danni conseguenti all’infibulazione.

L’infibulazione è quella particolare tipologia di mutilazione, cosiddetta di terzo tipo, che comporta una asportazione importante. In pratica si tratta di una cucitura troppo stretta che non permette di svuotare completamente la vescica dall’urina né il defluire del sangue mestruale, sempre ché se quella bambina avrà la fortuna di sopravvivere alla tortura.

Andando più in dettaglio, possibili conseguenze a questo tipo di mutilazione sono: infezioni croniche alle vie urinarie; la sterilità(se lo stato d’infibulazione dovesse perdurare per lungo tempo) problemi psicologici dovuti al proprio essere così donna a metà. Purtroppo i rischi per la fertilità sono molto alti perché il sangue, non trovando lo spazio per fluire normalmente, si coagula e invece di fuoriuscire rimane dentro con gravi rischi per la salute e per la fertilità della donna. Secondo gli usi delle zone in cui si pratica tale tipo di mutilazione la de-infibulazione è effettuata poco prima delle nozze. Questo modo di procedere però potrebbe funzionare se ci si sposa a dodici o massimo a quindici anni come è d’uso nei paesi di origine.

Le immigrate di seconda generazione, infatti, non sono disposte a condurre la stessa vita delle madri dato che non vogliono sposarsi a dodici anni. Tuttavia esse dovrebbero attendere fino all’età dell’autonomia, ovvero sotto i trent’anni o poco meno, prima di poter effettuare quell’intervento di de-infibulazione. Infatti come si vedrà nelle pagine finali di questo scritto, al momento, in conformità con gli usi, coloro che volessero sottoporsi all’intervento di de-infibulazione devono essere necessariamente in procinto di sposarsi.

Auspicabile modifica della legge n. 7 del 2006

Quando si va in una vacanza piuttosto lunga, è abitudine delle persone accorte andare a fare un check-up completo, compreso il dentista, in modo che non si abbiano sorprese in una terra straniera dove magari non si conosce nemmeno la lingua per potersi destreggiare nel sovraffollamento degli ospedali.

Gli emigrati incriminati fanno la stessa cosa. Quando intraprendono il loro cammino verso le terre occidentali sottopongono le loro bambine la pratica delle mutilazioni in modo che non siano costretti a confrontarsi con – l’ignoranza e l’ostilità – degli occidentali e anche per impedire che la loro bambina possa essere – corrotta – dall’immoralità del mondo occidentale, prediligono la forma di mutilazione più sicura, quella dell’infibulazione. Infatti attraverso tale escissione la ragazza raggiungerebbe una sorta di virtù simbolica imposta tale da attribuirle un maggior potere contrattuale nel suo rapporto col marito, come se in qualche modo abbandonasse la sua bassa natura e facesse ingresso nel mondo della ragione essendo alla femmina per natura negato la facoltà di ragionare e di vincere l’istinto poiché «alle donne per bene è proibito da Dio provare desiderio» (AYAAN HIRSI ALI, Infedele, Milano, Rizzoli,  2007, p. 88).

Fortunatamente questo genere di donne non hanno l’abitudine di perdersi dietro lo studio o a carriere impegnative e la prima cosa che fanno nella loro vita è sposarsi in giovanissima età e così in qualche modo il loro dolore non è destinato a perdurare fino alla mezza età. La prossimità del matrimonio infatti risulta essere il presupposto per potersi de-infibulare poiché non è ortodosso essere altrimenti prima delle prime nozze.

Ma può accadere, e accade talvolta, che qualche disgraziata decide di uscire fuori dal coro e purtroppo le tocca tenersi la sua cucitura fino ad un età che non oso trascrivere in queste pagine. Infatti anche quando non c’è un esplicito divieto da parte dei genitori vi è sempre il timore di essere mal giudicate. E poi in ogni caso l’intervento di de-infibulazione richiede dei mesi e mesi di fermo e quindi non è possibile farlo tutto da soli e in segreto. Pertanto è necessario un’assistenza che è difficile avere all’interno di queste famiglie in quanto effettuare quell’intervento al di fuori delle circostanze usuali non è nemmeno ipotizzabile.

Giusto per ricordare l’entità del danno e del rischio che si può andare incontro, l’eccessivo perdurare dell’infibulazioni, oltre alle altre problematiche che tralasceremo di nominare, causa infezioni croniche e infertilità dovute all’inesatta fuoriuscita dell’urina e del ciclo mestruale. Di fatto queste infelici creature non riescono mai a svuotare la vescica come aveva predisposto la natura e così un po’ di pipì le rimane sempre per questo devono andare spesso ad urinare. Ma la più tragica dell’esperienze è vissuta con l’arrivo del ciclo: esso, non trovando lo spazio per fluire naturalmente, si coagula e rimane la su.

Questo grave problema potrebbe essere risolto mediante una piccola modifica della legge 2006 n.7, una legge definita inutile da diversi studiosi in quanto non è quasi mai stata applicata. Ma si dimenticano anche di segnalare delle cause reali della sua inutilità. Infatti l’inutilità di tale legge non è dovuta alla sua presunta sovrapposizione al divieto della diminuzione permanente di cui all’art. 5 c.c, come sostengono alcuni, ma all’assenza di un metodo mirato di controllo che presuppone, oltre che reale interesse, una conoscenza extrascolastica del problema di cui si discute. Infatti prima di emanare una certa legge per prevenire la commissioni di certi reati, come è noto, sarebbe opportuno conoscere la mentalità di colui che è solito commettere quei determinati reati o illeciti.

Il controllo ciclico 

Un efficace rimedio a questo triste stato di cose potrebbe essere una piccola modifica, soltanto due commetti che darebbero un senso a tutto il disegno, un articolo che fissasse soltanto due previsioni:

1) l’obbligo giuridico di sottoporre le bambine ad un controllo ciclico, quando i genitori provengono da un’area a rischio. Per quelle che non sono mutilate il controllo si ripeterà ciclicamente, fino all’età della ragione.

2) anche se il rimpatrio è ammesso i genitori dovranno essere ben consapevoli che al rientro la bambina sarà comunque sottoposta al solito controllo ciclico e qualora fosse manomessa loro ne risponderanno personalmente anche se l’atto è stato compiuto da terzi poiché potevano benissimo prevedere usando ordinaria diligenza, l’accaduto ovvero la commissione del reato.

Il detto controllo ciclico consentirebbe, contemporaneamente, la realizzazione di tre punti fondamentali:

a) consentirebbe innanzitutto la de-infibulazione delle sfortunate cucite nelle terre di origine. La de-infibulazione è un intervento molto complesso e dolorosissimo e richiede l’essere allettati per molti mesi.[17] Quindi non lo si può fare da soli, in segreto e senza l’aiuto di nessuno. Il consenso dei genitori, in caso di minore età, e l’assistenza dei conviventi, in ogni caso è assolutamente necessario;

b) consentirebbe una prevenzione effettiva del rischio di far subire alle bambine nate in Italia alle mutilazioni attraverso il ricorso al fai-da-te oggi dilagante fra le comunità interessate in quanto il controllo ciclico porterebbe inevitabilmente la scoperta del reato. Infatti oggi questi reati vengono scoperti o quando una è moribonda e i genitori sono costretti a portarla in ospedale oppure quando i genitori appartengono a culture diverse e uno dei due non è d’accordo sull’accaduto. A conferma di ciò si vedano i pochi casi pervenuti in giudizio;

c) impedirebbe il ricorso al rimpatrio per effettuare l’intervento. Oggi nessuno scopre questi reati perché si rientra solo dopo la guarigione. Lo scoprirà la bambina crescendo e denunciare i propri genitori non è facile. E comunque anche se si trovasse la forza di denunciare ciò non servirebbe a ripristinare la salute perduta.

Per quanto riguarda il rimpatrio, è opportuno chiarire che anche quando i genitori sono persone, per così dire, affidabili sotto questo punto di vista, a mutilare la bambina – rimpatriata – ci penserà qualche vecchia zia o le nonne che abitualmente in queste culture si sentono responsabili della moralità di tutta la progenie femminile. La consapevolezza dell’esistenza di un controllo ciclico renderà sicuramente i genitori più vigili e anche qualora tornassero nel paese di origine si guarderanno bene di lasciare sole le bambine alle nonne o alle vecchie zie (l’intervento di de-infibulazione è davvero molto complesso quanto quello di un cambiamento di sesso perché si toccano i nervi del clitoride e dato che i nervi degli organi sessuali sono collegati col cervello se ne può morire di quel dolore. Forse è anche per questo che le MGF fanno molte vittime soprattutto se fatta in tenera età).

Conseguente auspicabile modifica della legge n. 91 del ’92

La legge n.91 del ’92 disciplina e individua i principi base che regolano l’acquisto della cittadinanza italiana. Nel momento in cui gli stranieri producono la documentazione necessaria per la domanda di cittadinanza, viene richiesto, tra le altre cose, anche una certificazione che accerti qual è la condizione della propria fedina penale sia in Italia sia nel paese di provenienza. Nel momento della produzione di tale documentazione, la legge in questione non tiene conto del fatto che nei paesi di provenienza ci sono molteplici fatti che non sono considerati reati in certi paesi e tra quelle – piccole banalità – ci sono cose come le mutilazioni genitali.

E così, grazie alla naturalizzazione, alcune persone sono agevolati a commettere reato potendo circolare più liberamente sia in Italia sia in tutta Europa per mutilare le bambine che si trovano anche in altri paesi (Immaginiamo che alla famigerata Obaseki le fosse stata concessa la cittadinanza italiana o di altro paese Europeo. Avrebbe potuto fare i suoi tour per tutta l’Europa con più facilità in cerca di qualche bambina, qualche clitoride da assassinare; e in questo modo i vari legislatori europei avrebbero contribuito(o contribuiscono già?!) alla mutilazione delle bambine).

Orbene, fondamentale è il seguente quesito: come si fa a indurre certi migranti ad abbandonare, così come hanno abbandonato il loro paese, anche le cattive consuetudini ancestrali? Sicuramente non permettendo loro di ricreare un paese nel paese come stanno facendo certi europei che non sanno pensare un mondo senza particolarismi, certi europei che giustificano anche le consuetudini che tolgono la salute come se essa non fosse la cosa più importante per un essere umano. In quella salute, definita fondamentale dai costituenti perché essa è il presupposto della libertà, della serenità, della felicità, del benestare della persona totalmente intesa.

Secondo il parere di chi scrive, per impedire la proliferazione su tutto il pianeta delle consuetudini nocive per la salute dell’essere umano, è necessario combattere con esse con qualunque mezzo idoneo ad estirparle con l’unico limite che tali provvedimenti non comportino un danno superiore o equivalente a quello prodotto dalle stesse. Infatti, non bisogna dimenticare che «il relativismo culturale non è in alcun modo una forma di giustificazionismo, ma è [solo] una postura metodologica attraverso la quale il ricercatore o la ricercatrice si da il tempo di comprendere un determinato fenomeno sociale analizzandolo dall’interno[19]» per poi ricondurre tutto sotto l’analisi piana della ragione oggettiva che non potrà che convenire l’estirpazione dei danni evitabili che compromettono la vita e il suo sano ed efficace svolgersi.

Per questa ragione siamo giunti alla conclusione che sarebbe opportuno modificare la legislazione attuale in tema e introdurre la negazione della cittadinanza ai genitori qualora la/le loro figlia/e sono state sottoposte all’intervento mutilatorio e queste erano sotto la loro custodia, direttamente o indirettamente, al momento della commissione del reato.[20]

Bisogna inoltre distinguere tra il caso in cui si è mutilato le proprie figlie ma trent’anni prima dall’ingresso al caso diverso e decisamente più grave in cui le bambine sono ancora minorenni[21](o erano minorenni al momento dell’ingresso) e l’intervento è stato realizzato in vista all’ingresso dell’Italia o altro paese Europeo in cui sono in vigore norme incriminatrici che ostacolerebbero la volontà dei genitori di circoncidere dopo l’arrivo. In quest’ultimo caso infatti l’atto è stato realizzato con premeditazione e con disprezzo verso le norme giuridiche e morali della società d’arrivo e quindi fungerebbe da aggravante.

Tale previsione normativa eviterebbe che, per sfuggire agli ostacoli delle legislazioni straniere, si sottoponga l’intervento mutilatorio alle bambine prima di immigrare in occidente. Se ci saranno conseguenze negative per altri diritti come ad esempio la negazione della cittadinanza, l’entrata nella società di arrivo forse potrebbero pensarci un po’ di più prima di tagliuzzare i corpicini delle bambine.[22]

Questo punto è di fondamentale importanza perché offre sia un vantaggio immediato(quello confronti della vittima risparmiata) sia un vantaggio a lungo termine. Infatti se i genitori che vogliono migrare cominceranno a non circoncidere le figlie mentre sono ancora nel paese di origine, ciò sarebbe un modo per diffondere nelle terre di origine che esiste un’altra vita, che si può vivere anche senza essere mutilate, che si può essere donne “rispettabili” pur essendo aperte, pur avendo un clitoride.[23] Forse è questa la strada da percorrere se si vuole arrivare davvero all’abbandono delle mutilazioni genitali femminili.

Nella trattazione di questo paragrafo abbiamo volontariamente eluso finora di sollevare un quesito scottante: come si fa cioè ad applicare una legge nazionale ad una persona che si trovava in un altro paese al momento della commissione del fatto contestato e per giunta realizzava un comportamento perfettamente conforme al diritto del paese in cui si trovava al momento della commissione del fatto costituente reato?

In primo luogo, la sanzione che si intende applicare è amministrativa-civilistica.

In secondo luogo, bisogna ricordare che nel sistema giuridico anglossassone, nel diritto penale, nello studio dei vari comportamenti umani, si è soliti distinguere tra condotte malum in se e comportamenti malum prohibitum. Se questi ultimi sono considerati tali perché così hanno deciso i vari legislatori degli Stati nel mondo, i primi sono ritenuti comportamenti intrinsecamente sbagliati e come tali naturalmente scritti nei cuori di ciascun essere umano quasi da non abbisognare di essere scritti in una norma penale o amministrativa-civilistica. E proprio per questa ragione la loro commissione è considerata più grave perché la realizzazione della condotta starebbe ad indicare che l’autore del fatto è un individuo carente se non altro della legge naturale scritta nei cuori di tutti gli esseri umani.

In terzo luogo, bisognerebbe distinguere tra una persona che vive nel paese di origine e vive secondo i suoi costumi ignara delle conseguenze nefaste dei suoi comportamenti e chi, invece, vi soggiorna al solo scopo di eludere le norme di un altro paese dove desidera in realtà andare a vivere. Infatti si può dire che sulla condotta di questi ultimi grava la fuga dalla legislazione straniera dato che si comportano come se fossero (o fossero già) in quel paese poichè sono animati dal sentimento che tale azione sia riprovevole. Trattatasi infatti di azione malum in se di cui loro sono pienamente consapevoli in quanto chi compie l’operazione e chi lo autorizza sono persone vissute e pertanto coscienti delle conseguenze future oltre all’ovvio dolore fisico. E non si può nemmeno invocare lo scusante dell’ignoranza perchè pienamente consapevoli che si tratta di una amputazione e per giunta senza l’effetto di una anestesia e sono anche ben consapevoli quali sono le conseguenze dopo la guarigione materiale della ferita: una intera vita votata al dolore, un dolore che non porta nessun beneficio reale se non quello di essere tenuti in pugno dal maschio e dalla comunità di appartenenza.

A questo punto, dunque, si renderebbe necessario la creazione di un organo di controllo, una sorta di Istituto di Vigilanza dell’MGF, con sedi decentrate nelle varie province, un organo composto da esperti, avvocati, medici legali, ginecologi, in collaborazione con gli ospedali, che seguisse, da una parte, le nascite delle bambine provenienti da aeree a rischio accompagnandole fino alla maggiore età o l’età della ragione e, dall’altro, attraverso le scuole, reperisse quelle già mutilate nel paese di origine e, se del caso, ordinarne la de-infibulazione dando in questo modo una risposta appropriata a ciascuna persona.

Inoltre, l’Istituto di Vigilanza dell’MGF sarebbe un valido aiuto per le prefetture nello smistamento delle domande di concessione della cittadinanza. Infatti, anche al fine di realizzare una maggiore diffusione dell’esistenza del controllo, sarebbe opportuno negare la cittadinanza qualora un genitore non abbia posto in essere una prevenzione attiva delle MGF.

Infatti, stando a questo ragionamento, le prefetture dovranno richiedere, tra le altre cose, una documentazione completa rilasciata dall’Istituto di Vigilanza che documenta la prevenzione attiva, (ovviamente se la persona viene in un area a rischio: in pratica la figlia non dovrà essere mutilata), da lei svolta diversamente la sua domanda di cittadinanza non verrà nemmeno presa in considerazione.

In questo modo, forse, si realizzerebbe una prevenzione effettiva e reale delle mgf e la tutela dei diritti umani inviolabili dei minori, almeno per quelle bambine che hanno avuto la fortuna di nascere in Italia e quelle i cui genitori intendono emigrare e si minimizzerebbe, ovviamente per quanto possibile, sciogliendo i nodi delle ferite di quelle che sono state infibulate nelle terre di origine.

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