VOCI DAL SUD - di Maddalena Bonelli

25 NOVEMBRE. Violenza subita, riflessioni di una donna del sud (VOCI DEL SUD – di Maddalena Bonelli)

Wats App ci semplifica la vita, si sa, anche se i messaggini non trasmettono le emozioni con lo stesso impatto di una telefonata, ma non è stato così il 16 settembre 2018: quel giorno aprire il messaggio di un cortese conoscente, poeta e giornalista, uomo d’altri tempi per la cortesia e la galante gentilezza, mi lasciò senza fiato, mi gelò il sangue riportandomi ai tanti ricordi amari e talvolta truci che affollano la mia mente nei momenti più bui, quando mi interrogo sul senso della vita e non trovo risposte sensate “Dottoressa cara, si ricorda di Angela? La giovane poetessa e scrittrice per la quale ho organizzato la presentazione di un suo libro per bambini nella biblioteca comunale di Matera? Devo dirle purtroppo, e con grande dolore, che ieri è stata uccisa dal marito”.
Di getto, sconvolta da questa morte violenta posto la notizia su Facebook e commento: La bestialità non conosce poesia. I poeti son soli in un mondo in cui spadroneggiano lussuria e materialismo.
Poi mi riconnetto al razionale e mi chiedo perché questo fenomeno terribile sia rimasto nei millenni immutato o quasi nella sostanza.

Sebbene in epoca moderna e nei paesi più civili siano divenute più complesse le motivazioni apparenti, alla base degli atti violenti contro le donne e sotto la spinta ad agire, a compiere l’ultimo atto inconsulto, troviamo onnipresenti l’istinto del possesso, la gelosia e la rabbia incontrollata dell’essere umano, dell’uomo in particolare, che sembra essersi fermato nell’evoluzione a stadi più primordiali rispetto alle donne, come se il suo DNA si rifiutasse di espellere i nucleotidi che scrivono ed esprimono i comportamenti più violenti, ammesso che le recenti ricerche in merito vengano confermate.
Angela Ferrara, era una bellissima donna: occhi enormi e chiari nel viso sorridente, lunghi capelli neri e labbra sensuali. Una di quelle donne che fanno girare la testa agli uomini. E aveva dei sogni, sogni ambiziosi. Sogni che forse avevano contribuito ad allontanarla dal marito, una guardia giurata, con cui negli ultimi tempi litigava spesso. Da poco era tornata a vivere con il figlio, dai genitori. Abitavano in un paesino lucano di sole 600 anime. Una grande famiglia. Lui non voleva essere lasciato, forse si vergognava di fare la figura di chi è incapace di riprendersi ciò che gli appartiene per diritto matrimoniale, non ha tollerato che lei osasse abbandonarlo, che lo sminuisse davanti ai paesani scegliendo una realtà diversa dalla sua e le ha sparato un colpo in testa con la pistola d’ordinanza, proprio davanti alla scuola elementare dove Angela aveva appena accompagnato il figlioletto. Poco più tardi, sconvolto dal dolore e dall’orrore per il gesto impulsivo e senza ritorno appena commesso, si è ucciso sparandosi. Mi chiedo se chi gli ha messo una pistola fra le mani, abbia prima adeguatamente appurato la sua maturità e capacità di gestire la rabbia.
Angela amava la poesia e spesso frequentava gli ambienti letterari di Roma. Una sua poesia recita: “M’ama o non m’ama? I dubbi dell’amore. Nuda margherita nell’assolato prato preda sei dell’ossessione, ma se davvero m’ami, non raccogliermi”
E’ accaduto ciò che accade, ancora e da sempre, in tutto il mondo, sia alle donne succubi di una cultura che le penalizza anche da un punto di vista legislativo rispetto agli uomini, sia alle donne più emancipate e con pari diritti, almeno sulla carta, in contesti più civili.
Angela aveva telefonato, pochi mesi prima di essere uccisa, alla presidentessa di un’importante associazione che si occupa di violenza sulle donne, con la scusa di invitarla alla presentazione del suo libro. La donna, pur espertissima di violenza sulle donne, si è poi rammaricata di non aver saputo cogliere nelle chiacchierate con Angela, il tormento che la giovane stava vivendo.
La richiesta implicita di aiuto, il grido di dolore di Angela non è arrivato alla sua sensibilità, tanta era la dignità e forse la vergogna con cui Angela portava la sua condizione di moglie maltrattata.
La violenza subita è una vergogna da nascondere, anche se può essere sospettata attraverso alcuni segni rivelatori.
Il carnefice è spesso un uomo normale e le persone più vicine alle vittime, dopo la tragedia, non riescono a credere che sia stato capace di tanto. In altri casi il delitto annunciato da denunce, fughe e ritorni, non si evita a causa di carenze legislative o sociali.
Da donna del sud quale sono, con intessuto nelle mie reti neurali il senso del dovere, della sopportazione e della rassegnazione, posso ben immaginare quanto Angela abbia sentito il peso del giudizio dei paesani, che pure le volevano bene, il giudizio di chi forse l’additava come moglie incapace di tenere in piedi la famiglia perché presa da assurde ambizioni, da futili grilli che le passavano per la testa.
Ma un omicidio qui da noi? In Basilicata? A pochi chilometri da Matera in festa per l’imminente inizio dei festeggiamenti per la nomina a Capitale europea della cultura? Matera, una città definita fra le migliori in cui vivere? In cui è ancora conservato il senso corale del vivere, il senso dell’umanità nei rapporti e nella vita quotidiana?
In un primo momento stento a crederci ma poi ripenso alla mia infanzia e alla mia adolescenza vissuta in un ambiente umile, arretrato e poverissimo, e ricordo i tanti fatti di violenza che mi hanno sfiorata da vicino, e anche quelli più recenti che sono tentata di rimuovere dalla mia coscienza, per il troppo orrore.

Nei tempi duri del passato, picchiare la moglie e i figli era parte della normalità del vivere quotidiano. Ne ho presi di ceffoni dai miei genitori, ma non me ne dolevo, né pensavo di essere maltrattata perché sentivo il loro amore, e sapevo che erano ottime persone, oneste, dedite alla famiglia e il cui unico interesse era il futuro dei figli.
Ma sapevo anche di una vera violenza, terribile, generata nella miseria da impulsi momentanei di rabbia ma anche da istinti disumani e spietati o dall’arroganza dei padroni che tutto volevano possedere e dominare impunemente. La legge lo consentiva ancora.
Anni quaranta, Carmela, serva di una famiglia importante, violentata dal padrone e abbandonata a se stessa quando scopre di aspettare un figlio.
Antonia, importunata da un uomo in un canneto sul Basento, diventa merce avariata e sebbene sia di buona famiglia, nessuno più la chiede in moglie. E’ stata solo sfiorata da un altro, ma si deve accontentare del primo uomo disposto a sposarla, nonostante sia stata “disonorata”.
Nulla di strano in un’epoca in cui le donne in Italia, considerate cittadine di serie B, non godevano ancora del diritto al voto. Erano, nel migliore dei casi, strumento di piacere o angelo del focolare da cui non dovevano discostarsi molto, mentre nel peggiore dei casi, forza lavoro e oggetto di molteplici abusi.
Anni settanta, un uomo in un impeto di rabbia picchia brutalmente la moglie e infierisce su di lei con il manico di una scopa che le spinge in vagina facendola abortire. Nonostante l’utero sfondato, la donna sopravvive. Un buon avvocato riesce ad ottenere pochi anni di carcere per il marito, reo “solo” di aver esercitato il suo diritto di punire la moglie.
Anni 90 una ragazza albanese a Roma si ribella al fidanzato protettore, e cerca aiuto dalle suore. Ha un figlio e vuole per lui una vita normale.
Io l’ho incontrata a Valona un anno dopo, giovane e bella ma con le ossa in frantumi e l’anima spezzata. Lui l’ha investita con la sua macchina e le ha rubato il figlio. Come aiutarla?
Nuovo millennio, Michela professionista affermata, durante un battibecco il marito le urla addosso con voce minacciosa e occhi furiosi: “Stai zitta! Stai zitta ti ho detto! Sei una stronza!” e quando lei apre la bocca per rispondere lui le molla un ceffone. Non è la prima volta ma Michela non lo lascia perché in fondo lui è un brav’uomo e un padre attento e amorevole. Ma quanti compromessi e sotterfugi per evitare le sue esplosioni rabbia incontrollata!
Sono tanti i modi di sottomettere la donna, asservirla a bisogni primordiali di supremazia e istinto sessuale.

I più raccapriccianti sono gli abusi sessuali su bambine e giovani ragazze da parte del padre o altro parente prossimo.
Negli anni ottanta, studentessa in medicina, m’illudevo di vivere in un paese finalmente civile, ero ingenua e troppo presa dai miei studi per capire veramente il mondo, per informarmi e documentarmi e commentai con un semplice ”finalmente!” quando furono abrogate le disposizioni sul delitto d’onore con la legge n. 442 del 10 agosto 1981.
Erano passati già venti anni da quando Franca Viola in Sicilia, con l’appoggio del padre, aveva rifiutato il matrimonio riparatore dopo essere stata rapita e violentata per sei giorni da un mafioso. Il memorabile processo fu un terremoto che scosse l’Italia dalla Sicilia fino al nord. Ho un ricordo vivido delle drammatiche immagini con cui la ragazza diciassettenne veniva rappresentata sulle riviste dell’epoca. Franca Viola, prima icona italiana del femminismo, prima fra tutte a mandare in frantumi l’omertà di un popolo schiavo delle consuetudini in cui un valore fondamentale da proteggere e donare al maschio era la verginità, ha aspettato fino al 1996 la legge che fa dello stupro un reato contro la persona e non contro la morale.
Nel 2018 sono state denunciate cinquemila violenze sessuali, di cui il 92 per cento su donne.
La violenza di genere non accenna a diminuire.
Ho il sospetto che l’uomo si sia evoluto più lentamente da un punto di vista psicologico ed emotivo rispetto alla donna che, avendo alle spalle millenni di sofferenza indicibili, nell’ultimo secolo ha corso maratone incredibili per affrancarsi da un destino amaro.
Tanto si è prodotto: studi, libri, spettacoli, tavole rotonde, convegni, ma la violenza sulle donne aumenta ancora.
Angela, la poetessa lucana, fa parte delle 142 donne uccise nel 2018 (rapporto Eures su “Femminicidio e violenza di genere in Italia).  Il femminicidio si consuma nella maggioranza dei casi (119/142casi nel 2018) in famiglia. I moventi principali sono sempre la gelosia e il possesso.
Nel 2018 sono aumentati i casi di violenza sessuale, stalking e maltrattamenti in famiglia.
Se poi allarghiamo lo sguardo al mondo intero, l’orrore è dilagante. In “Ferite a morte” di Serena Dandini ogni racconto è una pietra lanciata nel mare vergognoso dell’indifferenza, della stupidità e della bestialità umana, tanto più vergognoso se sorretto da leggi e consuetudini inique. Basti pensare che in alcuni paesi il concepimento di una femmina è una tragedia da soffocare con l’aborto o l’abbandono della neonata. Solo da pochi anni in India è stato proibito l’uso della diagnosi ecografica per definire il sesso allo scopo di abortire il feto femmina. Sono solo “femmine”. E che dire di quelle sventurate costrette a togliere l’utero perché nelle risaie non sono gradite le donne che perdono ore di lavoro a causa dei malesseri da ciclo mestruale?
Tante sono le facce della violenza di genere, diverse le modalità di aggressione determinate da differenti substrati culturali e sociali.
Disumanizzare la vittima è il primo passo e la donna diventa una gnocca, due tette, una figa, una puttana, una maledetta troia, una da usare. E fino a due tre decenni fa si parlava ancora di due categorie distinte di donne: le brave ragazze da sposare, e quelle più disponibili per il sesso.

Sono madre di due giovani adulti esuberanti ed ho tanti nipoti nelle cui vene scorre il sangue caldo ed esplosivo del sud, ne conosco la sensibilità, l’intelligenza, la rettitudine morale e il rispetto che hanno per l’altro, ma non posso fare a meno di temere per loro, per quel vuoto che la nostra società ha impresso nel loro vissuto, temo per i nuovi problemi che devono affrontare e mi capita a volte di essere tentata di concordare con chi pensa che le donne di oggi stiano esagerando con la voglia di rifarsi per prendere il posto degli uomini, e che con i loro atteggiamenti emancipati e provocatori spingano gli uomini a gesti inconsulti.
Il presupposto che tutti abbiano il diritto di agire liberamente, nel rispetto dell’altro, non è ancora intessuto a maglie strette nella nostra mentalità e c’è molto da lavorare per mettere a punto strategie che riducano la violenza di genere e aiutino gli esseri umani a rapporti paritari e maturi.
Riflettere e parlarne aiuta a creare un terreno fertile su cui seminare buone azioni e buone strategie.
Lo chiedono le tante vittime che gridano alla nostra coscienza.
Non posso non ricordare le parole di un gruppo di donne coinvolte dal teatro delle Albe nella messa in scena del Purgatorio fra le strade di Matera. Frasi gridate nella penombra di una chiesa, da donne comuni, protette da un velo sul volto, frasi che ci inducono a pensare che la violenza vada oltre le statistiche già così tragicamente significative:

“Un buco nero, il dolore ha scavato un buco nero nel mio corpo.
La fiducia la fiducia regalata ad un falso amico!
La morte della mia infanzia.
Mia madre aveva paura di notte, tutte le notti.
Non urlare ti prego non urlare! Non urlare.
Le vene del suo collo che si gonfiano.
Lei diceva sempre, resto per i figli e mi mostrava i lividi sul suo corpo.
Uno sconosciuto! Uno sconosciuto, ed io avevo perso l’autobus!
Le sue mani a frugare il mio corpo, la sua bocca a cercare la mia, bave di saliva sul viso. Sgomento paura, paralisi!
Era così dolce quando c’innamorammo, così amorevole! Maledetto! Maledetto! Pure su mia figlia.
Maledetto, pure con mia sorella.
A sentire lui sbagliavo tutto, tutto!
E’ una buona idea Concetta. E’ impossibile che l’abbia avuta tu…
Mi chiedevo a quale pretesto si sarebbe appigliato quella sera.
Guardava senza vedermi.
Lampi! Lampi negli occhi iniettati di sangue e la sua ferocia si abbattè su di me.
Mi ha riempito la bocca a forza, ha continuato a spingere dentro sassi freddi e duri, me lo ha ordinato ed ho masticato, e poi mi ha lasciata lì a sputare sassi, sangue e denti spezzati.
Portava un anello d’oro al mignolo e con quello, il pugno chiuso, ha cominciato a colpire, a colpire, a colpire!
Io gridavo, gridavo, ma non mi sentiva nessuno.
Anch’io gridavo eppure a me, non mi sentiva nessuno!
 Ascoltandole mi par di vedere il corteo infinito di strazi che hanno impresso una lunga terribile traccia nella polvere del tempo.
Avrà mai fine?

CORO DELLE PIE

Qual donna velata
di tenebra adorna
respiro dolore
e soffoco pianto.
E voce ti dono
che gridi
la tua storia
amara.

Il volto fermo e sfocato
di fantasma
all’infinito imploro:
ricordati di me, ricordati di me!
Di me derisa nel pensiero
umiliata nelle intenzioni
da perversa derisione
e sadica ironia.

Ricordati di me che pietre
affondarono nell’oblio.
Ricordati di me che son la Pia
e di me che amai fino a morirne
i miei pensieri annegati nelle sue urla
i gesti rotti sul nascere.

Ricordati di me e della mia arte
un lago è il mio letto
e qui riposo senza colori.
Ricordati di me
che per aver talento
resi orfano mio figlio:
volevo soltanto volare.
Ricordati di Artemisia violata
e della mia poesia
che perì con gli anni giovani.

Ricordati di me Mileva Marić:
il genio traditore
dimenticò il mio nome
prese per se ogni onore
e una moglie nuova
senza rimpianti
per noi fra stelle e cosmo.

Ricordati di me
che ho soffocato la magia,
per vile dileggio
e ipocriti sorrisi.
Mi strappò la luce
dagli occhi
e la fantasia dal cuore.

Ricordati di me
che lo ascoltavo innocente:
sei il mio tesoro più caro,
vieni qui e non dirlo a mamma,
è un segreto tutto nostro!
Ricordati di me!
E l’eco di una voce spenta
ti segua in eterno.

PROSSIMAMENTE IN LIBRERIA

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