Enrico Sciarra - Segretario nazionale FIALS

TEATRI – Un patrimonio italiano, non dovete distruggerlo

di ENRICO SCIARRA – Le Fondazioni Lirico Sinfoniche: la cultura musicale in Italia, le leggi, la crisi dei suoi centri di produzione

A fronte dell’ulteriore crisi del settore portata dall’attuale emergenza sanitaria e con l’intento di dare un utile contributo e un forte sostegno alla richiesta che viene dai lavoratori di tutti i comparti della Cultura Italiana, La FIALS-CISAL chiede al Governo di prendere finalmente la strada del sostegno, della tutela e dello sviluppo della Cultura Italiana attraverso una serie di leggi che, in controtendenza con quelle fino ad oggi emanate, si facciano finalmente carico di adempiere totalmente a quanto sancito dall’art. 9 della Costituzione.

Le criticità del comparto della cultura che vogliamo oggi rappresentare al Governo è quello delle Fondazioni Lirico Sinfoniche che come disposto dalla legge che le istituì (la legge 800/1967), avevano ed hanno lo scopo di realizzare i contenuti concettuali contenuti nella stessa legge e che testualmente recitano: lo Stato considera l’attività lirica e concertistica di rilevante interesse generale, in quanto intesa a favorire la formazione musicale, culturale e sociale della collettività nazionale. Per la tutela e lo sviluppo di tali attività lo Stato interviene con idonee provvidenze.

Uno dei simboli più rappresentativi da oltre tre secoli

Da oltre tre secoli uno dei simboli più rappresentativi della Cultura Italiana, l’Opera Lirica, è sinonimo e portavoce nel mondo della nostra cultura, ma vive da anni uno stato di forte crisi. A seconda di come evolverà l’iter dell’attuale azione legislativa, l’intero settore rischierà di essere permanentemente danneggiato con la definitiva perdita di competenze, maestranze e conoscenze che non possono essere ricostituite rapidamente.

Emerge sempre più chiaramente la non volontà, o l’incapacità, di predisporre per questa parte della cultura italiana una vera riforma seria e responsabile in grado di garantire al comparto le capacità di sviluppo e di generazione di occupazione e traino dell’economia, in particolar modo nel segmento turistico e dell’ospitalità, cosa che peraltro avviene in altri paesi Europei. Si preferisce invece continuare a lasciare la cultura nello status di un settore bisognoso di un’onerosa assistenza.

Il successo dell’offerta culturale di città come Londra e Vienna, dimostra come un’offerta culturale adeguata e supportata da professionalità cresciute nel corso dei decenni abbia un impatto molto rilevante in termini di attrazione di un turismo qualificato con elevata capacità di spesa e quindi, in ultima istanza, sull’occupazione locale. Per questo motivo, in ogni paese del mondo sviluppato, il finanziamento pubblico sostiene convintamente la crescita dell’offerta culturale.

Lo Stato Italiano investe solo 0,2/1000 del PIL

In Italia l’intero comparto è regolamentato dalla Legge 800/1967 e viene finanziato dal FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) istituito dalla Legge 163/1985. Purtroppo, a causa dei tagli che ogni Finanziaria ha portato al FUS nel corso degli ultimi decenni, la sua dotazione economica, che nel 1985 era pari allo 0,083% del PIL di quell’anno, è passata all’attuale 0,025% con una riduzione di oltre il 60%. In altre parole, per supportare uno dei simboli del paese che attrae un turismo qualificato, lo Stato italiano investe solo lo 0,2 per mille del PIL.
Appare evidente che l’intero settore abbia subito un’insostenibile riduzione del sostegno economico, tale da ridurlo sull’orlo del fallimento.

Se si considera che il finanziamento pubblico italiano per questa specifica parte della cultura è enormemente inferiore rispetto a quello degli altri paesi europei, risultano chiari i motivi per cui nostri centri di produzione musicale siano giunti al collasso nonostante il costo del lavoro in Italia sia fra i più bassi dei paesi europei e sia rimasto congelato da oltre diciannove anni.

Sono in atto solo contrazioni delle spese di produzione

Nel tentativo di correggere la situazione, da oltre quindici anni e con cadenza annuale la politica italiana ha fatto ricorso a provvedimenti legislativi che hanno messo in atto solo politiche di contrazione delle spese di produzione e, soprattutto, del costo del lavoro. Questa scelta ha ignorato la specifica natura del comparto e le analisi dei migliori esperti mondiali che sostengono la difficoltà a comprimere il costo del lavoro nella produzione musicale se non con grave danno della qualità del prodotto e quindi del suo successo.

Il fallimento della Legge Veltroni

Gli anni recenti hanno visto il susseguirsi di periodici interventi legislativi che, pur nel dichiarato intento di voler “aiutare” il settore, di fatto hanno registrato fallimenti su fallimenti fino a condurlo all’attuale stato di crisi, dilapidando sempre più il patrimonio di competenze che era stato costruito nei decenni precedenti.
È a questo punto conclamato il fallimento della Legge Veltroni che ha trasformato gli Enti lirici in Fondazioni di diritto privato: il tentativo di attrarre risorse private che sovvenzionassero le attività delle Fondazioni Liriche è, alla prova dei fatti, risultato inefficace.

L’entrata in vigore poi della Legge 160 del 2016 ha generato ulteriori forti criticità al comparto e il Governo, in applicazione del DDL n. 2287-bis approvato definitivamente nel 2017, sarà chiamato a brevissimo termine a predisporre il testo definitivo di un nuovo disegno di legge (il cosiddetto “Codice dello Spettacolo dal vivo”) che se non pienamente diretto alla salvaguardia e allo sviluppo della cultura musicale italiana potrebbe aggravare ulteriormente la situazione, rischiando di portare l’opera lirica italiana al suo completo dissolvimento.

La forte preoccupazione è data in particolare dalle disposizioni contenute nell’art. 24 della L. 160 che purtroppo, in continuità con le leggi precedenti, determinerà probabilmente di fatto la chiusura per fallimento di quasi tutte le Istituzioni di produzione musicale o, nel migliore dei casi, il declassamento a teatri stagionali di undici Fondazioni Lirico Sinfoniche su quattordici presenti in Italia, disegnando uno scenario insostenibile anche dal punto di vista geografico della diffusione della cultura musicale nel nostro Paese

Delle tre Fondazioni che potrebbero salvarsi, due sono al nord: Teatro alla Scala di Milano, Teatro La Fenice di Venezia. L’altra è al centro ed è l’Accademia di Santa Cecilia che però fa solo repertorio sinfonico. Nelle restanti regioni italiane verrebbe quindi a crearsi una situazione di ridottissima capacità produttiva con un inestimabile depauperamento in materia di cultura musicale

Non una parola sulle malagestio

Sempre in applicazione del sopra citato art. 24 della L.160, il Governo dovrà prossimamente emettere, tra l’altro, i decreti attuativi per la determinazione dei parametri che le Fondazioni Lirico-Sinfoniche dovranno rispettare al fine di conservare lo status di Fondazione e mantenere il contributo del FUS o, diversamente, essere trasformate in un non meglio definito “teatro lirico” con obiettivi d’attività prettamente stagionali.
Altra fonte di preoccupazione che scaturisce dalla L.160 è l’obbligo da parte degli amministratori delle Fondazioni di chiudere temporaneamente l’attività dei Teatri al fine di raggiungere l’obbligatorio pareggio di bilancio con il conseguente azzeramento d’interi mesi di stipendio dei dipendenti e il relativo ridimensionamento dell’attività culturale.

Considerato che il pareggio di bilancio dipende da contributi di vari soggetti pubblici e privati, che dovrebbero essere programmati e garantiti ma che di fatto non lo sono mai stati, ciò significa che la sorte di dipendenti e competenze risulta alla mercé della minima variazione nell’erogazione dei sopra menzionati contributi. Purtroppo non una parola è scritta nelle leggi vigenti e nei progetti di legge futuri, a quanto risulta, sulla responsabilità diretta di un’eventuale malagestio sia del management dei Teatri che del Ministero vigilante che lo nomina, e questo nonostante la vigilanza attuata con la Corte dei Conti e i Collegi dei Revisori dei Conti all’interno di ogni Fondazione.

La decadenza della qualità artistica

Poiché nell’ambito della produzione musicale la qualità del prodotto e quella del produttore coincidono, questa politica e la trasformazione in attività stagionali e saltuarie comporteranno inevitabilmente il decadimento della qualità del prodotto artistico, la dispersione di competenze e conoscenze locali, oltre che ovviamente, la riduzione dell’occupazione e degli stipendi per musicisti coristi, ballerini, tecnici e personale amministrativo con conseguenti ricadute negative sul turismo qualificato.

Le eccellenze culturali come le Fondazioni Lirico-Sinfoniche, riconosciute in primis dalla L.800/67 poi dal D. Lgs 367/96, devono invece essere adeguatamente supportate e tutelate dallo Stato, come sancisce l’art. 9 della Costituzione, e non lasciate alla mercé del territorio nel quale operano. Non solo non è giusto che siano sempre e solo i lavoratori e la qualità delle arti a subire le conseguenze di scelte e nomine incompetenti, frutto di politiche di retroguardia e di negligente sorveglianza delle Istituzioni preposte, ma è anche irresponsabile, a causa del mancato rientro in parametri di valutazione volutamente irrealizzabili, distruggere un patrimonio italiano che può generare ritorni economici in ambito turistico nelle principali città italiane, e che, in caso di sua perdita, non potrà essere recuperato in un breve periodo.

Provvedimenti che non fanno sperare sul futuro

Siamo di fronte dunque a una serie di provvedimenti legislativi che non fanno ben sperare per il futuro della cultura musicale italiana e per le istituzioni di produzione culturale che vi operano e che fanno intravedere ancora una volta la loro tendenza a destrutturare l’intero settore più che a garantirne l’efficienza e l’efficacia.

Qualche anno fa, verso la fine del suo primo mandato, registrammo con grande apprezzamento, ma con evidente scetticismo, le dichiarazioni rese alla stampa dal Ministro Franceschini secondo le quali il Governo stava valutando l’emanazione di un provvedimento legislativo teso a ripianare il debito delle 14 Fondazioni Lirico Sinfoniche, che a quella data ammontavano a circa 380 milioni di euro e che adesso si starebbe assestando intorno ai 500 milioni.

Non sappiamo se oggi il Ministro sia della solita opinione, ma se per caso questa soluzione fosse ancora nei suoi progetti sarebbe ancor più indispensabile che un così importante impegno economico, teso alla salvaguardia di un settore culturale, fosse accompagnato e sostenuto da una vera legge di riforma. Tale legge dovrebbe comunque ridisegnare totalmente e definitivamente lo stato giuridico delle Fondazioni Lirico Sinfoniche e le regole da adottare per governarle. Dovrebbe obbligatoriamente individuare i requisiti professionali e gli ambiti di responsabilizzazione di chi ne viene messo a capo e ridefinire gli ambiti dei contratti di lavoro dei dipendenti, partendo dal loro definitivo inquadramento giuridico. Quest’ultimo punto permetterebbe peraltro di scongiurare l’enorme quantità di contenziosi giuslavoristici che ormai da anni si addensano sui Teatri d’Opera italiani e che quest’ultimi hanno dovuto subire dovendosi sobbarcare gravissimi danni economici.

Questo è quindi ad oggi il quadro entro il quale le leggi vigenti e quelle d’imminente emanazione stabiliranno quali Fondazioni Lirico Sinfoniche Italiane potranno sopravvivere e quali dovranno andare verso la liquidazione coatta e la conseguente chiusura definitiva.

Non distruggete questo patrimonio

Per il passato e per il futuro del nostro Paese e per la protezione e lo sviluppo di uno dei pilastri della nostra storia e identità culturale, dobbiamo pertanto chiedere al Governo e a tutte le forze politiche e sociali interessate alla cultura musicale italiana, un fattivo interessamento ed un proficuo intervento affinché sia finalmente dato nuovo impulso all’intero comparto e non ne sia distrutto il patrimonio.

Per ottenere un positivo riscontro a queste istanze crediamo sia indispensabile adesso una reale azione di coinvolgimento di tutti i componenti del variegato mondo dello spettacolo.

Dai lavoratori che lo compongono, agli artisti che hanno scelto di farne la loro professione, agli insegnanti che nelle scuole cercano di tramandare le origini più vere di una cultura che ha visto l’Italia primeggiare in questo ambito, deve partire una concreta azione per ottenere dalla Politica e dai Governi che la rappresentano le indispensabili scelte culturali che ne impediscano il depauperamento e ne rilancino la crescita e lo sviluppo invertendone l’attuale tendenza alla disgregazione.

Questo d’altronde è anche l’appello che numerosissimi grandi artisti da tempo fanno affinché l’Italia torni ad avere il ruolo che è sempre stato suo, e che il mondo intero gli riconosce, come per esempio ha fatto qualche giorno fa il Maestro Riccardo Muti denunciando per l’ennesima volta come l’Italia stia sempre più diventando “un Paese che ha abdicato al suo compito di guida in Europa”, dove la musica non si insegna nelle scuole, dove i musicisti e i cantanti non sono abbastanza considerati, dove per i giovani “sempre più bravi” che escono dai tanti conservatori “non c’è futuro se non la disoccupazione”.

(foto: sfondo della foto TravelCoffeeBook – licenza pixabay https://pixabay.com/it/photos/opera-orchestra-musica-concerto-594592/ )