DIARIO - di Moreno Bucci, IN TOSCANA

A RENZI PUO’ BASTARE LO “STIL NUOVO?” (di Moreno Bucci)

24 marzo 2014.

 A Renzi può bastare lo “stil nuovo”?
 Il torrente contro la palude: così si disegna Renzi.
 Quando partì la prima Leopolda, questo giovanotto fu guardato con curiosità. Quando perse con Bersani le primarie, fu visto con attenzione e, se Bersani fosse riuscito a governare, sarebbe a richiedere ai fiorentini di votarlo per la seconda volta sindaco.
 Quando ha vinto le primarie a segretario del PD, Renzi era divenuto la speranza.
 Tutti guardavano a lui. Nella morta gora della politica italiana cominciava a scorrete l’impeto di nuove acque. Chiare, fresche, dolci acque.
 Cominciò a rompere gli schemi: accordo con Berlusconi per la legge elettorale e via con le sue riforme: trasformazione del Senato, “Jobs Act”, e tutto quello che c’è scritto nel “foglio excel”.
 “#lettastaisereno” fu il preludio al licenziamento del primo ministro e la sua veloce sostituzione dopo un ordine del giorno liquidatorio proposto da Renzi e approvato dalla direzione del PD.
 Sembra passato un secolo: l’andar svelto produce questi effetti.
  Lo “stil nuovo” di Renzi mette tutti in tensione. Non si scherza.
 Governare una nazione è complesso: un po’ le cose sono nelle tue mani, che sai come decidere e come fare; un po’, però, sono in altre mani o risiedono in situazioni esterne che ti condizionano.
 Renzi vuole correre. La legge elettorale uscita dal patto con Berlusconi, è già passata alla Camera.
 “Italicum”, l’hanno chiamata, per rispetto del nuovo che avanza; non ci stava di affibbiargli epiteti non in sintonia con la generale benevolenza verso il nuovo capo del Governo.
 Il nuovo passo transita dal Senato, che dovrà certificare la nuova regola e, al tempo stesso, la trasformazione della Camera alta nella Camera delle autonomie.
 Tempi duri, si dice.
 In effetti, correndo, i particolari vengono trascurati. C’è senza dubbio una stretta correlazione tra la riforma elettorale, la soppressione del Senato e la riforma del titolo V della Costituzione. In ordine di logica parrebbe che si dovesse partire da quest’ultima riforma, che dovrebbe riequilibrare i rapporti tra lo Stato centrale e le Regioni (per le province c’è l’eutanasia). Dovrebbe anche, allora, decidere come inserire il Senato delle regioni e dei comuni dentro il nuovo quadro costituzionale. Non si tratta solo di avere organi che non costano, ci vogliono organi che servano a qualcosa.
 Da questo primo riordino del Titolo V nasce il ruolo e la ragione del Senato delle Autonomie, non elettivo, ma di nomina e di rappresentanza territoriale. Questo sarebbe il secondo passo.
 “Last, but not least” c’è l’approvazione della legge elettorale detta “Italicum”.
 Anche per il c.d. “Jobs Act” sono scaturiti problemi. Se, oltre alla Camusso, nota socialista rivoluzionaria, c’è anche Squinzi (quello che umiliò Letta perché non vedeva risultati) che recalcitra, certo tutto questo significa qualcosa.
 “Dieci miliardi per dieci milioni di lavoratori” è una linea giusta. Va contro la recessione. Solleva almeno tre milioni di speranze (il moltiplicatore da uno a tre è prudenziale) e può dare una mano alla ripresa dei consumi.
Certo non è una soluzione senza problemi preliminari. Si può tornare al “deficit spending” utilizzando i risparmi rispetto al tetto del 3% del rapporto deficit/PIL; si può anche utilizzare i risparmi della revisione della spesa o dei minori interessi da pagare se lo spread resta basso.
Non mancano i problemi, però. Intanto perché non si possono tosare i pensionati cosiddetti “ricchi” (non gli straricchi, ma quelli che hanno una pensione lorda di 2.500/3.000 euro) perché se li tosiamo sono questi poi che diminuiscono i consumi. Non percorribile.
Giusta l’accelerazione sui pagamenti della Pubblica Amministrazione. Interessante coinvolgere la Cassa Depositi e Prestiti; c’è soltanto da stare attenti ai dettagli per non finire a favorire le banche.
 Non è facile invece sfoltire i dipendenti statali; non effettuare il ricambio del turnover richiede troppo tempo e non agisce sul piano congiunturale.
 Anche sulle forze armate c’è un problema di questo tipo. Gli F/35 sembrerebbero una partita più agevolmente spendibile, ma c’è da mettere in conto le resistenze degli ambienti militari.
 Dal primo luglio siamo a capo dell’Unione europea. Per quanto se ne sa, solitamente, i dossier da trattare durante un semestre di presidenza, sono preparati per tempo, discussi nei dettagli, sottoposti all’attenzione degli altri. Probabilmente non sarà facile dare quel colpo di reni che Renzi ha in mente. C’è però un appuntamento europeo importante: anche se il Parlamento europeo è il cugino povero delle altre istituzioni dell’Unione, le elezioni di maggio per rinnovarlo possono assumere una valenza straordinaria, su due piani, quello della politica economica e quello della coesione politica dei paesi membri.
 C’è un’aria pesante in giro per l’Unione, principalmente nella “zona euro”, ma anche al di fuori di essa. Cinque anni di guerra economica hanno fatto molte macerie, nell’economia e nella società. Tutto questo si ripercuoterà sulle elezioni; l’affermarsi di partiti e movimenti anti-europei nei paesi dell’euro potrebbe affiancarsi all’attitudine tiepida di molti altri paesi membri (dalla Gran Bretagna in là).
 Sul piano interno c’è molto movimento: il venir meno della candidatura di Berlusconi apre spazi ad altri e se oltre a Lega, Grillo e Fratelli d’Italia anche Forza Italia si buttasse sull’antieuropeismo resterebbe al PD il fardello della difesa del sistema Europa, un sistema restio finora a dare il via ad una politica di sviluppo e contestato anche a sinistra, non solo dalla “lista Tsipras”.
 Forse le elezioni di maggio possono riportare sul P.E. le attenzioni per una politica nell’Unione europea. Il campo socialista è in affanno; la crisi ha prodotto principalmente movimenti di destra, come solitamente avviene. Di destra vera, cattiva, non solo nazionalista, ma anche reazionaria e talvolta nazista. Questo comporta anche una limitazione nelle forze politiche tradizionalmente popolari e conservatrici, che si sentono assediate, anche quelle più tiepide rispetto alla politica europea. Se i socialisti fanno capire che vogliono una politica nuova per la ripresa possono anche prevalere, ma ci vuole chiarezza e determinazione, senza retro pensieri.
 La crisi ucraina ha colto di sorpresa tutti, da Obama a Renzi. E’ in corso un riallineamento dei confini russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica; operazione che si è sviluppata come risposta alla deposizione del presidente ucraino, attraverso il ricorso al referendum popolare massicciamente favorevole alla riannessione della Crimea alla Russia.
La dipendenza europea dalle fonti energetiche russe ha paralizzato tutti; solo la Merkel ha tentato un passo, senza ottenere attenzione nonostante il legame con Gazprom a suo tempo messo in piedi da Schröder.
 La crisi ucraina è apparsa colpire l’Unione europea con durezza; dove non c’è unione politica non può esserci politica estera, e si vede. Renzi e Mogherini si sono accodati al niente.
 Come si vede, oltre a correre c’è anche da approfondire, in Italia e in Europa.
 La questione delle coperture di spesa non è una bazzecola e dalla possibilità di finanziare gli interventi previsti passa gran parte del successo del governo in carica e ciò dipende da Bruxelles, oltre che da Roma ed in entrambi i casi sono le alleanze che determinano i risultati.
 Resterà da vedere se avremo il “new deal” o se ci dovremo contentare dello “stil nuovo”