Bentornati a un nuovo appuntamento con “Cinema Tips”, la rubrica che settimanalmente vi tiene compagnia con piccoli suggerimenti su film e non solo da poter visionare, gustare e meditare. E approposito di meditazione, questa settimana la rubrica vi propone un lungometraggio particolarmente impegnativo, giusto per proseguire alla grande l’Avvento. Settimana scorsa abbiamo parlato di “Mommy”, vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes 2014. Questa settimana parliamo dell’altro film che ha vinto, ex-aequo, lo stesso Premio. Se da una parte c’è stata la consacrazione del giovane Xavier Dolan, da quest’altra viene confermato un talento o, per meglio dire, un filosofo del cinema: Jean-Luc Godard. Il film di oggi è “Adieu au Langage”.
Parliamo del 39° lungometraggio dell’autore francese che in quest’occasione, dall’alto dei suoi 84 anni (all’epoca) realizza un’opera in 3D, a dimostrazione del desiderio ancora vivo di sperimentare e di divertirsi col linguaggio cinematografico. In questo progetto lo sperimentalismo raggiunge livelli estremi in un connubio di immagini e situazioni talmente complicato da tradurre in parole che è sufficiente dire che le immagini parlano da sole. Nel film la trama è estremamente evanescente e diventa, in realtà, un pretesto per parlare di moltissime situazioni presenti nel mondo: dall’arte alla politica fino ad arrivare alla filosofia. Il confronto di Godard oramai non è più con il pubblico, bensì con se stesso, col suo modo di operare nello spazio-tempo dell’universo cinematografico: la sua genialità lo spinge ad essere avanguardista rimanendo al passo coi tempi e fregandosene di compiacere la narrativa. Perché se lui ha attraversato quasi tutte le ere del cinema, il suo lavoro lo dimostra labirinticamente, lasciandoci l’opportunità non di aver visto qualcosa da raccontare, ma vere e proprie emozioni allo stato puro che l’essenza delle immagini sono capaci di esprimere.
Insomma, Godard preme ancor più forte l’acceleratore della sua avanguardia mettendola sulla giostra del 3D e allargando ancor di più i confini dello sperimentalismo. Godard e Dolan, insomma, spopolano a Cannes grazie al loro modo di ricercare: se il canadese configura il ritaglio dell’immagine fotografica adattandola al suo modo di leggere la storia, per dare risalto all’espressività dei volti, dall’altra la narrativa si dissolve a discapito dello sperimentalismo stesso. Un confronto meraviglioso tra due generazioni lontane tra loro, ma unite dall’amore per il cinema che non ha paura e vuole essere filosofia.
Lorenzo Simonini è nato a Viareggio nel 1988. Iscritto al corso di laurea in Cinema e Produzione Multimediale alla Sapienza di Roma, si laurea a pieni voti nel 2014 all’Università di Pisa con una tesi di ricerca sul cineasta amatoriale Costantino Ceccarelli (sul quale pubblica un saggio nel 2015). Ha scritto e diretto cortometraggi e videoclip.
