Due avvertenze: 1) pronunciate sempre con cautela la parola “hacker”; 2) non definitevi mai “hacker”, neppure per scherzo.
L’ultimo libro di Alessandro Curioni, massimo esperto italiano di sicurezza informatica, ci riporta all’epoca in cui gli haker costituivano una comunità di giovani, un po’ sognatori e un po’ fuori dalle righe, con la passione e la curiosità suscitati dall’avvento del personal computer e di internet. Il titolo del libro è “Haker. Storie di uomini e macchine”, edito da Chiarelettere.
“Non sono favorevole a combattere battaglie di retroguardia nella speranza di restituire l’originale connotazione positiva al termine, ma vale la pena almeno ricordarla per sommi capi. Con haker s’intende chi si diverte a esaminare i dettagli dei sistemi di programmazione e a esternderne le possibilità, al contrario della maggior parte degli utenti che preferiscono apprendere lo stretto necessario. In senso più esteso (come specificato nel REC 1932 – Internet User’s Glossary, utile a navigare la costellazione di termini nati con la rete): una persona che si diverte ad avere una competenza intima del funzionamento interno di un sistema, computer e reti di computer in particolare. Questo è quello che si legge nel Jargon File, dal 1975 il compendio dello slang, della tradizione e della cultura legati al mondo degli haker”.
Il libro di Curioni è decisamente divertente (inutile dire della profonda conoscenza che traspare dalla scrittura scorrevole dell’autore) se pensiamo che la prima “magia tecnologica” ebbe a che fare con una truffa telefonica.
1964, John Draper è entrato nell’Aeronautica militare seguendo le orme del padre, ingegnere della Us Air Force, e per ammazzare il tempo inizia a studiare il funzionamento del telefono, entra in contatto con una piccola comunità di phone phreaker, “una particolare categoria segreta di hacker morbosamente attratta dalla manipolazione delle linee telefoniche”, sono tutti non vedenti. Draper inizia a frequentare uno di loro, Danny: e in sua compagnia “scopre come il fischietto regalato insieme ai cereali Cap’n Chrunch è in grado di generare il tono a 2600 Herz che permette di accedere alla linea di servizio delle compagnie telefoniche”.
Darpe si congeda e, mentre studia ingegneria al college, trova lavoro come tecnico nella National Semiconductor, azienda che realizza dispositivi analogici. Il suo nome ha iniziato a circolare nell’underground e sovente i phreacker lo invitano alle loro conferenze telefoniche, è quando adotta lo pseudonimo di Capitain Chrunch. Nel 1971 John Darpe è ormai una celebrità. Anche per l’FBI, che un anno e mezzo dopo lo spedisce in carcere per frode telefonica. Ma la sua storia non finisce lì.
Con Captain Chrunch seguono le storie di Steve Wozniak (Apple), “uno dei massimi esponenti nella storia dell’hacking mondiale”; Robert Tappan Morris, il primo ad avere messo in ginocchio la futura Internet scatenando in rete il leggendario “Great Worm”; Herwart Holland-Moritz “ha incarnato gli ideali originali dell’etica hacker secondo lo spirito e la cultura europei promuovendo, insieme a Steffen Wernery, la nascita del Chaos Computer Club di Amburgo. C’è Kevin Mitnick, l’hacker più ricercato d’America, che a soli dodici anni individuò “una falla nel sistema di obliterazione dei biglietti per viaggiare nell’area metropolitana di Los Angeles”, viaggiando gratuitamente almeno fino a quando non viene scoperto. C’è il californiano Kevin Lee Poulsen, “divenuto celebre grazie ai suoi exploit per truccare i concorsi radiofonici”. Michel Calce (in arte Mafiaboy), il diciassettenne canadese che spense Internet tra il 7 e il 14 febbraio 2000, un “micidiale teppista”. E’ proprio in quegli anni che mass media e grande pubblico finiscono per attribuire al termine hacker il significato di criminale informatico. Ancora altri fenomeni, a noi estranei a questo mondo che Curioni ci fa scoprire, la parte finale del libro è dettagliatamente dedicata alla cronologia di tutte queste “strane storie”.
Il divertimento della lettura è al tempo stesso un vero saggio giornalistico di storia contemporanea. Una specie di guerra romantica tra guardie e ladri, pirati che in fondo suscitano la nostra simpatia per la loro destrezza, e la genialità che li rende personaggi quasi da fumetto piuttosto che criminali.
L’Appendice in chiusura segna un cambio di registro, forse spiega anche il perché di questo tuffo nel passato. “Come si tengono insieme tutte queste contraddizioni?” si chiede Curioni.
“In ognuna delle storie che ho scelto vi sono i semi di quanto è poi accaduto e tutte queste vicende sono in qualche modo emblematiche di qualcosa che si poteva sapere e in alcuni casi si poteva prevenire… Se adesso siete preoccupati, sappiate che avete ragione; se credete che si possa fare qualcosa, ancora una volta siete nel giusto; se infine pensate di essere in tempo… ecco di questo sono un po’ meno sicuro”.
Il divertimento è finito, l’entusiasmo che ci ha contaminato nel seguire le storie del genio informatico per eccellenza, l’hacker, sono state traghettate sulle sponde del Male da un sistema intenzionalmente reso fuori controllo, e la risposta di Curioni è di un amaro realismo.
Dice Alessandro Curioni: “da anni mi occupo di sicurezza digitale con particolare dedizione (o ostinazione) nell’ambito divulgativo, perché, non mi stancherò mai di ripeterlo, la sicurezza digitale nasce da una consapevolezza reale”. Questa frase dovrebbe essere scolpita all’ingresso del Ministero per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, e magari anche nel corridoio delle università che di questa “consapevolezza reale” dovrebbero essere il cervello formativo.

