Meraviglie della Mente - di Ugo Cirilli

Amusia, quando la mente non “decodifica” la musica

Come sarebbe non riuscire a comprendere e ad apprezzare la musica? Non distinguere bene una melodia, avere grandi difficoltà a seguire un ritmo, anche solo per ballare o tamburellare a tempo con un piede? 

Per una parte ristretta della popolazione (circa il 4% secondo alcuni studi) questo scenario è una realtà quotidiana. Si tratta dell’amusia, una condizione che può derivare da cause congenite o da danni cerebrali.

L’amusico non dev’essere affatto confuso con chi è solo stonato, o chi si dimostra poco brillante nella pratica di uno strumento musicale; spesso queste persone hanno solo bisogno di tanto allenamento e di un’adeguata formazione, guidata da insegnanti preparati.

Gli amusici, invece, presentano un’incapacità parziale o totale di processare adeguatamente la musica a livello cerebrale. In alcuni casi non riescono a distinguere nemmeno il genere di un brano. Le melodie possono essere percepite come una sequenza di note quasi casuale, che non suscita piacere o arreca addirittura fastidio. Secondo alcune ricerche, l’amusia fa sì che la persona non distingua, rispetto a una nota iniziale, una variazione inferiore a due semitoni. La causa, quando si tratta di una forma congenita, sembrerebbe un deficit funzionale localizzato nella parte fronto-temporale destra del cervello. Si osservano però anche casi in cui l’amusia insorge a seguito di lesioni cerebrali al lobo temporale, frontale o alla corteccia uditiva. I meccanismi alla base di questa condizione, quindi, devono essere ancora chiariti del tutto. 

Sembra che tra gli amusici rientrino anche famosi personaggi storici: ad esempio il presidente americano Ulysses Grant e Che Guevara, che una volta si lanciò in un tango… peccato che l’orchestra stesse suonando samba. 

Conoscere l’esistenza di questa condizione, anche se riguarda pochi individui, è importante: soprattutto nei bambini rischia di essere fraintesa per svogliatezza o ribellione durante l’ora di musica a scuola. 

Emblematico è il caso della filosofa e scrittrice Ilaria Gaspari, amusica, che ha parlato del suo problema con autoironia. All’asilo le insegnanti, quando sbagliava a battere le mani a tempo, credevano che lo facesse apposta. Alle elementari suonava troppo velocemente il flauto dolce. Nel coro della chiesa non capiva quando inserirsi e finiva per tacere. Con l’adolescenza la situazione non migliorò: si trovò a inventare gusti musicali e temere come un incubo le situazioni di ballo, che le creavano grandi difficoltà. Fortunatamente, ha trovato nelle parole la soddisfazione che le note non potevano darle: a 34 anni è autrice di tre libri, tiene docenze in corsi di scrittura creativa e conferenze.

Pur rappresentando indubbiamente un problema, l’amusia non preclude una vita gratificante e ricca di altre emozioni. Magari meglio evitare di costringersi a ballare, per non incorrere nella situazione in cui si trovò il Che…

Questo articolo è un testo puramente informativo e non rappresenta in nessun modo prescrizioni o consigli medici.