ARCHITETTURA - di Franco Allegretti, ARTE

ARCHITETTURA MEDIEVALE – Biduino e i Templari

Soccorrere i poveri, vestire gli ignudi, visitare gli infermi, seppellire i morti, alleviare tutte le sofferenze… (Capitolo 4° Regola dei Templari)

Siamo giunti all’ultimo articolo sulla scultura nella Toscana litoranea della seconda metà del XII secolo: quella, in particolare, riguardante il Magister Biduino, che lui abbia firmato o che si possa ricondurre alla sua bottega. Sono emerse più domande che risposte, come è giusto che sia. Ho cercato di far emergere la debolezza dell’analisi stilistica, che nel nostro caso evidenzia enormi problemi di attendibilità: del resto, le opinione sullo stile cambiano nel corso del tempo.

Ross Janet, per esempio, nella “The story of Pisa” del 1909, nel descrivere “la vecchia basilica di S. Casciano” non può esimersi di definire “le scortesi sculture di Biduino”.

E ancora: Adolfo Venturi nel libro “L’Arte Romanica” afferma che “il confronto, non privo d’interesse, fa parere men triste scultore Biduino, che ingrandisce le proporzioni delle figure di quella di Barga, ne snoda i movimenti, e infine significa di più dell’altro scultore, il quale a Barga si contenta di attaccare due campanelli alla parete, a Lucca mette addirittura un campanile nel fondo”. 

W.G.  Waters  sempre a proposito di Biduino lo definisce: “ uno dei primi intagliatori toscani. Ciò che gli è rimasto è estremamente “rude” (in inglese e cioè maleducato sgarbato, rozzo, sconcio, volgare) e molto inferiore al lavoro di Rodolfino a Pistoia o di Roberto a Lucca. Decorò le porte di S. Salvatore e S. Giovanni a Lucca di S. Casciano vicino a Pisa, datate 1180; e un sarcofago dentro il Campo Santo, datato 1200”.

Il famoso storico dell’arte Mario Salmi , offre un giudizio stilistico senza appello: “la quale, movendo dall’architrave di San Cassiano a figure lunghe e sottili, inspirate all’arte di Guglielmo ma di scarsa consistenza e affollate in una composizione che deriva dai sarcofagi romani – Biduino scolpi e segnò col suo nome un sarcofago strigilato di imitazione classica ora nel Camposanto di Pisa – passa ad una maggior saldezza di rilievo nell’architrave della raccolta Mazzarosa di Lucca proveniente, secondo  il Ridolfi da Sant’Angelo in Campo presso quella città e a quello di una porta di San Salvatore a Lucca più equilibrato nella composizione, semplificato nei panneggi e di una maggiore corporeità”.

Questi tombali giudizi, che denotano un’evidente sottovalutazione delle opere, riescono in poco tempo a passare alla riscoperta, all’attenzione fino all’elogio più sfrenato. Questi cambiamenti di valutazione hanno una ragione che cercherò di spiegare più avanti.

L’analisi stilistica è ormai solo pura descrizione. Senza alcun approfondimento, senza porsi il problema del perché di quelle sculture. Così  è nella  scultura, così è in architettura. Ad esempio, la critica tralascia un aspetto che per l’analisi che ritengo fondamentale.  Chi sono i committenti di queste opere ? Purtroppo, il periodo di riferimento è contraddistinto  da testimonianze scritte (pochissime) troppo sintetiche, o troppo vaghe. Nel nostro caso, non esiste documentazione sufficiente per avere certezza della committenza che voleva da Biduino (o chiunque altro appartenesse alla sua orbita) ciò che di suo è potuto arrivare fino a noi. Ma qualche indizio esiste. 

Sappiamo, ad esempio, che l’architrave di S.Salvatore a Lucca era per un chiesa di una compagnia (la Misericordia) che potremo definire di mutuo soccorso. Mentre l’architrave di S.Cassiano era per un insediamento dell’Ordine dei Templari.  Lo stesso S.Leonardo al Frigido è attestato all’Ordine di S.Giovanni solo nel 1333 (prima non vi è nessuna certezza): ma questa data è importante perché è successiva alla famosa Bolla Papale di Vienne del 22 marzo  1312 “Vox in eccelso”, con la quale Clemente V (il papa che spostò la sede papale a Poitiers) soppresse l’Ordine dei Templari, e successivamente divise le sue proprietà tra i Teutonici e i Gerosolimitani. 

Nel maggio 1312 il Papa assegnò i beni in Italia dell’Ordine dei Templari ai Gerosolimitani. Anche se costoro incontrarono ritardi e difficoltà nell’entrare effettivamente in loro possesso. 

Sappiamo che la dinamica insediattiva dei Templari, come per i Gerosolimitani, era quella di privilegiare le località costiere. La domus dei Templari di Venezia risulta già prima del 1144. Le case templari a Genova e a Pisa risultano posteriori di uno o due decenni. La scelta è ampiamente comprensiva anche in ragione del ruolo strategico e funzionale che le due città hanno avuto nelle Crociate. Da qui l’insediamento procedeva verso l’interno preferendo la localizzazione sulle linee di maggior traffico (Francigena, Romea ecc..).  Si ha testimonianza di sette case templari localizzabili a Lucca, San Gimignano, Siena, Viterbo, Vetralla, Sutri e, naturalmente, a Roma. 

In queste potrebbe rientrare non solo S.Leonardo al Frigido, ma anche San Savino e San Cassiano.

La soppressione dell’Ordine non fu un fulmine a ciel sereno.  Il nuovo Papa, subito dopo la sua elezione iniziò nel 1307, approvò il primo atto formale della Santa Sede contro l’Ordine: nella bolla Pastoralis praeeminentiae, Clemente V invita sovrani, autorità secolari e inquisitori dei vari stati e provincie della cristianità, a procedere in nome del papato alla cattura delle persone, al sequestro e alla custodia dei beni spettanti al sodalizio religioso-militare dei Templari. Se nel Nord d’Italia il compito fu assegnato ai Domenicani, in Romagna e Toscana spettò ai Francescani.

Ma questa azione tesa alla soppressione dell’Ordine dei Templari incontrò forti difficoltà. Il lavoro dei Francescani fu alquanto insoddisfacente, a tal punto che papa Clemente V con lettera del 27 giugno del 1311 chiede ai presuli di Pisa, Ravenna, Firenze e Cremona di ripetere gli interrogatori e di servirsi della tortura per strappare, finalmente, confessioni e appurare per tale via l’“odiosa malvagità” dei frati-cavalieri.

La storia si colora anche di altri particolari.

Il vescovo, un certo Giovanni di Polo (domenicano) che fu eletto arcivescovo di Pisa da papa Bonifacio VIII (famiglia Caetani) il 2 febbraio 1299, rimanendovi fino al 10 maggio 1312 quando fu trasferito da Clemente V alla diocesi cipriota di Nicosia e a Cipro,  morì nel 1322. E’ storicamente nota l’avversione di Clemente V a Bonifacio VIII, suo precedessore. Anche l’assegnazione a Nicosia (ultimo baluardo cristiano dopo la perdita dei territori d’oltre mare) non appare una promozione, ma piuttosto un allontanamento.

Gli subentrò Oddone della Sala (domenicano) che fu trasferito a Pisa nel 1312 e rimase a capo dell’arcidiocesi toscana fino al 1323 quando venne nominato patriarca latino di Alessandria d’Egitto. La lettera del 27 giugno 1311 di Clemente V è raccolta con solerzia  dal nuovo vescovo di Pisa, applicandone alla lettera le disposizioni contenute e cioè la tortura.

La soppressione dei Templari avviene con la bolla del Marzo 1312. A Maggio si era insediato il nuovo vescovo e l’Ordine dei Templari scompare e gli subentra quello dei gerosolimitani. Da qui è possibile ipotizzare, con una certa fondatezza, che i committenti dell’opera di Biduino siano stati, quindi, non gli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, ma i Templari (che furono fondati tra il 1118-1119 ed ufficializzati nel 1129, anche se la bolla “Omne Datum Optimum” di Innocenzo II è del 1138). 

Giotto. Sogno di Innocenzo III (1290-1295), affresco; Assisi, Basilica Superiore di San Francesco

Quella libertà espressiva di cui Biduino aveva bisogno è garantita da committenti che nella seconda metà del XII secolo rappresentavano un’importante e potente organizzazione monastica, militare e finanziaria.

Ulteriore elemento storico che viene tralasciato è il ruolo del Papato,il quale dopo la spinta di riforma di Gregorio VII (1073-1085) ispirata dal successo delle esperienze monastiche con il centro di Cluny, fece emergere la necessità di una profonda modifica della Chiesa Cattolica.

Tutto il secolo XII è caratterizzato da ben 17 papi e 10 antipapi. Da ricordare Gelasio (dal greco ‘sorridente’, appartenente alla famiglia pisana dei Caetani), e Innocenzo III che avviò la crociata contro i “catari”.

E’ in questo quadro di mutazioni sociali, culturali, teologiche e economiche, che si devono inquadrare le opere di Biduino. Ma nei saggi tradizionali di tutto questo non troverete nulla.

Nella recente pubblicazione, Dalli Regoli Gigetta (pag. 228) scrive:

La lastra poggia su due capitelli con base rettangolare, dalla quale si leva un giro di foglie d’acanto; accoccolate sulla sporgenza del fogliame sono due coppie di scimmie rivolte, a due a due, indicazione opposta, quella di sinistra come cinte alla vita, quelle di destra, sedute schiena contro schiena come le precedenti, non mostrano vincoli espliciti ; una delle due è azzannata all’orecchio da un piccolo drago. Quindi i due stipiti, quello di sinistra sicuramente ricavato da un sarcofago, l’altro forse dal frammento di un analogo manufatto. Tale origine può aver inciso sulla diversa impostazione dei due pezzi, uno suddiviso in due settori lavorati in “cavo”, che recano, entro ben definite cornici, due storie di Maria , Annunciazione e Visitazione; l’altra dove compare a tutto campo una figura lavorata a rilievo : è l’immagine di san Leonardo, con saio e pastorale appoggiato al fianco, il quale, sollevando fra le mani un prigioniero ammanettato, si espande oltre la faccia anteriore del pilastro e quindi sul lato breve; priva d’incorniciatura, e lavorata con grande sicurezza nell’intaglio della pietra, la figura risulta particolarmente originale nell’impostazione, poiché, girando sullo spigolo, valeva ad accompagnare l’ingresso di coloro  che all’origine, entravano nell’edificio. La figura del prigioniero si collegava inoltre alle coppie di scimmie.

Oppure pure ipotesi come per i capitelli delle scimmie “ animali abitualmente tenuti “al laccio”, ovvero in uno stato oscillante fra libertà e cattività.” ed iperbole come “ Sembra che Biduino abbia avuto un ruolo importante di collaboratore e successore di Guglielmo nel cantiere aperto presso i grossi edifici pisani. (con riferimento soprattutto al duomo e al campanile) e nell’ambito di una maestranza attivissima, che smistava oculatamente le commissioni affidando i lavori più di un collaboratore, guardando con attenzione agli esiti di altre imprese di particolare rilievo, quale ad esempio quella dell’Abbazia di sant’Antino.”

Ancora stile, ipotesi di propagazione basate sull’analisi stilistica non suffragate da riscontri certi.

L’opera (qualsiasi opera) raccontata, anche se accompagnata da belle fotografie non cerca di capire i legami tra forma e contenuto.  Gran parte dei saggi risultano asettici. L’importante è riconfermare il concetto se l’arte si distingue in un mondo a se stante, esclusivamente accademico, solo per specialisti. Unica preoccupazione è la datazione: cosa importante, ma talmente aleatoria che si deve sempre mettere ‘circa’ in bella mostra.

L’altra attività dei nostri storici dell’arte è quella di ipotizzare le influenze di questo o di quell’altro autore (o sua bottega, o le più delle volte anonimo). Biduino (o la sua bottega) è definito essenzialmente un artista che si rifà alla tradizione classica.  La prova di questa sua influenza classicista sarebbe perché a quel tempo poteva vedere a Pisa un gran numero di reperti dell’epoca romana.  E il suo contesto artistico, sociale, politico dov’è? 

E’la riproposizione  della teoria dell’arte per l’arte, e dell’uomo creatore di umanistica impostazione. La questione da porsi è perché questi illustri storici dell’arte non riescono a vedere il legame che esiste, visibile, quasi provocante tra forma e contenuto ?

Una prima risposta è sicuramente l’ideologia. Appartengono un pò tutti a quel sistema di “ideologia per immagini” conservatrice, scartando con disprezzo “l’ideologia per immagini critica”. Il cambiamento nei confronti della scultura è avvenuto nel secolo scorso grazie, sostanzialmente, all’arte contemporanea che come un tornado rompendo i paradigmi stilistici ha aperto orizzonti immaginabili.

Ma la seconda è sicuramente una questione un più terrena. Ad esempio nel 2001, la casa d’aste Wannenes di Genova, che nella sua presentazione si definisce  tesa a “cogliere le molteplici opportunità offerte da un mercato sempre più internazionale, e da un collezionismo sempre più sofisticato ed erudito”, informa che mette appunto all’asta un capitello. Questo importante capitello in marmo bianco, secondo la casa d’aste Wannenes di Genova è “databile al 1200 circa, andrà attribuito al Biduino (? – circa 1200), artista esponente del romanico pisano e documentato tra il 1173 e il 1194: una personalità intrigante, fortemente influenzata dai grandi esempi di scultura romana e tardo-antica, eppur vicina non solo ad una visione che diremmo bizantina ma anche, in qualche modo, all’arte provenzale”.

Ritroviamo qui alcune delle “speculazioni stilistiche” dei nostri storici dell’arte, che non a caso dell’attribuzione fanno vanitosa ostentazione. Ma la casa d’aste ci dice anche che “il nostro marmo proviene da una delle logge del Duomo di Pisa, quasi certamente in seguito ad uno dei numerosi interventi di restauro realizzati tra il XVIII e il XIX secolo”.  La casa d’aste ci fornisce anche la bibliografia di riferimento a supporto dell’attribuzione a Biduino in quanto è stato “di uno studio approfondito del 1990 di Enrico Castelnuovo (E.Castelnuovo, in “Antichi Maestri e Pittori – Da Biduino ad Algardi. Pittura e scultura a confronto”, catalogo della mostra a cura di G. Romano, Torino 1990, pp. 10-15, n.1);  e poi “P. Sanpaolesi, “il campanile di Pisa”, Pisa 1956, c. Gomez-Moreno, “the Doorway of S. leonardo al Frigido and the problem of Master Biduino”, in “the Metropolitan Museum of Art Bulletin”, XXIII (1965), pp. 349-361,” ed altri.

La stima a base d’asta del capitello che proviene dalla Duomo di Pisa  è tra € 150.000 e € 180.000.

E’ una conclusione un po’ amara.

Un carissimo amico mi ha chiesto il perché di questi articoli sull’iconografia dei manoscritti, il tema della Torre di Babele, la Visitazione, e soprattutto Biduino. Ho scelto questa strada che ritengo più esplicativa rispetto all’analisi dell’architettura dello stesso periodo in quanto da questa lunga storia emerge con estrema forza la necessità di un approccio diverso. Un approccio che si basi sull’ideologia delle immagini critica, per far emergere il rapporto tra forma e contenuto. Non so se questo mio obiettivo è stato raggiunto. Io ci ho provato.

Ma ora è di passare all’architettura.

(continua)