CAMPO DI MARTE - Editoriale di Aldo Belli

Cani randagi alle frontiere e l’Occidente vigliacco (VIDEO)

di ALDO BELLI – I lacrimogeni polacchi contro i migranti al confine, come parole al vento che si disperdono nello spazio di un mattino.

Il problema è che noi apparteniamo a quella generazione che gridava Questo mondo non ci piace, sotto il cielo nelle piazze e nelle vie, al tavolo di un bar, nell’aula magna di una scuola, con in mano una stecca di biliardo marinate le lezioni, forse talvolta esagerando, ma con gli occhi partecipi alla vita che si consumava ovunque si trovasse. Illusi, può essere. Eppure ottimisti sulla possibilità di trovare una voce che desse giustizia alle ingiustizie.

La politica quando dimentica la morale e diventa moralista, si trasforma in sepolcro imbiancato: le frontiere aggredite da branchi di cani randagi sono l’epilogo dell’Europa che non è più l’Europa che la storia ci ha consegnato: quella del 1789, l’Europa della vittoria sul Nazismo, l’Europa di Adenauer e Alcide De Gasperi, l’Europa dell’Atlantismo, l’Europa della caduta del Muro di Berlino.

Le immagini sono quelle di uomini donne e bambini alla mercé di governi malvagi e tiranni a noi vicini, nei cui confronti l’Europa – e l’Italia prima degli altri per la sua collocazione geo-politica e storica – ha rinunciato ogni azione diplomatica: la politica estera non esiste più, se non come ministero funzionale agli affari economici. A poco serve dividersi sull’umanitarismo se i veri cani proseguono indisturbati ad affondare la lama sui popoli inermi. Si tenda la mano o si alzino nuovi fili spinati, in terra o per mare, i migranti che premono alle nostre frontiere rimangono un’onta sulle nostre coscienze. Aldo Moro, Enrico Berlinguer, Mitterand o Olof Palme, Jimmy Carter, neppure Henry Kissinger, o James Callaghan, avrebbero mai consentito alle frontiere dell’Europa uomini donne e bambini trasformati in cani randagi.

Umanitari sempre, idioti no se possibile: perché dopo averne accolti mille altri mille verranno. Una storia infinita di miseria umana: quella dei migranti che fuggono, e la nostra miseria umana che li accoglie in nuovi lager che si finge di non vedere, alimentando il mercato moderno degli esseri umani. Sì, saremo degli illusi, ma Questo mondo ci piace ancora meno di ieri.

E’ il paradosso che galleggia tra l’internazionalismo stantio e il nuovo America first.

I reduci sconsolati dell‘internazionalismo, non meno dei biascicaostie che Gesù cacciò dal Tempio, pensano di risolvere la propria coscienza con l’accoglienza rigeneratrice che evoca il mondo senza frontiere, mi ricorda molto quelle immagini dei cinesi vestiti tutti con la stessa divisa. Il pacifismo senza nemici non è meno falso del pacifismo con un solo nemico (come era quello degli anni Settanta e Ottanta).

America first, invece (che ha contaminato anche l’Europa e l’Italia) significa la rivendicazione come primato dell’appartenenza nazionale: prima noi e poi tutto ciò che sta fuori. Allora, mi chiedo (al di là della constatazione dell’interdipendenza del mondo, e lo dimostra anche il fenomeno dei migranti): com’è possibile un’idea fondata sulla propria identità e sui propri bisogni economici, senza riconoscere anche agli altri il diritto di essere first nel proprio paese? Non esiste nazione che possa definirsi compiutamente libera se intorno a sé esistono popoli privati della libertà: rimane una libertà condizionata. E’ così che funziona la storia reale.

Questo è il problema. Che molti della nostra generazione sono rimasti aggrappati al pensiero che siamo tutti fratelli e compagni, ma alcuni sono più fratelli e compagni degli altri. E altri neppure fratelli. Molti che ancora tengono in mente Giorgio La Pira, padre costituente della Repubblica, il sindaco di Firenze che espresse con queste parole la propria concezione della carità e del rispetto della dignità umana, presentandosi al Consiglio Comunale della sua città: “Se c’è uno che soffre io ho un dovere preciso: intervenire in tutti i modi, con tutti gli accorgimenti che l’amore suggerisce e che la legge fornisce, perché quella sofferenza sia o diminuita o lenita. Altra norma di condotta per un Sindaco in genere e per un Sindaco cristiano in ispecie non c’è”.

Parole al vento, sì. Come le ultime immagini dal confine della Polonia. Con l’umile illusione che qualche granello il vento lo porti lontano nel tempo, negli occhi di chi abbia il coraggio non solo di tendere la mano a chi soffre, ma anche di strappare le radici che generano quella sofferenza. Perché ogni uomo donna e bambino, ha diritto di nascere, crescere, e vivere, libero e felice, nella propria terra.


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