Chaim Grade “Fedeltà e tradimento”

di ESTER MARINAI – Fedeltà alla tradizione o tradimento? Niente di più autobiografico e universale del libro del grande scrittore yiddish.

Due racconti, un unico dilemma: fedeltà alla tradizione o tradimento? Niente di più autobiografico e universale al tempo stesso per fare da leitmotiv all’opera di uno dei più grandi scrittori in yiddish del Novecento.

Nella vita di ciascuno, prima o poi a tutti viene posto un aut aut: attenersi fedelmente ai valori etico-religiosi che ci sono stati trasmessi dalla nascita oppure abbracciare i principi di una modernità in continuo mutamento? Si è perfettamente consapevoli di dover prendere una decisione, ma – come ben si sa – nulla è veramente così semplice e questo è per molti fonte di turbamento. E certamente lo deve essere stato pure per lo stesso Chaim Grade (1910 – 1982), scrittore ebreo di Vilna definito da Elie Wiesel uno “tra i più grandi, se non il più grande, romanziere yiddish”.
Cresciuto nella comunità ebraica della sua città, a vent’anni decise di abbandonare quel mondo assieme alle aspettative dei genitori, i quali lo avevano destinato a diventare rabbino. Nessuno meglio di lui può dunque conoscere l’argomento in questione, che è per l’appunto il fil rouge di due racconti scritti dopo la Seconda Guerra Mondiale ma che la casa editrice italiana Giuntina ha pubblicato solo nel 2021 e ha riunito sotto il titolo di Fedeltà e tradimento.

Il Giuramento è il primo dei due racconti ed è ambientato dopo la Prima Guerra Mondiale nel quartiere ebraico di Vilna. Shlomo Zalman Rapoport, anziano e malato mercante di granaglie ormai sul letto di morte, esprime ai figli Gavriel e Asne i suoi ultimi desideri: a lui impone di lasciare l’università e i suoi studi di agraria in modo da potersi dedicare interamente agli studi talmudici e diventare talmudista; a lei di sposare uno studente di yeshivà (accademia di studi talmudici). Pretende che diventino ebrei di stretta osservanza e, come si può evincere dal titolo, ingiunge a entrambi di fare giuramento. La volontà del padre però non rispecchia affatto i sogni e le aspirazioni dei due giovani, i quali infatti non riusciranno a osservare il giuramento. Ecco che il loro carattere ribelle entra in contrasto con la dirittura morale della madre Bat Sheva e del rabbi Avraham Abba Zelikman.

In seguito, abbiamo La mia contesa con Hersh Rasseyner. Chaim Vilner è un poeta piuttosto noto che nel 1937 torna dopo ben sette anni nella città dove aveva studiato alla yeshivà di Novaredok e incontra un vecchio amico, il musernik Hersh Rasseyner. Il caso vuole che i due si incontrino nuovamente a Parigi nell’estate del 1948, nove anni più tardi e in seguito a una rovinosa guerra mondiale. L’Hôtel de Ville parigino fa da sfondo e da campo di battaglia a un acceso dibattito tra etica religiosa e razionalista, che sfocia in un vero e proprio scontro tra sacro e profano, tra il dogmatismo proprio dei testi sacri e l’incessante investigazione che è parte integrante del pensiero scientifico occidentale. Un conflitto che, secondo alcuni critici, rispecchierebbe i due lati caratterialmente predominanti dello stesso autore.

Se è vero che entrambi i racconti contengono elementi palesemente autobiografici, è altrettanto vero che è il dilemma ad essere il vero protagonista. Ciascun personaggio, nessuno escluso, si trova a un bivio: ancorarsi saldamente alle certezze che solo la tradizione può dare, oppure trasgredire e aprirsi all’ignoto? Quale la decisione migliore da prendere?

L’autore non fornisce una risposta ben precisa. Nel Giuramento, sarà la volontà del padre defunto a sembrare maggiormente sensata, o almeno lo è agli occhi della vedova Bat Sheva, la cui stima e fiducia nel marito non accennano a scemare. Dato che al termine del racconto il punto di vista adottato è il suo, il lettore ne viene necessariamente influenzato e potrebbe non pensare immediatamente alla relatività di tale frangente. Chi può, infatti, stabilire con certezza come si possano sentire realmente i figli, se nella parte finale del racconto non vengono minimamente chiamati in causa?

Se in questo caso la presa di posizione di Grade non è ben chiara, nella Contesa appare decisamente più evidente. La disputa non vede né vincitori né vinti, solo una riconciliazione finale.

Credo personalmente che l’ordine in cui la Giuntina ha disposto i racconti sia determinante, poiché si collocano rispettivamente prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si tratta, infatti, di un evento storico traumatico e traumatizzante, che ha cambiato per sempre il nostro sguardo su concezioni riguardanti l’uomo e il mondo, un tempo apparentemente consolidate e indiscutibili. Ed è proprio l’accostamento di questi due racconti a mettere fortemente in evidenza tale ribaltamento.

Nel primo racconto, prevale ancora la volontà da parte della comunità ebraica di Vilna di affermare la loro identità religiosa e culturale, insieme alla tendenza a disgiungersi dal resto della società. Nel secondo, avviene l’opposto, proprio perché più ci si avvicina alla conclusione e più la forza disgregatrice iniziale perde vigore. Entrambi i protagonisti sono riusciti a sopravvivere all’Olocausto, solo che Hersh Rasseyner si è afferrato ancora di più alla propria fede – già salda di per sé – ed è diventato ancora più osservante, mentre Chaim Vilner ha acquisito un’ulteriore consapevolezza. Non tornerà certo sui suoi passi, né si pentirà della strada intrapresa sin dalla gioventù. Ha però capito che «la disgrazia [li] ha colpiti tutti quanti allo stesso modo», sia gli ebrei laici che quelli ortodossi. Quindi, la frattura che si è andata a creare all’interno dell’ebraismo non ha più senso: vanno tutti a formare la Comunità d’Israele, e per questo è necessario che questi due mondi finalmente si ricongiungano. Ciò può avvenire solo attraverso l’amore e il perdono.

A questo punto, ci è ormai chiaro che il desiderio di Grade è di scendere a compromessi sia con la parte più conservatrice che con quella più indagatrice che sono in noi. Ci pone così di fronte a una soluzione alternativa al nostro quesito iniziale, che ovviamente va ben oltre i confini dell’ebraismo.

Ma fino a che punto possiamo venire a patti col terrore dell’ignoto appellandoci alla tradizione ereditata e al tempo stesso affrontare tale paura grazie all’esplorazione e alla conoscenza?
A tal proposito, molto significativa e pertinente è la domanda che Anna Linda Callow e Tommaso Bellini si pongono a ragion veduta nella postfazione: «C’è uno spazio per noi tra la maledizione eterna del nomadismo culturale, fatto di aperture di nuovi orizzonti e spostamento del campo, di dubbio e di solitudine, e l’ingiunzione secca di Qohelet?».

Insomma, una panacea non esiste. Al contrario della problematica emersa, non c’è una risposta che si possa adattare a chiunque, in quanto strettamente personale.

L’insegnamento trasmesso da quelle pagine dovrebbe invece essere valido per tutti: «Reb Hersh è notte tarda ormai, salutiamoci. Le nostre vie sono diverse, sia nello spirito, sia nei piccoli dettagli materiali. La tempesta che ci ha strappati ci getta, noi, i pochi sopravvissuti, in tutti gli angoli del mondo. Chissà se ci incroceremo ancora. Magari potessimo entrambi meritare di incontrarci una volta di più per vedere a che punto siamo. E magari potessi, quel giorno, essere tanto ebreo quanto lo sono oggi. Reb Hersh, scambiamoci un bacio…»