CULTURA, SCHOLE' - di Massimo Gargiulo

Cicerone, il figlio Marco e l’insegnamento dei luoghi

di MASSIMO GARGIULO – Le piattaforme online, che pure sono utili, lo sono in una forma complementare e non sostitutiva dei luoghi

Il grande scrittore e uomo politico romano Cicerone, pur noto per lo più per la straordinaria produzione oratoria e per i trattati, ci consente, in particolare attraverso le lettere, anche uno sguardo su una sua dimensione più intima, all’interno della quale mi sembra possa essere di grande interesse, per le riflessioni sulla scuola che vengono fatte in questa rubrica, il rapporto con il figlio Marco.

Esso infatti ha alcuni aspetti di grande modernità e si realizza secondo dinamiche tutt’oggi vive e oggetto di studio. La prima, classica, fu la pressione del padre perché il giovane seguisse le sue orme gloriose; in realtà possiamo ipotizzare, anche andando oltre ciò che è documentato, che se i tempi lo avessero consentito, tali aspettative si sarebbero riversate piuttosto sulla adorata figlia maggiore Tullia, la quale mostrava maggiore propensione a ciò, cosa della quale il fratello non poteva non essere consapevole.

Le attese riposte in Marco furono però deluse, o meglio Cicerone dovette constatare, quando il figlio si distinse come ufficiale al fianco di Pompeo nella guerra civile contro Cesare, che era altro ciò per cui quello si sentiva portato. La seconda dinamica molto moderna fu che i genitori si separarono, evento dopo il quale Marco fu inviato ad Atene a perfezionare gli studi, di nuovo con scarsi risultati. Furono ancora le armi, questa volta prestate ai Cesaricidi, a riabilitarlo. La difficoltà del rapporto non impedì che, ucciso il padre dai sicari di Antonio, fosse lui insieme a Tirone a curarne la pubblicazione delle lettere.

In realtà il quadro è ancora più complesso. Nel 45, quando Marco aveva vent’anni, morì la sorella Tullia. Il dolore di Cicerone fu grandissimo e, insieme al fastidio dichiarato per l’attività politica e forense, questo fu uno dei motivi che lo indussero a dedicarsi alla riflessione filosofica. All’interno di questa produzione si colloca il De officiis, un’opera in cui si forniscono precetti relativi ai comportamenti da tenere nelle diverse circostanze della vita. Ebbene, quest’opera è dedicata proprio al figlio. Ciò rientrava in una consolidata tradizione letteraria, ma non poteva essere estraneo alla scelta il rapporto complesso cui si è brevemente accennato.

Marco si trovava infatti nel soggiorno di studio ad Atene, prassi diffusa allora per i giovani romani di buona famiglia. Sarebbe stato, come anticipato, uno dei suoi fallimenti, tra i più difficili da far digerire al padre, come attestano le lettere in cui più volte egli rinnova i buoni propositi, puntualmente disattesi tra insuccessi scolastici, vino, cattive frequentazioni.

Proprio all’inizio dell’opera Cicerone gli scrive che, nonostante egli sia già presso un maestro eccellente come Cratippo, potrà grazie a quest’opera che il padre gli dedica trovare una sintesi tra i precetti della filosofia greca e una mirabile esposizione in latino. Di nuovo si pone come modello. È molto interessante una espressione che troviamo proprio nella prima frase, allorché Cicerone dice al figlio che necessariamente, dopo un anno ad Atene presso Cratippo, egli è colmo di precetti filosofici “propter summam et doctoris auctoritatem et urbis”, cioè per via della assoluta rinomanza del maestro e della città. Cicerone pone in una relazione binaria i due termini, maestro e città, come fa subito dopo quando dice che il primo avrebbe fatto crescere il figlio grazie alla sua sapienza, la seconda grazie ai suoi esempi.

Lasciando per un momento il rapporto padre-figlio, soffermiamoci su questo perfetto parallelismo, che assegna una analoga capacità didattica all’insegante e al luogo, e che assume risonanze tutte particolari ora che la scuola è ritornata in buona parte a quel non luogo che sono le lezioni online.

Le piattaforme parlano delle proprie aule virtuali come stanze, nelle quali si vedono di docenti e allievi i quadratini con le facce e uno sfondo, se non alterato, di camere della casa. Tra i venti e i trenta volti, senza reale spessore fisico, sullo schermo. Viene in mente come la dimensione dell’insegnamento del luogo a cui allude Cicerone sia inevitabilmente persa; viene in mente la lezione pasoliniana sulla formazione prodotta dagli oggetti e dagli spazi.

Ora, è vero che Atene aveva uno statuto del tutto particolare, per la sua storia passata e in quanto ancora sede delle più importanti scuole filosofiche, ciò che faceva sì che essa fosse una miniera di exempla per il giovane, laddove le nostre scuole sono spesso, purtroppo, esempio di trascurata bruttezza, ma l’intuizione ciceroniana conserva anche una validità generale. Per comprenderla meglio può essere utile un brano del Fedro di Platone che egli dovette aver presente. Socrate ha esaltato la campagna idilliaca in cui si è recato con Fedro, che si meraviglia dello stupore dell’altro per un luogo che gli dovrebbe essere familiare. Socrate risponde che raramente esce fuori dalle mura e così argomenta: “io sono uno che ama conoscere, ma i campi e gli alberi non mi vogliono insegnare nulla, come invece fanno le persone nella città”.

Ora, se Socrate non parla espressamente dell’insegnamento da parte del luogo, bensì di quello degli uomini, è chiaro che quest’ultimo non può essere disgiunto dalla città in cui essi operano. Torniamo alle parole di Cicerone al figlio, secondo le quali l’insegnamento non viene dall’unico canale del maestro, ma anche dal contesto nel quale si svolge.

Le piattaforme online, che pure sono utili, lo sono in una forma complementare e, va ribadito, non sostitutiva di un reale ambiente didattico, il quale contribuisce ad insegnare in sé e per l’interazione che vi si svolge. Queste dimensioni, pur a dispetto di tutti i buoni propositi, si perdono inevitabilmente se il luogo abitato da docenti e ragazzi è la dimensione piatta dello schermo.

Cosa scriverebbe oggi Cicerone al figlio connesso con un illustre professore ad Atene? Che abbonda di precetti in virtù della assoluta rinomanza di quello, ma senza città, senza esempi, senza persone.