Guillero Del Toro, autore di questo lungometraggio che ha fatto incetta di premi, dal Festival di Venezia ai Premi Oscar, dà vita a un amore che, nel suo aspetto più superficiale, non ha niente di diverso dalle storie delle fiabe più classiche. Tuttavia, basta davvero un passo più in profondità per trovare tanti elementi e riferimenti a cui prestare attenzione.
Innanzitutto la narrazione non è altro che lo scontro, esistente sin dai tempi delle tradizioni orali, di logos, ossia la parte razionale dell’umanità, e pathos, cioè la parte emozionale dell’umanità. La prima è rappresentata dal principale antagonista di questa fiaba, ossia la scienza fredda che considera la “creatura” come qualcosa di non-umano e, allo stesso tempo, come qualcosa da studiare per arricchire il proprio ego a scapito del nemico. Non va tralasciato, infatti, che il film si colloca, a livello storico, durante gli anni più cupi della guerra fredda, aspetto che viene esteticamente rappresentato dalla fotografia, piena di colori saturi ma scuri. La seconda parte, invece, è rappresentata dai due amanti, entrambi, per due motivi differenti, estraniati dal contesto della realtà: lei, muta ma non sorda, si esprime con il linguaggio dei segni che, risultando incomprensibile da chi riveste il ruolo della scienza, la quale si sente attratta da questo elemento non ordinario per una persona, lo sfrutta a proprio vantaggio; lui, capace di provare vere emozioni come gli umani ma dall’aspetto esteriore e dal modo di vivere molto lontano, arriva a conoscere la bellezza dell’amore in maniera molto più sincera di un uomo che ha fatto della ragione la sua esistenza.
Ad aiutare i protagonisti ci sono una serie di personaggi che si ritrovano a ricredere ai propri principi: la collega della protagonista, disillusa che possa esistere un sentimento positivo, che vede nei due amanti qualcosa che supera quel banale ordinario a cui è abituata; la spia sovietica, uomo di scienza che è riuscito a unire la ragione al sentimento e che si sacrifica per questo credo; infine l’artista amico della protagonista, uomo che fa del sentimento il suo modo di vivere, ma che di fronte a quella “creatura” si stupisce ancor di più, come solo un bambino, e non più un adulto, sa fare.
Un film, dunque, che utilizza la ferita presente in tutti noi tra ragione e sentimento come chiave di lettura per fare in modo che la fantasia si coaguli a una triste realtà, trionfando secondo lo stile estetico che caratterizza Guillermo Del Toro.
Lorenzo Simonini è nato a Viareggio nel 1988. Iscritto al corso di laurea in Cinema e Produzione Multimediale alla Sapienza di Roma, si laurea a pieni voti nel 2014 all’Università di Pisa con una tesi di ricerca sul cineasta amatoriale Costantino Ceccarelli (sul quale pubblica un saggio nel 2015). Ha scritto e diretto cortometraggi e videoclip.
