Home I RACCONTI BREVI di Annamaria Barone CONTAVA I PASSI (racconto breve)

CONTAVA I PASSI (racconto breve)

by Annamaria Barone
Il faro

Con fatica, dolorosamente, cercava di muovere quelle gambe che non volevano saperne di piegarsi. Un brutto incidente, un faro, un grande amore, il dono della vita

Con fatica, dolorosamente, cercava di muovere quelle gambe che non volevano saperne di piegarsi.

Forzava sulle stampelle, sudava e sbuffava, e spesso lacrime di rabbia premevano dispettose dai suoi occhi ma caparbiamente le ricacciava indietro. La sua meta era il faro in fondo al sentiero, ogni giorno almeno dieci passi in più, erano settimane che si era posto quell’obiettivo, il primo di quella sua rinascita.

Ricordava con dolore i mesi precedenti in quel maledetto ospedale, poche le speranze che sarebbe riuscito a camminare di nuovo, immobile nel suo letto, lo sguardo fisso a quel soffitto di cui aveva imparato ogni macchia, ogni crepa, ogni rugosità della vernice.

Grosse gocce di sudore gli colavano dalle tempie, quel giorno sarebbe arrivato fino al muretto di pietra sul quale si sarebbe riposato prima di tornare indietro.

“Non possiamo fare più niente per lei, clinicamente è guarito, la fisioterapia le ha ridato tono alla muscolatura ed ora dipende tutto da lei, dalla sua forza di volontà, dal desiderio di tornare alla normalità e ricominciare la sua vita da dove l’ha interrotta molti mesi fa”.

Ricominciare a vivere: come avrebbe fatto senza di lei? Che vita sarebbe stata la sua sua? Il suo unico desiderio per molti mesi era stato quello di addormentarsi e non svegliarsi più. L’aveva persa la sua ragione di vita, la sua gioia di vivere, la sua energia per affrontare le incognite, ma poi, lentamente ed inaspettatamente, aveva recuperato la sua grinta e si era detto che se Qualcuno lassù lo aveva salvato da quel terribile incidente era perché aveva dei disegni per  lui!

Finalmente il muretto! Si fermò con il cuore in gola e le braccia tremanti per lo sforzo, rivolse il viso all’aria salmastra e respirò a fondo quel mare meraviglioso e quel vento che gli portava schizzi di acqua e di sale. Il mare per lui era respiro, era forza, era vita.

Era arrivato a metà del suo percorso, presto avrebbe raggiunto il faro sulla scogliera.

Con un sospiro inforcò le sue stampelle e tornò verso casa. Era stato un colpo di fortuna trovarla: piccola e silenziosa si adagiava quasi sulla spiaggia, era in un piccolo angolo di paradiso, fuori dalle rotte del turismo di massa, in un paese di pescatori di poche famiglie dove tutti si chiamavano per nome e dove solo pochi turisti arrivavano per andar subito via attirati da altre mete.

Si sedette nel patio con le gambe che penzolavano inerti, le guardò con tristezza, ma subito distolse lo sguardo seguendo il volo dei gabbiani nella baia.

Giorno dopo giorno, con costanza e caparbietà, il suo tragitto si allungava, usciva ogni mattina e le giornate che preferiva erano quelle di tempesta quando il rombo possente del mare copriva anche il rumore dei suoi pensieri.

Si era rinvigorito, era abbronzato e, seppur dolorosamente, riusciva a piegare le caviglie e le ginocchia in una parvenza di passi che mai avrebbe sperato di ripetere.

Stava riflettendo sull’idea di fermarsi per sempre in quel posto dove le persone lo salutavano con un sorriso e si fermavano a parlare del tempo, vivendo le loro giornate con i ritmi del mare.

Aveva ricominciato a scrivere ed i suoi articoli erano ben pagati dai giornali, stava acquisendo una nuova serenità che gli permetteva di accettare la sua condizione e soprattutto di contemplare la possibilità che un giorno avrebbe buttato via quelle stampelle!

Il suo cruccio era che di lei non aveva nessuna notizia dopo l’ultima comunicazione di quel giorno maledetto, eppure ogni giorno apriva la posta elettronica con trepidazione e sempre una bieca delusione serpeggiava quando nella lista di coloro che gli avevano scritto non appariva il suo nome. Sperava ogni giorno, eppure sapeva di non avere possibilità.

Quel giorno si era svegliato con il cuore pesante, l’aveva sognata, bellissima come sempre, con i lunghi capelli che le incorniciavano il viso e quegli occhi il cui sguardo gli entrava nella mente e nell’anima. Andava verso di lui sorridendo, gli tendeva le braccia e quando stava per raggiungerla si alzava una fitta nebbia, fredda e viscosa, e le sue mani protese non stringevano che il vuoto mentre le voce di lei gli ripeteva le sue ultime parole: “Non devo farlo! Fermami, vieni da me e portami via. Ti aspetto domani nel luogo del nostro primo incontro, se non verrai saprò comprendere e seguirò il mio destino”.

Non era mai arrivato in quello spiazzo sotto il promontorio dove avevano fatto l’amore per la prima volta, ebbri di passione, incuranti del mondo che li circondava, protetti da una pioggia incessante che li aveva avvolti nel suo guscio protettivo. Sorpresi da un temporale mentre passeggiavano sulla spiaggia, si erano rifugiati in auto, bagnati fradici, ridendo come dei bambini, si erano abbracciati per scaldarsi poi i loro sguardi si erano incrociati, il sorriso si era spento e lui aveva sciolto il nastro di raso della sua maglietta…

Stava correndo da lei quel giorno di un anno prima, pazzo d’amore e di terrore, l’avrebbe portata via, l’avrebbe nascosta a suo padre che aveva sancito, con una promessa di matrimonio, la fusione tra una famiglia dalla ricchezza inestimabile ed una dal nome prestigioso.

Era in ritardo all’appuntamento e, come quella prima volta, pioveva incessantemente, una curva presa a velocità folle, l’asfalto viscido e la sua auto che finiva la corsa sfondando il guardrail e volando nel vuoto. Un solo pensiero lo aveva raggiunto: “Non saprà mai che stavo andando da lei”.

Chissà quanto avrà aspettato, fremente, piena di fiducia e di speranza, chissà come si era spenta la gioia nei suoi occhi meravigliosi. La vedeva controllare l’ora e poi guardare nello specchietto retrovisore ed uscire dall’auto, sotto la pioggia, per cercare sulla strada le tracce della sua auto.

La vedeva piangere di rabbia e poi sperare ancora e ripetere: “Verrà, verrà, verrà…”.

Vedeva il cielo scurirsi ed il suo viso solcato da lacrime che avrebbero lasciato una scia nera di rimmel.

Allora avrebbe dubitato e poi ricordato le loro infinite discussioni, i suoi dubbi sul futuro che poteva offrirle, lontano dalla sua famiglia senza tutti i privilegi alla quale era abituata: lei che senza pensarci due volte li avrebbe abbandonati per scegliere l’amore! Sì, allora avrebbe dubitato e dopo ore di attesa avrebbe rimesso in moto la sua auto e sarebbe tornata indietro, avrebbe accettato il suo destino, sarebbe stata di un altro, e sarebbe andata a vivere in un alto continente. Forse, con il tempo lo avrebbe dimenticato, la delusione e l’amarezza l’avrebbero aiutata. Magari, era passata senza vedere quei fari intermittenti delle ambulanze e dei vigili del fuoco fermi sul ciglio del burrone.

Si alzò con il viso contratto da una smorfia di dolore, il sapore salato delle lacrime ricacciate in gola, guardò fuori al mare tempestoso, alle nuvole plumbee che coprivano l’orizzonte, alla nebbia che stemperava i contorni delle cose, alla luce del faro che si irradiava in riflessi lattescenti che fendevano quell’aria greve.

Aveva scritto e bevuto fino all’alba poi era crollato esausto, aveva la bocca impastata e la barba che gli pungeva la pelle, si preparò un caffè lungo ed amaro, come i giorni che lo attendevano, ed uscì perché quel pomeriggio avrebbe raggiunto il faro.

Un passo dopo l’altro, con il vento che lo rallentava ed i fulmini che solcavano come crepe il cielo di piombo, a metà strada cominciarono a cadere grosse gocce di pioggia mentre il rombo potente di un tuono fece tremare l’aria. Era quasi buio e solo quella luce intermittente sulla quale aveva focalizzato lo sguardo gli dava la forza di continuare. Arrivò finalmente al faro e spinse la porta per cercare riparo

“C’è nessuno? Posso entrare?”.

Dentro si sentiva forte l’odore del mare, arrivava da alcune reti ammassate in un angolo, da una corda arrotolata, da un impermeabile giallo lasciato penzolare ad un gancio del muro, la fiamma di una candela infilata in una bottiglia ondeggiava facendo danzare le ombre, sembrò spegnersi quando aprì la porta, ma riprese vigore quando un colpo di vento la richiuse con un tonfo sordo.

Un vecchio tavolo tarlato, una lampada e due bicchieri spaiati vicino ad una bottiglia che conteneva un liquido ambrato, una vecchia branda era addossata al muro, le coperte, lise, erano ben tirate ed un paio di scarponi con i lacci stavano allineati ai piedi del letto, nell’angolo opposto un caminetto dal quale occhieggiava un allegro ciocco che esplodeva di tanto in tanto in mille scintille.

“C’è nessuno?” ripeté, ma l’eco della sua voce si perse nel buio delle scale che salivano verso la luce del faro.

Riprese fiato e poi attratto da un richiamo sconosciuto cominciò a salire.

Tremava per lo sforzo, ma gradino dopo gradino arrivò in cima, aprì una porticina e si ritrovò su una balaustra di ferro a picco sul mare. Sotto di lui infuriava la tempesta, il mare ruggiva mentre le onde si schiantavano sugli scogli finendo la loro corsa in un’esplosione di schiuma.

Tutta la forza e la determinazione che lo avevano sorretto fino a quel momento, tutta la fede che lo aveva portato ad alzarsi da quel letto di ospedale e ricominciare, si dispersero, spazzate via dal vento impetuoso.

Lasciò andare le stampelle e appoggiò le mani alla balaustra guardando in basso, incantato, ondeggiando verso quel vuoto che avrebbe cancellato tutta la sua tristezza e la mancanza del suo unico e grande amore: bastava lasciarsi andare, avrebbe allargato le braccia in quell’ultimo improbabile volo e in un attimo sarebbe tutto finito dopo l’ebbrezza del vuoto. Il suo cammino fin lì era stato tutto inutile, l’unica certezza, l’unica ragione di vita, l’amore che tutto vivifica e colora e profuma, era oramai perduto.

Bastava sporgersi ancora un po’…

“Faccia attenzione, con questo vento è pericoloso guardare giù…”. Sobbalzò. Una mano ferma sul suo polso, una voce calda e decisa, un gesto inequivocabile e quel capogiro sparì lasciandolo senza fiato.

“Venga, torniamo dentro che sta piovendo” disse il vecchio. “Mi chiamo Osvald Bennet, sono il guardiano del faro”.

“Jonathan Mc Callahan”. La voce roca, appena un sussurro. “Mi perdoni l’intrusione, stavo cercando riparo”.

“Andiamo, un buon whisky ci scalderà. E’ una sera da lupi ed ero venuto a controllare la luce, anche se non credo che con questa tempesta ci sia qualcuno in mare”.

Jonathan lo guardò di sottecchi, aveva un viso senza tempo solcato da una miriade di rughe e profondi occhi blu. Lo precedette giù per le scale e quando arrivò, il vecchio gli aveva già versato una bella dose di whisky: gli diede una bella sferzata e scacciò via la fredda morsa della morte che lo aveva attanagliato sulla balaustra. Divisero pane e formaggio e mangiarono olive e frutta, Osvald raccontò la storia del faro, degli anni in cui doveva andare su a vegliare affinché la luce della lampada non si spegnesse.

“Mi parli un po’ di lei, mi racconti la sua storia”.

Lo sguardo aveva il potere di aprirgli il cuore e quasi senza accorgersene si trovò a parlare della sua vita allo sconosciuto, delle sue emozioni, delle delusioni e delle sconfitte, dell’incidente e di Vittoria, la donna che amava. Strappandosi la pelle, mostrando la sua anima senza tralasciare nulla, nemmeno i pensieri che aveva avuto quando stava per lasciarsi andare nel vuoto.

“Sai Johathan, la vita è un dono che dobbiamo curare e proteggere” disse il guardiano del faro dopo averlo ascoltato in silenzio. “Un dono che dobbiamo sempre amare ed affrontare con grande coraggio. Solo Dio un giorno fermerà questa corsa e lo farà solo quando avremo percorso il nostro cammino su questa Terra. Ogni giorno è l’inizio di questo miracolo che si rinnova, ogni giorno è pieno di possibilità e non importa quante prove dovremo superare e quante battaglie combattere, ogni giorno è nuovo e dobbiamo esserne grati. Il tuo è stato solo un momento di buio, ma è passato e sono felice di condividere questa notte con te.»

Jonathan Mc Callahan si svegliò con un raggio di sole che gli solleticava le ciglia: si era assopito con la testa appoggiata al tavolo, la bottiglia era vuota, ma il suo cuore pieno di energia. Cercò Osvald con lo sguardo, ma era sparito. Si stiracchiò, sorrise e si sentì sereno come non lo era da tempo.

Quel giorno, domandando in paese di Osvald Bennet, Jonathan avrebbe scoperto che era morto suicida più di cinquant’anni prima, ucciso dal dolore e dal rimorso dell’incidente che aveva provocato lasciando spegnere la luce del faro.

Entrò in casa ed accese il computer. Nella casella della posta in arrivo c’era un’email…

«Mio amato John,

nonostante la rabbia, la delusione, il tradimento e il dolore, non ho potuto farlo. Non ho sposato l’uomo che mio padre ha scelto per me. Sono andata via per imparare a camminare con le mie gambe, per imparare a decidere da sola, per capire cosa fare della mia vita. Ho trovato molte risposte ed una su tutte: ti amo e ti amerò sempre, voglio ancora incontrare il tuo sguardo e capire perché quel giorno non sei venuto da me. Parlami John e ti giurò che saprò comprenderti. Solo dopo potrò decidere quale strada intraprendere. Parlami. Io sono qui e ti aspetto. Tua, Vittoria.

(Questo racconto è stato pubblicato a marzo 2017 con Associazione Luna Nera-Collana Narrativa breve “Raccontami una storia” cod. ISBN978-88-98052-54-7)

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