COSA AVVIENE NELLA MENTE QUANDO PENSIAMO ALLA SPIRITUALITA’ (di Ugo Cirilli)

“Bisogna che la ragione si appoggi alle conoscenze del cuore e dell’istinto” affermò il matematico francese Blaise Pascal nel ‘600 “è il cuore che sente Dio, non la ragione”.

Questa frase ci dice quanto l’atto di credere rappresenti una scelta individuale basata su una supposizione, non potendo fondarsi su dimostrazioni scientifiche.

È particolarmente significativo che tali parole appartengano a uno scienziato credente: nel pensiero comune, fede e scienza vengono spesso visti come due mondi che non possono incontrarsi.

Un nuovo filone di ricerca, però, li ha uniti grazie a una pratica affascinante: lo studio di ciò che avviene nella mente nei momenti in cui ci dedichiamo alle riflessioni spirituali. Chiarire tali dinamiche può aiutare chiunque, credente o non credente, a capire quale importanza può rivestire la spiritualità per l’essere umano.

I risultati degli studi suonano anche come un invito al rispetto reciproco tra esponenti di diversi credi: religioni all’apparenza lontane sembrano accomunate dalle stesse dinamiche mentali.

Un senso di “connessione con il tutto”

A farci percepire una comunanza tra forme di fede diverse è, in particolare, uno studio recente della Yale University.

Il team di ricerca, guidato dal docente di psichiatria Marc Potenza, dapprima ha chiesto a un campione di individui diversi per credo, sesso ed etnia di descrivere una situazione in cui avevano avvertito “una forte connessione con una potenza superiore o una presenza spirituale”.

Ad esempio, una persona ricordava di aver rivolto pensieri d’affetto al nonno defunto, trovandosi davanti alla sua tomba e pensando che in qualche modo lui potesse ancora percepirli.

In seguito, i ricercatori leggevano a ogni individuo un riassunto del suo ricordo personale, monitorandone l’attività cerebrale attraverso la risonanza magnetica funzionale.

Ripensando alle esperienze spirituali, le persone mostravano alcune reazioni comuni a livello cerebrale. Una di queste era una riduzione dell’attività del lobo parietale inferiore, un’area del cervello coinvolta nella percezione di sé nel tempo e nello spazio.

In pratica, era come se la spiritualità portasse a un momentaneo distacco dal presente a favore di una connessione con qualcosa di più grande.

Una ricerca, forse, di un senso superiore dell’esistenza: un aspetto studiato anche dalla Psicologia Positiva, che lo ritiene uno degli elementi del benessere psicofisico.

Un pensiero meno analitico ma più empatico

Un altro studio, compiuto da ricercatori della Case Western University, ha riscontrato che le persone più propense alla spiritualità si dimostravano meno analitiche ma maggiormente empatiche.

Gli individui che si dedicavano alla preghiera o alla meditazione tendevano a rapportarsi alla realtà in maniera più emotiva e sociale; da questo derivava forse la loro maggiore comprensione degli stati d’animo altrui, appunto l’empatia.

Il fatto che mostrassero un pensiero meno “critico” non significa che abbandonassero ogni forma di razionalità; come specificato dai ricercatori, una mente equilibrata riesce ad utilizzare entrambi gli approcci, quello analitico e quello emozionale, a seconda delle situazioni.

La risposta a esigenze profonde

Alla luce di questi dati scientifici, appare chiaro che la spiritualità risponde a esigenze profonde insite nella natura umana. Forse la ricerca di risposte davanti ai grandi interrogativi della vita, o il desiderio di avvertire una connessione più profonda con il prossimo.

Conoscere tali dinamiche può davvero avvicinare i fedeli di culture lontane, oltre a dare a chi non crede una ragione in più per accettare e capire la spiritualità altrui.