Home COMMENTI E ATTUALITA' COVID-19 Pure il segreto di Stato per fare confusione

COVID-19 Pure il segreto di Stato per fare confusione

by Beatrice Bardelli

Una sentenza del TAR Lazio ordina di rendere pubblici i verbali secretati del Comitato Tecnico Scientifico nominato dal Governo

Stato di emergenza e Segreto di Stato. Sono queste le armi che ha usato il nostro Presidente del Consiglio, Conte, per piegare la volontà dei cittadini ai suoi Diktat, alias DPCM, dallinizio dello stato di emergenza, dichiarato il 31 gennaio scorso, fino ad oggi. Armi decisamente anticostituzionali che svelano il vero volto del nostro attuale (fino a quando?) capo del governo, un vero Giano bifronte della politica. Perché, se dello Stato di emergenza eravamo, purtroppo, tutti quanti consapevoli in quanto i DPCM emessi in questi mesi hanno pesantemente gravato sulla qualità delle nostre vite, del Segreto di Stato che gravava sui verbali del Comitato tecnico scientifico (CTS) che hanno condizionato e veicolato i contenuti dei vari DPCM di cui sopra, non ne sapeva niente nessuno. O meglio, all’interno dell’entourage ministeriale. Ora si è saputo, infatti, che nel maggio scorso, era stato proprio il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri (M5S) che aveva accusato il CTS di tenere top secret i documenti (ed i dati a sua disposizione) che aveva richiesto per una verifica. Ed era stato lo stesso premier Conte ad intervenire per smorzare la questione affermando che non era vero.

Premier o Pinocchio?

“Sconfessato il governo: gli atti del CTS devono essere pubblici”: con questo titolo il Giornale ha pubblicato il 23 luglio la notizia bomba. Lo scorso 13 luglio il Tar del Lazio ha accolto il ricorso di tre avvocati, Rocco Mauro Todero, Vincenzo Palumbo e Andrea Pruiti Ciarello, consigliere della Fondazione Einaudi, che avevano chiesto l’accesso ai verbali del CTS sulla base dei quali il governo ha deciso le limitazioni da imporre agli italiani per contenere il contagio. Ma l’accesso gli era stato negato, da qui il ricorso al Tar. Ora la sentenza del Tar ha spiegato che quegli atti non erano “atti amministrativi generali”, come sostenuto dalla difesa, ma “atti prodromici all’emanazione dei DPCM” che hanno avuto un pesante impatto sociale sui cittadini, sui loro territori, sulle loro economie e, aggiungo, anche sullo stato di salute di tutti coloro che, malati cronici o pazienti, sono stati esclusi per mesi dalle cure perché non infetti dal Covid-19. Quanti di quegli “esclusi” sono morti per mancanza di cura ed assistenza? Perché questi dati non ci vengono forniti nello stesso modo martellante con cui ci vogliono indurre, in questi giorni, a credere che la pandemia non sia finita per prolungare lo Stato di emergenza?

Stato di emergenza: incostituzionale! L’eccezione non è la regola

In questo mese di luglio centinaia di giuristi, magistrati e professionisti del diritto italiani, avvocati e presidenti di tribunale, Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre e Gustavo Zagrebelsky, il Comitato Stefano Rodotà, Lettera 150, hanno scritto al premier Conte ed al presidente della Repubblica, Mattarella, per scongiurare il prolungamento dello Stato di emergenza.

L’Osservatorio permanente sulla Legalità Costituzionale – Comitato Rodotà

scrive: “Che dello stato di emergenza, inoltre, mai si possa abusare lo conferma anche l’art. 25 comma I del Codice di protezione Civile, laddove impone anche in questi frangenti “il rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico e delle norme dell’Unione europea.” E conclude: “In conclusione, qualora lo “stato di emergenza” venisse prorogato nella attuale situazione, in carenza di qualsivoglia presupposto, ci troveremmo di fronte a un abuso di potere contro il quale il Comitato Rodotà farà di tutto per resistere in ogni forma compatibile con i principi del costituzionalismo liberale. Non si può infatti celare al popolo l’esistenza di un “diritto /dovere di resistenza all’oppressione ogni qual volta i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione”, principio che condivide con lo stato di Emergenza il fatto di non aver trovato collocazione ufficiale all’interno della Carta Costituzionale, ma che fu spesso richiamato dai Padri Costituenti e rappresenta, oggi più che mai, un monito in qualunque Stato di Diritto”.

Lettera 150 (www.lettera150.it)

il think tank che riunisce circa 250 professori universitari, magistrati e intellettuali ha rivolto un appello al Capo dello Stato “perché non si verifichino rotture ingiustificate e gravi della legittimità costituzionale”. “La Corte Costituzionale ha chiarito – scrivono – che tra le condizioni per la legittimità degli interventi in stato di emergenza, in eccezione ai diritti e alle procedure costituzionali, vi deve essere soprattutto la temporaneità. Ciò significa che tali misure sono strettamente connesse, nell’immediatezza, alle conseguenze improvvise dell’evento calamitoso (pandemia) e che quindi non è costituzionalmente legittimo prolungare lo stato di emergenza a tempi e situazioni in cui si possa agire con i mezzi ordinari”. Ed ancora: “La sola idea che una proroga dello stato di emergenza possa non essere deliberata dal Parlamento, e anzi gli possa essere sottoposta solo per un “passaggio” dal contenuto e dalle finalità incomprensibili, è inconciliabile con il nostro ordinamento costituzionale. Il rischio è di espropriare il Parlamento dei suoi poteri legislativi, riducendolo a un semplice “consulente” governativo cui far “passare” in visione le norme che il Governo ha inteso introdurre. Si tratterebbe del primo tentativo dalla Costituzione in poi di instaurare un Governo dirigista e autoreferenziale”.

La buona notizia

Ora, grazie alla recente sentenza del Tar del Lazio, quei verbali del CTS dovranno essere consegnati entro 30 giorni e diventare di pubblico dominio. A meno che, scrive il Tar, il CTS non opponga “ragioni sostanziali attinenti ad esigenze oggettive, di segretezza o comunque di riservatezza degli stessi al fine di tutelare differenti e prevalenti interessi pubblici e privati”. Ci auguriamo vivamente, da cittadini di una Repubblica democratica, che ciò non avvenga, altrimenti inonderemo la Presidenza del Consiglio-Dipartimento della Protezione Civile (di cui il CTS è un organo di supporto) di domande “cattive”. Come: perché Conte ha deciso di svolgere il ruolo di “decisore super partes”, mentre è, di fatto, un “primus inter pares”, nel Consiglio dei ministri, e farsi condizionare da un CTS piuttosto che sottoporre il giudizio delle proprie decisioni alla costituzionale discussione parlamentare? Perché la vita dei cittadini italiani deve essere condizionata dal parere dei 20 membri del CTS e non da un dibattito pubblico e trasparente tra i 630 deputati della Camera ed i 315 senatori al Senato? Non dice così la nostra Costituzione. E Conte che è avvocato dovrebbe saperlo meglio di altri.

I membri del CTS

La composizione del Comitato, istituito con decreto del 5 febbraio 2020, è stata più volte integrata da esperti “tenuto conto (si legge sul sito del governo) della situazione di crisi e per dare continuità alle attività emergenziali, anche nella prospettiva della fase di ripresa graduale delle attività sociali, economiche e produttive”. Il 18 aprile 2020 è stata pubblicata, nella normativa della Sezione Coronavirus del sito del Dipartimento della Protezione Civile l’Ordinanza n.663 del Capo del DPC, Angelo Borrelli, con la quale, all’articolo 2, è stata ridefinita la composizione del Comitato tecnico scientifico (Cts) composto da 13 qualificati rappresentanti degli enti e delle amministrazioni dello Stato e da 7 esperti che supportano il Capo del Dipartimento nelle attività finalizzate al superamento dell’emergenza epidemiologica da Covid-19. Ed il 21 aprile scorso, il ministero della Salute ha pubblicato sul proprio sito la nuova composizione: 1) Agostino Miozzo, Coordinatore dell’Ufficio Promozione e integrazione del Servizio nazionale della protezione civile del Dipartimento della protezione civile – con funzioni di coordinatore del Comitato; 2) Silvio Brusaferro, Presidente dell’lstituto superiore di sanità; 3) Claudio D’Amario, Direttore Generale della prevenzione sanitaria del Ministero della salute; 4) Mauro Dionisio, Direttore dell’Ufficio di coordinamento degli Uffici di sanità marittima-aerea e di frontiera del Ministero della salute; 5) Achille Iachino, Direttore Generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della salute; 6) Sergio Iavicoli, Direttore Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale dell’INAIL; 7) Giuseppe Ippolito, Direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”; 8) Franco Locatelli, Presidente del Consiglio Superiore di Sanità del Ministero della salute; 9) Nicola Magrini, Direttore Generale dell’Agenzia Italiana del Farmaco; 10) Giuseppe Ruocco, Segretario Generale del Ministero della salute; 11) Nicola Sebastiani, Ispettore Generale della sanità militare del Ministero della difesa; 12) Andrea Urbani, Direttore Generale della programmazione sanitaria del Ministero della salute; 13) Alberto Zoli, rappresentante della Commissione salute designato dal Presidente della Conferenza delle Regioni e Province autonome. Fanno parte del Comitato i seguenti esperti: 1) Massimo Antonelli, Direttore del Dipartimento emergenze, anestesiologia e rianimazione del Policlinico Universitario “A. Gemelli”;  2) Roberto Bernabei, Direttore del Dipartimento Scienze dell’invecchiamento, neurologiche, ortopediche e della testa – collo del Policlinico Universitario “A. Gemelli”; 3) Fabio Ciciliano, dirigente medico della Polizia di Stato, esperto di medicina delle catastrofi – con compiti di segreteria del Comitato; 4) Ranieri Guerra, rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità; 5) Francesco Maraglino, Direttore dell’Ufficio prevenzione delle malattie trasmissibili e profilassi internazionale del Ministero della salute; 6) Luca Richeldi, Presidente della Società italiana di pneumologia; 7) Alberto Villani, Presidente della Società italiana di pediatria. 

Esperti sì ma troppo allarmisti

Il Corriere della sera, alla fine di aprile, è riuscito a trovare il documento del CTS, “Valutazione di politiche di riapertura utilizzando contatti sociali e rischio di esposizione professionale”, che ha condizionato la portata restrittiva del DPCM firmato da Conte sulla fase 2. Il documento di 22 cartelle, zeppo di grafici, diagrammi e tabelle, presenta la valutazione dei rischi di diffusione epidemica per la malattia COVID-19 associata a diversi scenari di rilascio del lockdown introdotto l’11 marzo sul territorio nazionale. In sintesi si afferma, come si legge sul sito di Starmag, che se si tornava a vivere come prima del 30 gennaio i contagi sarebbero schizzati di numero nel caso di apertura del manifatturiero, edilizia, commercio ed alloggi, ed avremmo registrato un picco, all’8 di giugno, con 151.231 italiani in terapia intensiva (ma questo dato catastrofico non si è mai verificato!) ed a fine anno le terapie intensive sarebbero di 430.866 casi. Inoltre, il CTS fa altre due ipotesi sulle terapie intensive che arriverebbero, sempre a fine anno, a 397.472 casi o a 365.198 casi a seconda della riapertura o chiusura delle scuole e della presenza o meno del telelavoro. Dati che hanno fatto scattare sulle sedie analisti e manager. Tra questi Gianfranco Polillo, già sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze del governo Monti dal 2011 al 2013. Perché mi paiono folli le previsioni del Cts sulle terapie intensive). “Perché – si chiedeva il 29 aprile scorso – senza controllo né regole, senza mascherine né paura, siamo arrivati ad avere 4068 persone in terapia intensiva ed oggi, con tutte le precauzioni, se riaprissimo un po’ di più arriveremmo a 150.000 o 450.000?”.

Oggi, 24 luglio 2020

Qual è il numero delle terapie intensive in Italia? Basta andare sul sito aggiornatissimo della Protezione Civile per saperlo. Ben 10 Regioni hanno ZERO pazienti in terapia intensiva: Val d’Aosta, Provincia di Trento, Provincia di Bolzano, Liguria, Umbria, Molise, Puglia, Basilicata Calabria e Sardegna. Primeggia, come al solito, la Lombardia con 17 casi seguita dal Lazio con 9 casi, dal Piemonte e dalla Emilia-Romagna con 6 casi ciascuna. E poi la Sicilia con 3 casi, il Veneto e l’Abruzzo con 2 casi, la Toscana, le Marche e la Campania con 1 solo caso ciascuna. Sarebbero QUESTI i numeri che convincerebbero il nostro Premier Conte a prolungare lo Stato di Emergenza? Ma non facciamo ridere i polli! I cittadini hanno bisogno di avere referenti migliori, più equidistanti e, soprattutto, più corretti nel divulgare le informazioni alla popolazione.

You may also like

Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie. This website uses cookies to improve your experience. We'll assume you're ok with this, but you can opt-out if you wish. Accetto Continua a leggere

Privacy & Cookies Policy