FOCUS, IL VASO DI PANDORA - di Beatrice Bardelli

COVID19 e stato di salute del Sistema sanitario

di BEATRICE BARDELLI – Martedì 15 ore 17 conferenza sul web organizzata da Medicina Democratica, aperte le iscrizioni per partecipare

La Sanità? Anche il governo Conte continua a trattarla come la Cenerentola del nostro Paese. E’ stata pubblicata recentemente la prima bozza del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza di questo governo dove si specificano i punti prioritari su cui l’esecutivo intenderà spendere i soldi che, forse, arriveranno dall’Europa, dalla cosiddetta Next Generation più comunemente conosciuta come Recovery Fund. Degli oltre 200 miliardi di euro previsti, il monte premi sarà destinato a due obiettivi considerati assolutamente prioritari (dall’Europa). La Sanità? Assolutamente no. Meraviglia, infatti, come siano stati considerati obiettivi prioritari la rivoluzione green, ecologica, delle imprese (74,3 mld) e la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (48,7 mld). Seguono a ruota le Infrastrutture (27,7 mld), l’Istruzione e la Ricerca (19,2 mld), la Parità di genere (17,1 mld) ed infine la Sanità. Alla Cenerentola del governo Conte si prevede di destinare solo 9 miliardi di euro. Un granello di sabbia per colmare quella inondazione perenne che, da vent’anni a questa parte, ha messo in ginocchio il nostro Sistema Sanitario Nazionale.

Con l’acqua alla gola

Un Sistema Sanitario nazionale boccheggiante non potrà mai riuscire a rispondere in modo adeguato ai bisogni di una popolazione in tempi normali. Figuriamoci durante una pandemia come quella del Covid-19. E questo grazie ai tagli drastici alla Sanità effettuati irresponsabilmente da oltre trent’anni di malgoverno nazionale. Senza contare che, nel decennio 2010-2019, sono mancati i 37 miliardi di fondi promessi al SSN e mai dati: 8 mld dai governi Monti, 8,4 mld dal governo Letta, 16,6 mld dal governo Renzi, 3,1 mld dal governo Gentiloni e 0,6 mld dal governo Conte. In questo modo, la percentuale dei fondi erogati rispetto alla ricchezza nazionale (PIL) è drasticamente diminuita arrivando alla soglia minima del 6,6% nel 2019.

Pochi medici, pochi infermieri e pochi posti letto

A causa dei tagli alla Sanità, effettuati dal 2001 ad oggi, l’Italia ha perso, tra il 2009 ed il 2017, oltre 8.000 medici e più di 13.000 infermieri. Oggi, nel nostro Paese operano 5,8 infermieri ogni 1.000 abitanti (contro la media comunitaria di 8,5) e 4 medici ogni 1.000 abitanti, un dato che pone l’Italia al 9° posto tra gli Stati dell’UE di fronte ad una Grecia che conquista il 1° posto con 6,5 medici ogni 1000 abitanti. Inoltre, il numero dei medici ospedalieri e dei medici di famiglia (totale: 240.000) risulta in calo per il mancato ricambio generazionale degli ultimi vent’anni dovuto ai seguenti motivi: 1) numero chiuso a Medicina, introdotto nel 1999; 2) età avanzata del 54% dei medici attivi che ha superato i 55 anni e si avvicina alla pensione; 3) blocco delle assunzioni. Non per legge, ma di fatto, perché un vincolo che risale al 2009, ha  obbligato le Regioni a spendere per il personale sanitario quanto aveva speso nel 2004, meno l’1,4%. Anche se il loro bilancio generale della sanità fosse stato in pareggio. Senza, poi, contare il taglio dei posti letto. Negli ultimi 10 anni di “risparmi” sulla sanità, sono stati tagliati circa 70.000 posti letto per cui, oggi, con una dotazione di circa 3 posti letto ogni 1.000 abitanti siamo sotto la media europea che è di 5 posti letto per 1.000 abitanti.

Un Webinar da non perdere

Il Centro per la Riforma dello Stato, in collaborazione con Sbilanciamoci! E Medicina Democratica, ha organizzato per martedì 15 dicembre, a partire dalle 17, un Webinar su “Il servizio sanitario nazionale di fronte alla pandemia. Risorse, politiche e autonomie regionali”. Al dibattito, coordinato da Chiara Giorgi dell’Università degli Studi di Roma, “La Sapienza”, interverranno Nerina Dirindin dell’Università di Torino, Vittorio Agnoletto, medico, Università degli Studi di Milano e Francesco Taroni, Università di Bologna Chi è interessato/a a partecipare può scrivere a [email protected] per ricevere il link d’accesso. Ecco il testo del comunicato stampa.

Necessità di una riflessione radicale, politica

“La pandemia induce a una riflessione ampia, critica, radicale e, soprattutto, politica, sulla sanità, sulla salute, tornando alle origini storiche e alle ragioni politico-sociali dello strumento che è stato maggiormente chiamato a far fronte alla drammatica situazione: il Servizio Sanitario Nazionale. Tuttavia, i limiti mostratisi nel servizio sanitario pubblico a fronte dell’impatto dell’emergenza sono stati altrettanti evidenti, ma a patto di inquadrarli in quella tendenza, oramai in atto da anni, di progressivo de-finanziamento della sanità pubblica, a favore della sanità privata, nel contesto complessivo di una intensificazione dei processi di privatizzazione dei servizi collettivi di welfare”.

Le debolezze del SSN

Possono essere così riassunte: riduzione delle risorse destinate alla sanità pubblica; rafforzamento e ruolo sostitutivo della sanità privata; indebolimento dell’assistenza territoriale; riduzione (e difficili condizioni di lavoro) del personale sanitario; accentuazione delle diseguaglianze sociali e territoriali; riproporsi del dualismo Nord/Sud; marginalizzazione della prevenzione primaria e dell’approccio epidemiologico; debolezza di una regia centrale; abbandono dei principi di solidarietà tra le Regioni; messa a repentaglio dei principi fondamentali che hanno informato la fisionomia dell’istituzione del SSN”.

Tornare ai “fondamenti” della riforma del 1978

“Alla luce di ciò si rende pertanto necessario tornare ai “fondamenti” della riforma del 1978, in specie in ordine al suo essere il risultato di pratiche e scelte capaci di mettere al centro il ruolo della politica, di una “politica di alleanze” tra soggetti sociali e politici accomunati da una riscrittura universalista del welfare, da una visione unitaria della salute ­– legata alla comunità e al territorio, da pratiche partecipative, dal rilievo assunto da servizi socio-sanitari integrati e decentrati. Ripartire dalla nascita del SSN e dalla rottura segnata dagli anni Settanta, quando il dibattito sulla salute si arricchì di contributi straordinari, intercettando le domande di cambiamento proprie degli intensi conflitti sociali di quegli anni, può aiutarci a riarticolare i nodi che ruotano oggi attorno a un rilancio della sanità pubblica, del SSN, ma anche attorno a un progetto di “reinvenzione” del welfare”.

I rapporti tra Stato e Regioni

Al contempo, l’intento è di affrontare il tema dei rapporti tra Stato e Regioni, alla luce delle trasformazioni subentrate dagli anni Novanta (con la “controriforma” del 1992) e a inizi secolo (con la riforma del Titolo V), ma anche alla luce di ogni scriteriata ipotesi di “regionalismo differenziato”, che rischierebbe di contravvenire a uno degli obiettivi centrali del SSN: prestazioni uguali e uniformi in tutto il territorio, uniformità di accesso e qualità degli interventi sanitari in ogni area del paese, ma anche solidarietà tra le Regioni”.

Il futuro delle politiche sanitarie

In questo contesto, in cui si accentuano i rischi connessi all’abbandono di un servizio sanitario pubblico e universale, finanziato tramite il sistema della fiscalità generale, garantito a tutta la collettività nell’accesso e nel suo uso, discutere del passato, del presente e del futuro delle politiche sanitarie, rappresenta una sfida irrinunciabile all’altezza dei prossimi conflitti e progetti, all’altezza di una riproposizione e riqualificazione del servizio sanitario pubblico, ma anche di un inedito protagonismo della politica”.