Lettera aperta al Presidente della Repubblica. I fuochi sotto la cenere di una protesta preordinata contro il Governo e lo Stato democratico.
Signor Presidente della Repubblica,
mi rivolgo a Lei perché la visione del Teatro La Fenice di Venezia (non l’aula magna di una scuola) sommerso dai volantini lanciati dai palchi e lo scroscio di applausi, suscita sentimenti inquietanti.
Una protesta preordinata e non certo organizzata sugli spartiti. “Il pubblico aveva ricevuto dagli orchestrali prima del concerto i volantini con un invito esplicito: farli ‘volare’ durante gli applausi finali” (AdnKronos, 27 settembre 2025 ore 22:58); da aggiungersi, poi, la successiva organizzata propagazione nell’ambiente lirico-sinfonico, delle solidarietà provenienti da altri teatri italiani. Difficile pensare che a tanto arrivino dei professori di violino.
A La Fenice la scena non è stata quella del Teatro alla Scala dove l’8 dicembre 2012, durante la prima del Lohengrin, dal Loggione furono lanciati volantini con rivendicazioni sulle condizioni di lavoro e la gestione del teatro: forma discutibile certo, ma comprensibile nelle motivazioni. Al Teatro La Fenice, invece: contro la nomina di una giovane direttore musicale, il Maestro Beatrice Venezi.
La Venezi è Direttore Principale Ospite del Teatro Colón: prima donna a ricoprire questo incarico nel tempio mondiale della musica lirica. Ha diretto oltre 300 concerti sinfonici e oltre 250 recite d’opera, una trentina di titoli da Mozart a Tutino, da Busoni a Puccini, passando per Bellini, Donizetti, Verdi, Bizet, ha collaborato con Placido Domingo, Ramon Vargas, Vittorio Grigolo, Marcelo Alvarez, Maria José Siri, Kristine Opolais, Aida Garifullina, Bruno Canino, Stefan Milenkovich, Giuseppe Gibboni… Ha diretto in Giappone, Corea, Cina, Stati Uniti, Francia, Germania, UK, Portogallo, Armenia, Azerbaijan, Bielorussia, Bulgaria, Croazia, Libano; con orchestre sinfoniche come I Pomeriggi Musicali, l’Orchestra della Toscana, l’Orchestra Haydn, la Toscanini.
La nomina a direttore musicale al Teatro La Fenice è avvenuta all’unanimità del Consiglio di Amministrazione, presieduto dal sindaco di Venezia, del Consiglio di Indirizzo e del Sovrintendente; in base al disposto degli art.12 e 13 del Dlgs 29 giugno 1996 n. 367: art.12 comma 4 – “Il consiglio di amministrazione… d) approva, su proposta del sovrintendente… i programmi di attività artistica…”; art.13 comma 2 – “Il sovrintendente… può nominare collaboratori, tra cui il direttore musicale…”; motivata con il curriculum professionale.
La domanda che inquieta, dunque, è la seguente: se non poteva eccepirsi la legalità della nomina, Signor Presidente della Repubblica, quale fine ha l’uso strumentale dell’occasione, identificando il Maestro Venezi nel Governo Nazionale solo per la manifestazione delle sue idee politiche? Ma anche, così disconoscendo l’istituzione stessa della Fondazione La Fenice. Un Teatro, per di più come La Fenice, non può trasformarsi in soggetto politico!
La protesta de La Fenice, dunque, ricorda piuttosto il 7 settembre 2019 al San Francisco Opera, quando le proteste anti-Trump interruppero una serata di gala. La musica contro Trump poteva avere solo un senso, ovviamente: cioè quello politico. Come al Teatro La Fenice. Ma al San Francisco Opera le proteste si esaurirono con quella sera. Mentre a Venezia hanno assunto il carattere del linciaggio personale e della mobilitazione: un fuoco sotto la cenere che potrebbe rivelarsi meno circostanziato alla persona e più ampiamente proteso, vischioso, ad altri fini.
E’ un dato storico che il Veneto sia stato una terra privilegiata dell’attacco allo Stato nell’ultimo periodo del Novecento: mi chiedo se la reazione pubblica riproposta nel video possa trovare una ragionevole proporzione con la nomina di un direttore musicale. E poiché non è razionale trovarla, ecco l’inquietudine della coscienza democratica.
Al Teatro Comunale di Bologna, era il 14 maggio 1931, l’intolleranza già alimentata nell’aria trovò come fatto scatenante il rifiuto di Arturo Toscanini a dirigere Giovinezza prima del concerto, finì aggredito fisicamente da un gruppo di squadristi mentre usciva dal teatro. Anche nella seconda metà degli anni Settanta, gli striscioni calarono dalla galleria al Teatro Comunale di Bologna, poi sappiamo come andò a finire a Bologna. Dalle armi della critica alla critica delle armi il passo è breve, in un Paese come l’Italia dove il seme dell’intolleranza e dell’odio politico non è mai seccato definitivamente.
Alle volte, anche in buona fede si può scivolare oltre le regole democratiche seguendo i cattivi maestri, è compito di tutti evitarlo.
Cordialmente, Signor Presidente,
(Video: AdnKronos)
