Svezia
ATTUALITA', OPINIONI - di Niclo Vitelli

Dalla Svezia una testimonianza diretta sul Covid

di NICLO VITELLI – Tasso di mortalità alto, gravi sottovalutazioni, anziché il mea culpa gli immigrati responsabili di tutte le sventure.

Torno in terra svedese dopo ben 10 anni. Un viaggio di due giorni in auto mi ha portato lungo l’Europa in tempo di Covid: dalla Svizzera alla Germania, alla Danimarca e poi finalmente in Svezia, a casa dei miei amici Peter e Anna a Gladsax

Davanti ad un buon bicchiere di Chianti chiacchieriamo di come è cambiato il Paese negli ultimi tempi: dall’invasione delle imprese Burger King, Mac Donald e assimilati alla perduta memoria delle proprie tradizioni che ne avevano fatto un’icona e un modello di riferimento; ammaliato e corrotto da un consumismo esasperato.

Passando dalla Germania alla Svezia si vede subito la differenza di strategie, di atteggiamenti e di comportamenti nella lotta al Covid.

In Germania, pure con la morsa delle restrizioni allentata, le mascherine vengono indossate obbligatoriamente nei locali e nei luoghi chiusi ed anche all’esterno si continua a trovare molta gente, soprattutto persone anziane, con la protezione attivata.

In Svezia il panorama cambia completamente: le mascherine non sono obbligatorie ed in effetti non le porta nessuno salvo alcuni rarissimi esemplari, come una razza in via d’estinzione!

E’ ancora presto per fare un bilancio tra le due differenti strategie e per stabilire quale abbia reso meglio e porti un consuntivo attivo. Protezioni e lockdown o immunità di gregge? Ad oggi, durante le due diverse navigazioni vi sono state importanti correzioni di rotta. Nell’inverno scorso in Svezia, ad esempio, in risposta ad una crescente critica da parte della popolazione per il numero altissimo di morti, soprattutto tra persone anziane e nelle residenze, e ad una progressione notevole dei contagiati- a cui non è stato insensibile nemmeno il re Carlo XVI Gustavo che ha chiesto pubblicamente modifiche – si è corsi ai ripari mettendo alcuni limiti e introducendo qualche restrizione.

Tuttavia niente a che vedere con quelle che abbiamo conosciuto noi in Italia tra l’inizio del 2020 e il giugno 2021. In Svezia la strategia non sembra aver funzionato granché neppure nel settore economico, visti gli andamenti assai poco entusiasmanti nel 2020 rappresentati da una decrescita di circa il 3 %. Vari indicatori pandemici collocano la Svezia molto indietro rispetto agli altri paesi scandinavi: Finlandia, Norvegia, Danimarca. L’impostazione data dal Capo dell’Agenzia Sanitaria, l’infettivologo Tegnell, ha avuto come risultato un tasso di mortalità altissimo: quasi il 90% dei decessi in persone con più di 69 anni, l’assenza o il grave ritardo temporale di misure protettive, anche di terapie di degenza e di ossigeno e un atteggiamento passivo dei medici che durante tutto il 2020 hanno continuato a prescrivere cocktail di morfina e cure palliative. In questa situazione hanno inciso sicuramente il lavoro, le condizioni di sfruttamento e di povertà degli immigrati: molti di essi lavorano infatti nel settore dell’assistenza e non avendo una situazione economica decente hanno dovuto spostarsi sui mezzi pubblici, senza le mascherine protettive. Di questo molti svedesi non amano parlarne: anziché recitare un mea culpa è sicuramente più facile additare gli immigrati come responsabili di tutte le sventure.

Il 7 Luglio scorso il bilancio del virus era di 1.092.083 contagiati con 14.639 morti. A fine giugno del 2020 i dati erano alquanto diversi: 65.137 contagiati con 5.310 morti. Rispetto a molti altri paesi europei, il numero molto basso della popolazione svedese, concentrata per lo più in poche grandi città e l’altra sparsa in piccoli nuclei abitativi, in centri più paesi che città, ha costituito un vantaggio di partenza importante, assieme alla forte e tradizionale autodisciplina, tipica delle popolazioni nordiche. A giudicare dalla situazione odierna, tuttavia, questo vantaggio non sembra essere stato utilizzato nel modo giusto! Il Covid rappresenta in Svezia, proprio per i dati sopra riportati, una primaria emergenza che però, presa assieme ad altre altrettanto complesse e nebulose, forse non pare la più rilevante.

Basta solo pensare al destino molto incerto della gloriosa tradizione di buon governo dei socialdemocratici svedesi e alla notevole crescita della destra Sverige Democraterna. I populisti stanno cavalcando alcuni problemi: quello degli immigrati cresciuti in maniera impressionante negli ultimi anni, che hanno fatto della Svezia il paese con il massimo numero di esuli e migranti pro abitante dell’Unione Europea; dell’ordine pubblico rispetto alla crescita di criminalità organizzata; di un welfare che sia meno costoso e sia riservato ai veri svedesi. Le difficoltà nel risolvere la crisi del precedente esecutivo e formare un nuovo governo evitando il voto anticipato sono evidenti. La crisi si è per ora risolta attraverso il ricorso ad una maggioranza arlecchina di socialdemocratici, destra centrista, socialisti e ambientalisti: una situazione emblematica dei tanti interrogativi che assieme al Covid pesano oggi sugli svedesi e rendono, come non mai, incerto e turbolento il loro futuro. Della Svezia di oggi potremmo quindi cantare il fu Bel suol d’amore!