
di ALDO BELLI – La caduta di Taiwan sotto il Partito Comunista Cinese provocherebbe un disastro a catena nel mondo (edizioni Solferino).
Quelle di Danilo Taino, columnist de Il Corriere della Sera, sono trecentodue pagine che si leggono tutte d’un fiato. Un magistrale viaggio dentro la cronaca attraverso la storia, che alla fine ci rammenta quanto il nostro presente (e il futuro) siano ancora condizionati da macigni rimasti lungo le strade che si perdono nel tempo. Fuochi rimasti indenni sotto la cenere che potrebbero avvampare in qualsiasi momento, rivelandoci nudi e impotenti di fronte anche alle più semplici nostre abitudini quotidiane.
Il libro è uscito per le edizioni Solferino nel maggio scorso.
“All’orizzonte la Cina non si vede, la sua costa è lontana quasi duecento chilometri, ma da Taiwan la terra dove cala il sole incombe e ormai non ha più niente di romantico… Nella capitale Taipei sono consapevoli che il destino della loro Nazione è il destino del mondo, che la battaglia per l’isola dirà se sul pianeta la democrazia dovrà ridursi a poca cosa, se alle frontiere torneranno i fili spinati, se i commerci languiranno, se il mondo sarà più povero e costellato di guerre”.
Ogni tanto il “Grande gioco dell’Indo-Pacifico” appare in televisione. Dubito che nella generalità dell’opinione pubblica sia chiaro dove si trova Taiwan, e pure che rappresenta il punto potenzialmente più pericoloso per la stabilità del pianeta. Al limite, un nome che evoca scaramucce internazionali alle quali l’America ci ha abituato, di sicuro non una bomba a orologeria.
Taino riavvolge il nastro che ci riporta alla colonia giapponese (dal 1895 al 1945), sovrappone immagini che evocano la nostra fantasia lungo la Via della Seta, indietro fino alla nascita dell’Indo-Pacifico, l’Isola Bella che i cinesi consideravano barbara, anarchica e pericolosa, sulla quale si incontrano e scontrano portoghesi, spagnoli, olandesi e inglesi, per dimostrare che la storia di Taiwan racconta come nell’isola non esista un’identità cinese secondo la pretesa di Pechino: “non solo perché la Repubblica Popolare non ha mai controllato il Paese: soprattutto perché, per storia, l’identità degli abitanti è plurale, taiwanese”.
Forse è proprio questa pluralità sommata ad una cultura millenaria e poi influenzata dalle diverse esperienze sbarcate sulle sue coste dall’Occidente, che ha reso Taiwan ciò che oggi è: “un gioiello di democrazia, di civiltà, di alta tecnologia”. Scrive Taino: “Ciò nonostante, fino a tutti i primi due decenni del Ventunesimo secolo, Taiwan è stata vista come una stranezza, di frequente come un fastidio. E si è fatto poco in Occidente per conoscerla e capirla”.
In Italia, purtroppo, i libri una volta pubblicati vengono lasciati soli, finiscono in mare aperto, vita breve e sovente solitaria inghiottita dalle maree. “La Guerra promessa” di Danilo Taino è uno di quei libri che le università americane inseriscono nei propri forum di studio e di discussione, ai quali non rimarrebbe indifferente la Commissione del Congresso. Sarei curioso di conoscere in Italia quanti membri del governo e del Parlamento l’abbiano letto.
Il libro di Taino ci consente di scoprire meglio l’altra latitudine del mondo nel quale viviamo. Lo fa con il pregio del giornalista che attinge rigorosamente alla storia, senza la saccenteria prevalente del giornalismo che ogni giorno ci propina la versione omologata da copia e incolla.
Appare in questo modo evidente il filo conduttore che lega le sorti di questa piccola democrazia al destino del mondo, la “grande ambiguità” segnata dagli errori dell’Occidente a seguire la fine della Seconda guerra mondiale fino all’era della presidenza Clinton (senza andare oltre per brevità). Le ceneri pronte ad avvampare (l’invasione di Taiwan da parte della Cina) contengono non solo il principio ideale della libertà politica e civile di una nazione (lo Stato democratico di Taiwan o Repubblica di Taiwan), ma il nuovo mondo ad una sola dimensione: il predominio economico e geopolitico di Pechino.
E’ dal 1949 (la conquista del potere da parte di Mao) che a Pechino sostengono l’esistenza di una sola Cina, considerando Taiwan solo una provincia. Intanto, alle affermazioni solenni dei propositi bellici si accompagnano le intimidazioni: gli sconfinamenti aerei militari cinesi sul cielo dell’isola “sono aumentati da 380 nel 2020 a 660 nel 2021 e sono arrivati a 1727 nel 2022”. Ma riprendersi la provincia ribelle per il Partito Comunista Cinese al potere – nota Taino – è la condizione “per diventare un potere globale”.
“Affermare il proprio dominio prima sui mari cinesi e poi nell’Oceano Pacifico e in quello Indiano” vuole dire “sloggiare da queste acque – o comunque limitare di molto – la potenza che ne garantisce gli equilibri della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti”. Seimila navi militari alla fine del conflitto mondiale (in funzione anche di difesa del Giappone), oggi circa trecento. La caduta di Taiwan provocherebbe un disastro a catena: il Giappone privato della garanzia americana, sarebbe spinto a considerare la necessità di uno scudo nucleare per la propria difesa; “la Corea del Sud, che quasi certamente vedrebbe aumentare l’aggressività di Pyongyang, potrebbe fare altrettanto. Australia e Nuova Zelanda si troverebbero scoperte, senza le protezioni geopolitiche di oggi”.
In compenso, i paesi che attualmente riconoscono Taiwan si sono ridotti negli anni a 14 su 193 membri delle Nazioni Unite.
Considerando la scellerata cecità della generazione politica che ha governato l’Occidente dopo la caduta del Muro di Berlino, Stati Uniti per primi, non ci sarebbe da meravigliarsi se il proposito cinese si verificasse prima di quanto si possa immaginare, con l’ausilio di qualche accordo fantasioso quanto scellerato.
“E’ l’ingresso nella WTO che permetterà a Pechino di diventare definitivamente la ‘fabbrica del mondo”, la maggiore potenza manifatturiera e di esportazione”. E questa fabbrica ha reso l’Occidente dipendente dal Partito Comunista Cinese (si abbia il coraggio di usare le parole vere! ), al punto che dal rubinetto di casa al pezzo di ricambio di una catena di montaggio, se Pechino decide di chiudere le spedizioni, noi da quest’altra parte del mondo rimaniamo in mutande. La WTO certo, l’ingresso paritario nel commercio e nella finanza internazionale, senza però dimenticare l’illusione della crescita del profitto di pochi a scapito dell’impoverimento di molti in Occidente, provocato dal capitalismo in putrefazione attraverso la delocalizzazione produttiva e del know-how industriale dietro la logica del vantaggio offerto dai minori costi del lavoro umano.
Taiwan significa anche questo, per la nostra libertà quotidiana.
Taiwan significa Wang Young-ching (capitolo 15 del libro), nato da una famiglia di contadini oggi è un impero: “quando è morto nel 2008 il suo “Formosa Plastics Group” era il terzo produttore petrolchimico al mondo, diversificato nelle fibre, nel tessile, nell’elettronica, nelle macchine utensili, nei trasporti”. Significa “Foxcomm”, il maggior contractor del mondo in fatto di elettronica, un fatturato di oltre 215 miliardi di dollari nel 2022 e più di 1 milione di dipendenti in fabbriche che nel mondo assemblano Apple e non solo. “Le aziende di semiconduttori taiwanesi controllano attorno al 63% della produzione mondiale di microchip”.
Mettete insieme il pericolo del monopolio dei mari dell’Indo-Pacifico (non solo militare, ma anche commerciale) al ruolo di “Grande fabbrica del mondo” che è stato concesso alla Cina, con il rischio del controllo pressoché totale del pane che alimenta il funzionamento dei sistemi informatici e tecnologici nel pianeta. “La Guerra promessa” è già in atto.

DANILO TAINO è columnist del «Corriere della Sera». È stato corrispondente per la Germania da Berlino, inviato speciale per i temi della globalizzazione, responsabile di «Corriere Economia». Ha vinto il premio Saint-Vincent per il giornalismo economico nel 1999. Tra i suoi libri, Solferino ha pubblicato Scacco all’Europa (2019).
Aldo Belli giornalista.
