DIARIO. La prima crisi del nuovo secolo: l’euro a mille lire, prezzi pazzi (di Moreno Bucci)

Diario 2003

La vicenda dei prezzi in Italia è paradossale.  
Ci sono tre o quattro settori dove i prezzi sono andati in libertà, non appena è stato eliminato il doppio prezzo lira-euro.
Dal giorno in cui l’euro è rimasto unico metro c’è stato il primo aggiustamento dei prezzi. Questa prima mossa fu più dolce nelle strutture organizzate (supermercati, grandi linee di distribuzione) e molto più grossolana negli esercizi al minuto e nei mercati al dettaglio. Qui si cominciò a contare non in centesimi, ma in unità di euro e la base dei prezzi ricevette una spinta all’insù veramente notevole.
La molla che dette il via all’aumento dei prezzi fu nel settore della frutta e verdura. Venne dietro poi l’aumento degli alimentari in genere, in modo più strisciante, ma egualmente notevole. Per gli altri due settori, dove l’equivalenza 1 euro=mille lire fu inequivocabile, cioè l’abbigliamento e le calzature, i nuovi prezzi pazzi si ebbero con i listini dell’autunno 2002.
E’ da questo momento che l’Italia ha dimostrato di non essere in grado di monitorare i fenomeni economici. Di fronte a questi aumenti sproporzionati sarebbe stato necessario disporre subito un’indagine approfondita sulla formazione dei prezzi nei settori più colpiti. Una verifica dei prezzi delle materie prime e dei prezzi alla produzione sarebbe stata sufficiente a chiarire gli abusi e le speculazioni.
Questo però non è avvenuto.
Da parte del governo non c’è stato per almeno due ragioni: la prima che in fondo l’euro non piaceva a questo governo scarsamente favorevole alla politica dell’Unione europea e che se si poteva far passare l’idea che questo aveva portato danni andava bene per disincentivare la passione europea degli italiani; la seconda che un po’ d’inflazione poteva alimentare in parte una ripresa dell’economia. Sbagli madornali entrambi.
Se il governo è stato cieco e colpevole, non meno responsabili sono stati i rappresentanti dei commercianti: Confcommercio e Confesercenti si sono rigidamente assestati da subito su una difesa ferrea delle categorie, andando a trovare ogni tipo di pretesto.
Stupisce non poco, nel panorama politico italiano, che la cecità abbia colpito anche lo schieramento dell’opposizione parlamentare. Ferocemente schierata – a giusta ragione debbo dire – a contrastare le iniziative del governo volte alla salvaguardia del “particulare” non è riuscita ad avere chiara la cognizione del fenomeno prezzi e degli sconvolgenti risultati che esso stata provocando nel tessuto sociale italiano. Unica eccezione, in questo settore, le associazioni dei consumatori che hanno trovato un campo di battaglia fortissimo per la difesa dei cittadini-consumatori, avvantaggiandosi dell’inerzia e della pigrizia dei partiti.
In un anno e mezzo di liberalismo sfrenato e di prezzi dei generi di prima necessità in folle crescita è tornato alla ribalta un problema che in Italia era stato dimenticato almeno dai tempi del miracolo economico: la sussistenza. Ecco che il lassismo, la leggerezza nel trattare questo problema, stanno causando forti problemi sociali che difficilmente potranno essere risolti nelle condizioni in cui versano i conti dello Stato e con la congiuntura economica attuale.
Sta alle associazioni dei commercianti, a Confcommercio e Confesercenti, di prendere coscienza della situazione e di esercitare un’azione “verità” nei confronti dei propri associati.
La considerazione di base sulla quale esse debbono riflettere è che commercianti ed esercenti non possono essere alieni dai problemi dei consumatori. Solamente coloro che si rivolgono alle fasce alte di reddito possono stare tranquilli: i ricchi non mancheranno mai in un’economia di mercato. Tutti gli altri commercianti debbono invece preoccuparsi: il venir meno del potere d’acquisto (che già è iniziato e sempre più, continuando questo trend dei prezzi, avverrà in futuro) provoca la chiusura di molti dei loro negozi ed il loro fallimento economico.
Commercianti e consumatori debbono essere alleati, non avversari. E da questa considerazione deve partire un’azione di “moral suasion” per far tornare i prezzi all’indietro, esercitando il controllo all’origine e ricaricando percentuali fisiologiche secondo la situazione italiana.
Insomma non può durare il binomio prezzi europei-salari italiani, perché sarebbe la miseria crescente e la crisi sociale per l’Italia.