di ALDO BELLI – (intervista) Un vero scrittore, l’ultimo libri, una storia d’amore senza zucchero filato). E’ nato a Roma nel 1971.
Diego Galdino è nato a Roma nel 1971, terminati gli studi superiori ha iniziato a lavorare nel bar di famiglia, il Lino Bar a Roma. Pubblica il suo primo romanzo, Il primo caffè del mattino, nel 2013, del quale sono stati acquistati i diritti cinematografici dalla Ocean Production. Da questo romanzo è scaturito Il viaggio delle fontanelle, un itinerario alla scoperta di Roma e delle sue fontanelle al di là delle classiche mete turistiche della città. Nel 2014 pubblica Mi arrivi come da un sogno a cui segue, l’anno successivo, Vorrei che l’amore avesse i tuoi occhi. Del 2017, invece, è Ti vedo per la prima volta in cui si affronta il tema della narcolessia. Nel 2018 esce L’ultimo caffè della sera (sequel de Il primo caffè del mattino). E’ di quest’ultimo romanzo che parleremo. Diego Galdino è pubblicato anche in Germania, Austria, Svizzera, Polonia, Bulgaria, Serbia, Spagna e Sudamerica.
L’ultimo caffè della sera si svolge a Roma, precisamente tra le quattro mura del Bar Tiberi, l’aria di Trastevere sullo sfondo. Massimo è il gestore, sua sorella Carlotta sta alla cassa, “dopo aver divorziato dal marito, lasciandolo in Canada sposato con il suo lavoro, era tornata a casa, convinta che l’uomo della sua vita l’aspettasse lì da qualche parte”. Ci sono Dario, il vecchio barista, e il nuovo arrivato dietro il bancone del bar, Marcello, i frequentatori abituali per i quali la tazzina del caffè al Bar Tiberi, uno con una variante diversa dall’altra, rappresenta il sorgere dell’alba del loro nuovo giorno, dei personaggi come spesso s’incontrano nei bar di ‘provincia’ anche se al Bar Tiberi fanno il caffè con la nutella più buono del mondo. E poi c’è Geneviève, “l’appartamento dove viveva era la stessa piccola mansarda che aveva preso in affitto quando aveva lasciato l’orfanotrofio di Saint-Germain”: un giorno riceve una lettera raccomandata e da quel giorno al sua vita prese una piega che non aveva previsto. La parente di cui non aveva mai sentito neppure il nome, morendo le aveva lasciato una casa a Trastevere: “rione di una città che conosceva solo di fama e che non desiderava conoscere, una città bella ma caotica, cicala e impertinente, almeno così la immaginava lei, ed era quanto di meno l’attraesse in quel momento”. Il notaio Ia prega “di presentarsi presso il suo ufficio a Roma per espletare le pratiche burocratiche ed entrare in possesso” della sua proprietà.
Fermiamoci qui, dopo aver detto che tra la bella giovane francese e il giovane Massimo accade qualcosa di facilmente intuibile, e che il romanzo si apre quando sono trascorsi quasi due anni dal giorno in cui Geneviève ha deciso di ritornare a Parigi: “L’aveva comunicato a Massimo una sera, fra una lacrima e l’altra. Non ce la faceva a stare lontana da Parigi. Roma era bella, stupenda, incredibile, una città pazzesca e unica al mondo, ma non era casa sua. Piano piano, invece di abituarsi e sentirsi sempre più a proprio agio, aveva imboccato quasi senza rendersene conto la corsia opposta, sviluppando un’insofferenza prima leggera e via via sempre più marcata e infine insopportabile. Non che a Parigi fosse mai stata realmente bene, ma era il posto in cui lei e la sorella erano nate e vissute, il posto che avevano amato insieme, ma soprattutto il posto dove le aveva promesso che senza di lei non sarebbe andata da nessuna parte”. Per Massimo, Geneviève è una ferita aperta. E di fronte ad una nuova spera di sole che improvvisamente un mattino si allunga sul bancone del bar…

Incontro Galdino nel suo bar
Quando entro, lo trovo dietro il bancone, pantalone e gilet nero sulla camicia bianca, lo riconosco anche se mi volge le spalle, davanti alla macchina del caffè. La sua assistente, Simona, che ha fatto da tramite non c’è. Il che non mi meraviglia, perché leggendo il libro ho avuto la sensazione di una persona spontanea, abituata alla conversazione, del resto fondamentale insieme al sorriso che subito coglie il mio ingresso, per il lavoro che fa. Si stropiccia le mani con un cencio, più per forma di educazione che altro, e oltrepassa l’ostacolo che ci divide stringendomi la mano, mi ringrazia di essere venuto. Avrei potuto incontrarlo in occasione della sua partecipazione a “Firenze Libro Aperto” (sabato 29 settembre sarà presente a parlare del suo ultimo libro), ma ho preferito ascoltarlo nel suo ambiente naturale. MI incuriosiva, come dire, la vicenda umana-letteraria del personaggio, e avendo letto il suo ultimo romanzo anche capire se fosse consapevole di essere uno scrittore vero, considerando l’etichetta di autore di romanzi ‘rosa’ sicuramente più congeniale alla moda segnata nell’ultimo decennio dai tanti best-seller che hanno riempito di gioia le casse delle case editrici (e degli autori) senza alcuna possibilità di diventare un ‘caso letterario’ capace di resistere al trascorrere delle quattro stagioni.
Partiamo dal libro
La prima osservazione che mi è giunta spontanea, arrivato all’ultima pagina, è che l’idea di Galdino come autore «rosa” mi pare molto riduttiva. Intercettare più agevolmente un pubblico di lettrici per il contenuto romantico della storia sovente nasconde un che di leggerezza narrativa, abilmente esposta a solleticare le debolezze sentimentali che – anche se io ne dubito – sarebbero congeniali alla sensibilità del pubblico femminile. In passato è accaduto: penso a Liala, che è stata una grande autrice, ma più per la «novità» del genere introdotto in Italia e la capacità narrativa che per spessore letterario. il «romanzo rosa» raggiunse il successo con la Biblioteca delle signorine dell’editore Salani, eravamo nel 1912 .Conteneva i racconti della Baronessa Orczy. Poi giunsero Liala e altre ancora. Fino alle più recenti autrici (ma anche autori) sulle quali stendo personalmente un velo pietoso: tralascio i nomi, preferisco la sostanza, un libro vero non ha bisogno di aggettivi. Cito sempre Marguerite Yourcenar per indicare la differenza tra un libro scritto da una donna e un libro scritto da un uomo, e il destinatario del libro che non distingue lettori uomini e donne. Ecco, sebbene possa comprendere la logica del marketing editoriale – direi che anche la scelta delle copertine dei suoi libri è sintomatica in questo senso – il suo libro mi è parso, viceversa, un romanzo contemporaneo a tutto tondo, non riconducibile al filone «romantico», e quindi per nulla destinato a un pubblico femminile di lettori.

Lei considera il suo libro scritto per un pubblico femminile?
Prima di tutto la ringrazio per avermi dato la possibilità di parlare di me e dei miei romanzi. Sarebbe facile per me rispondere che io quando inizio a scrivere le mie storie non abbia in testa le persone che le leggeranno. Ho ben chiaro per chi scrivo, io considero i miei libri delle favole per adulti, e le favole servono a tutti. Poco giorni fa, mentre stavo per salire sull’aereo che mi avrebbe portato in Sicilia per due mie presentazioni, mi sono trovato davanti una signora con due bimbi piccoli, diciamo alquanto vivaci, per usare un eufemismo. Ad un tratto dopo un suo ennesimo richiamo all’ordine, ovviamente inascoltato, la signora ha alzato gli occhi al cielo e ha fatto un lungo sospiro in cui, come fosse un fumetto, si sono materializzate tante parole non dette, che unite insieme, andavano a formare un grido di aiuto. Ecco io scrivo per quella signora, per darle un momento di pace, un momento tutto per lei, un momento di serena spensieratezza da dedicare alla cosa più bella che possa fare un essere umano, dopo fare l’amore… Leggere. Vivendo un’altra vita, senza dover obbligatoriamente aspettare la prossima, con la speranza che sia migliore di quella che si sta vivendo. Io ho sempre pensato che sia riduttivo definire l’amore con un solo colore, perché l’amore è l’unico colore che sta bene su tutti.
Mi spiego meglio, Diego. Ho riletto recentemente tutte le opere…
di quel grande autore italiano dimenticato che considero Sergio Maldini. Penso in particolare a due libri: I sognatori e La casa a nord-est. La componente amorosa giovanile in uno e matura nell’altro, in un contesto ambientale ben determinato – come lo è Roma nel suo caso – non hanno mai fatto dire a nessun critico letterario di trovarsi di fronte ad un romanzo «romantico». Piuttosto, a due grandi libri d’autore. Nel suo libro trovo che il contenuto narrativo segue una spontaneità dei personaggi per nulla costruita a tavolino (ovvero, pensando al loro destinatario in funzione del mercato e del successo), con una semplicità di stile che trasfonde, credo, nello scritto la personalità dell’autore. La storia che ruota intorno a Massimo acquista subito luce non con ‘leggerezza’, ma con semplicità: lo stile di Galdino non ricorre allo zucchero filato, e la passione quanto la malinconia (vedi i frequentatori del bar che rimangono ombre per le vicissitudini della vita) scorrono con una padronanza della scrittura che non prevale mai sui protagonisti, insomma l’autore, come i veri autori, non celebra se stesso subdolamente, lasciando che ciascuno segua la propria strada accompagnando il lettore in una piacevole immersione nel racconto. Tutti gli artisti, in qualsiasi campo, sono il frutto di un’assimilazione complessa, anche contraddittoria, dell’esperienza culturale, poi da lì nasce la differenza, tra coloro che da questa esperienza sanno esprimere una propria identità e quelli che invece rimangono – talvolta anche se con egregi risultati – pur sempre una copia di qualcuno già conosciuto. Dalla lettura del suo ultimo libro, la mia sensazione è che lei appartenga alla prima categoria: quella degli scrittori con una propria identità, gli scrittori veri, certo sicuramente confrontabili con altri autori precedenti, ma non una copia rivista e corretta. Ovviamente, non le chiedo cosa pensi su questa mia valutazione.
Le chiedo, quali sono stati i libri e gli autori che l’hanno influenzata a decidere di mettersi a scrivere?
Le sue parole mi lusingano molto. Io nasco lettore, prima di tutto amo leggere e se ancora oggi mi chiedessero di scegliere tra leggere e scrivere io sceglierei sempre leggere. Il mio retaggio di lettore ha fatto di me lo scrittore che sono. Non posso negare che la letteratura inglese dell’ottocento abbia influenzato enormemente il mio modo di scrivere. Il libro della mia vita, non il più bello che abbia letto, ma sicuramente il primo che porterei in salvo da una casa in fiamme, dopo i miei cari, è senza ombra di dubbio Persuasione di Jane Austen che io considero il padre di tutti i romanzi romantici e quello che maggiormente, perché credo il più autobiografico, mi ha fatto innamorare di una donna incredibilmente speciale come la Austen. Per poi continuare con le sorelle Bronte e Dickens. Ma in realtà ho iniziato a scrivere grazie o per colpa di una ragazza adorabile che a sua volta adorava Rosamunde Pilcher, una scrittrice inglese che di storie d’amore se ne intendeva parecchio. Un giorno lei mi mise in mano un libro e mi disse: «Tieni, questo è il mio romanzo preferito, lo so, forse è un genere che piace più alle donne, ma sono certa che lo apprezzerai, conoscendo il tuo animo sensibile». Il titolo del romanzo era Ritorno a casa e la ragazza aveva pienamente ragione: quel libro mi conquistò a tal punto che nelle settimane a seguire lessi l’opera omnia dell’autrice.
Il mio preferito era I cercatori di conchiglie. Scoprii che il sogno più grande di questa ragazza di cui ero perdutamente innamorato era quello di vedere di persona i posti meravigliosi in cui la Pilcher ambientava le sue storie, ma questo non era possibile perché un grave problema fisico le impediva gli spostamenti lunghi. Così, senza pensarci due volte, le proposi: «Andrò io per te, e i miei occhi saranno i tuoi. Farò un sacco di foto e poi te le farò vedere». Qualche giorno più tardi partii alla volta di Londra, con la benedizione della famiglia e la promessa di una camicia di forza al mio ritorno. Fu il viaggio più folle della mia vita e ancora oggi, quando ci ripenso, stento a credere di averlo fatto davvero. Due ore di aereo, sei ore di treno attraverso la Cornovaglia, un’ora di corriera per raggiungere Penzance, una delle ultime cittadine d’Inghilterra, e le mitiche scogliere di Land’s End. Decine di foto al mare, al cielo, alle verdi scogliere, al muschio sulle rocce, al vento, al tramonto, per poi all’alba del giorno dopo riprendere il treno e fare il viaggio a ritroso insieme ai pendolari di tutti i santi d’Inghilterra che andavano a lavorare a Londra. Un giorno soltanto, ma uno di quei giorni che ti cambiano la vita. Tornato a Roma, lasciai come promesso i miei occhi, i miei ricordi, le mie emozioni a quella ragazza e forse le avrei lasciato anche il mio cuore, se lei non si fosse trasferita con la famiglia in un’altra città a causa dei suoi problemi di salute. Non c’incontrammo mai più, ma era lei che mi aveva ispirato quel viaggio e in fin dei conti tutto ciò che letterariamente mi è successo in seguito si può ricondurre alla scintilla che lei aveva acceso in me, la voglia di scrivere una storia d’amore che a differenza della nostra finisse bene.

Un barista scrittore, diciamo la verità, fa sempre un certo colpo.
In anni lontani, si sarebbe detto «molto intellettuale», o «rivoluzionario» quando era un operaio della fabbrica a sperimentare il proprio bisogno di scrivere. Oggi fa meno effetto, anche se rimane un po’ ‘cool’, un po’ figo, chissà quando donne si saranno presentate nel suo bar con la scusa di prendere un caffè…
Mi posso interrompere su questa domanda?
Il poeta Wistan Auden si chiedeva quale fosse la verità sull’amore, io ho faticato molto per trovarla e non saprò mai se si tratti della mia verità o di quella assoluta, ma credo che sia più la prima, o almeno mi piace pensare che lo sia. Sono infatti al mio secondo matrimonio e già questo potrebbe far pensare che sulla teoria sono bravo, sulla pratica un po’ meno. Di sicuro la mia attuale moglie sarebbe stata più felice se suo marito fosse stato uno scrittore alla Stephen King e non uno scrittore di romanzi d’amore. Di sicuro, l’aura che circonda un barista scrittore di storie d’amore circonfonde i contorni e l’interno dello stesso agli occhi di chi anela dolcezza e romanticismo, rendendolo più bello e affascinante di quello che sembra. Ma come il protagonista del mio ultimo romanzo ho grande rispetto per le donne e per i sentimenti in generale, quindi cerco di preparare loro un caffè indimenticabile, mettendoci sempre tutto l’amore… Che posso.
Il barista scrittore. In realtà lei è un uomo colto.
E non solo perché ha studiato, ma anche perché è un lettore robusto. Io sono convinto che nell’arte, in ogni arte, esiste un dono naturale: che se poi scoperto e curato, anche con sacrificio del tempo, si manifesta alla luce del sole.
Esiste qualcuno nella sua famiglia che avesse una predisposizione al racconto, magari anche solo orale?
Da questo punto di vista, sinceramente, posso sembrare un figlio trovato in una cesta mentre galleggiava in un fiume. In realtà la mia famiglia nasce con le stigmate del commercio, con una filosofia di vita del tipo… “Dove non c’è il guadagno la remissione e certa”, quindi ancora oggi, malgrado il mio successo letterario, la scrittura viene considerata una perdita di tempo, che ruba ore al mio vero lavoro di barista. Anche perché in un paese come il nostro al momento è ancora un’impresa ai limiti dell’impossibile vivere di ciò che scrivi, in particolar modo se hai tante persone che dipendono da te per vivere una vita serena. Di sicuro ho cercato di trasmettere alle mie figlie l’amore per i libri e l’arte in generale, tanto che la prima sta studiando per realizzare il suo sogno di lavorare in una biblioteca e la piccola è un concentrato di talenti artistici.
Quando ha sentito il bisogno di scrivere? La seconda, che integra la prima, perché?
Penso di averle già risposto, posso aggiungere che ho sentito il bisogno di scrivere per ritrovare la pace interiore e forse lo continuo a fare ancora oggi. Il perché è che, a volte, per chi scrive, un libro diventa come uno psicologo e ad uno psicologo riesci a dire quelle verità che di solito non riesci a dire a nessuno… Comunque ci tengo a dirle che rispondere alle sue domande è stato tempo ben speso, un tempo che ho considerato di grande valore.
Cosa è cambiato nella sua vita dopo il successo internazionale dei suoi libri?
In realtà non è cambiato poi molto, ancora adesso, mi sveglio alle quattro di mattina per scrivere un’oretta e mezza, per poi travestirmi da barista e andare a preparare il primo caffè del mattino ai personaggi dei miei romanzi. Posso però dire che una delle mie soddisfazioni più belle è quando, approfittando di una vacanza a Roma, vengono al bar persone che vivono nei paesi in cui sono stati pubblicati i miei libri per farsi fare una dedica da me e una foto dietro al bancone del bar
Cosa dicono dei suoi libri Giulia e Claudia, le sue figlie?
Le mie figlie sono orgogliose di ciò che è riuscito a fare il loro papà, se non altro perché credo che grazie a me potrebbero aver capito che se credi fermamente in un sogno, con un po’ di fortuna, puoi riuscire a realizzarlo.
Se c’è, dove si trova l’ombra di sua madre e di suo padre al bar Tiberi?
Più che ombre, direi che il Bar Tiberi brilla delle loro luci, Carlotta la sorella del protagonista e Dario, il suo amico/collega/secondo padre, come gli altri personaggi del libro, non sono solo frutto della fantasia dell’autore.
Aldo Belli giornalista.
