LA CULTURA, SCHOLE' - di Massimo Gargiulo

E voi ci imparate un poco di italiano: Boreano

di MASSIMO GARGIULO – Questo luogo sconosciuto ai più è la campagna intorno a Venosa, paese della Basilicata, tra pallone e italiano

Nel mio lavoro di insegnante molte delle motivazioni alla professione mi sono venute da persone singole, altre da coordinamenti diversi, tutti però animati dalla volontà di difesa della scuola come istituzione fondamentale del Paese. Una scuola di qualità, per tutti, garanzia di mobilità sociale. Tuttavia, con alcuni dei colleghi dei coordinamenti, nel corso degli anni, abbiamo condiviso la decisione di prestare la nostra attività anche in contesti decisamente meno formali, in particolare attivando come volontari corsi di italiano per migranti.

Lo abbiamo fatto per alcuni anni aprendo una scuola a Roma all’interno di un’associazione che si occupa di altro, cioè di persone con disabilità mentale, La Primula. Il titolo di questo pezzo, che prenderà tra poco un’altra strada, deriva proprio da questa scuola. Una sera infatti mi arrivò una telefonata da parte di uno sconosciuto che aveva trovato il contatto sul sito della Rete Scuole Migranti. Era un italiano; voleva vincere un bando per l’apertura di un centro di accoglienza e, siccome tra le attività da garantire erano richiesti corsi di italiano, mi chiedeva se potesse mettere nella domanda la nostra scuola; l’impegno sarebbe stato piccolo: “Voi ai ragazzi ci dovete imparare solo un poco di italiano”, proprio così, con queste parole. A tutto il resto avrebbe pensato lui, immagino a partire dalla quota che lo Stato gli versava per ogni ospite. Ma, come accennavo, la strada dell’articolo mi porta altrove, più precisamente a Boreano.

Questo luogo sconosciuto ai più è la campagna intorno a Venosa, paese della Basilicata celebre, come si dice in questi casi, per aver dato i natali al poeta latino Orazio, il poeta del carpe diem. Per me in effetti fu un ritorno perché avevo partecipato da studente liceale proprio a un concorso di traduzione a lui dedicato.

Mi portava a Boreano un gruppo di amici insegnanti che era entrato in contatto con ragazzi del luogo che, sparsi per l’Italia nei loro percorsi universitari, tornavano a Venosa ogni estate e avevano formato un coordinamento chiamato “Campagne in lotta”. Quella è infatti zona di pomodori e per la raccolta si riempiva di braccianti africani sottoposti al caporalato. Tra le varie azioni messe in campo, vi fu anche l’idea di aprire una scuola di italiano. Noi ci prestammo per un turno di due settimane in agosto.

La scuola fu aperta in una chiesa abbandonata, nel centro di uno dei villaggi che sarebbero dovuti sorgere con la riforma agraria del ’52; materiali didattici e arredi di fortuna venivano dalla generosità dei Venosini, o dalle loro cantine. Un altro resto archeologico di quel tentativo fallito dell’Italia postbellica erano le mura di quelle che avrebbero dovuto essere le case dei contadini, i quali preferirono invece rimanere a vivere in paese e raggiungere quotidianamente i campi, non vivervi in mezzo. Queste pareti, a volte dotate di tetto, ma null’altro, erano divenute le case, si fa per dire, di nuovi contadini, i raccoglitori a cottimo di pomodoro, cioè i nostri potenziali studenti.

Passammo tra i casali distribuendo volantini e invitandoli per il giorno dell’apertura. Per far riconoscere la scuola usammo, piegandolo, uno striscione che avevamo esposto mille volte durante le nostre manifestazioni. L’arrivo dei ragazzi è un ricordo indelebile. Attraverso strade non strade si vedevano nella piana lontananza dei campi figure tra la polvere e il cielo ancora chiaro, che camminavano, camminavano sempre, fino a raggiungerci. Erano tutti del Burkina Faso, per lo più giovanissimi. Alcuni già in Italia da qualche anno, passati al bracciantato dalle industrie del nord che chiudevano per la crisi del 2009. Altri venivano apposta e passavano dalle arance ai pomodori. La giornata per loro iniziava all’alba, poi cercavano nelle ore di lavoro del mattino di riempire quanti più cassoni potevano, perché quel numero determinava il salario, decurtato della parte rubata da chi li accompagnava con i furgoni e passava loro il pranzo. Il sindacato nemmeno si riusciva ad avvicinare. Da noi venivano verso le 17,00, con la schiena rotta, pieni di stanchezza e alla ricerca di una socialità meno primitiva di quella dei casali in cui vivevano.

Imparare l’italiano sì, ma prima ancora forse stare insieme a noi volontari. Divisi in gruppi, più o meno di livello, insegnavamo una lingua buona per dire chi si è e da dove si viene, quanti anni, quanti figli o fratelli. Poi si giocava, c’era sempre un gioco prima della lezione, per creare familiarità e una buona disposizione all’attenzione, o più semplicemente per divertirsi. Si chiamavano Mussa, Malik, Traore… e veneravano l’eroe nazionale Sankara, che poi scoprimmo essere veramente un personaggio straordinario. Ogni tanto giocavamo anche con un pallone e capitava che alcuni di loro, uno in particolare, cominciasse a tentare una serie di colpi ad effetto, di grande destrezza e controllo. Voleva farci vedere qualcosa di cui era convinto, di essere cioè un ottimo calciatore. L’anno dopo ci raccontò di essere entrato in una squadra, credo una seconda categoria di una città della Campania. La strada per la serie A era lontana, non sarebbe mai arrivata, ma loro camminavano, camminavano sempre.

Alla fine qualcosa di italiano in più rispetto all’inizio impararono. Alcuni custodivano nelle non case persino i quaderni che avevamo distribuito e facevano qualcosa di simile a dei compiti. Con l’aiuto dei compagni di Campagne in lotta organizzarono anche una protesta riuscendo a incontrare il Prefetto ed evidentemente a comunicarci nella lingua della bandiera nel suo studio.

Il pallone e l’italiano. In mezzo ai pomodori, i caporali, le schiene rotte e le famiglie in Burkina Faso, uno dei luoghi più poveri al mondo. In mezzo anche a dei professori un po’ strani da capire fino in fondo in quella loro scelta, ma almeno simpatici. Il parallelo di questi giorni a questa storia è quello di Luis Suarez, centravanti della nazionale uruguaiana e del Barcellona, parte del tridente in cui è anche il divo Messi. Il resto è noto. Altri professori, anche loro protagonisti di una scelta difficile da capire, hanno fatto l’esame di italiano a questo ragazzo che è andato un po’ oltre, nella sua carriera calcistica, rispetto alla seconda categoria campana. L’ha superato e così potrà essere comunitario e magari giocare nella Juve dell’altro fenomeno CR 7. Ma poi è arrivata la cronaca delle ultime ore. Sembra che l’esame sia stato finto, i docenti corrotti. Uno che guadagna 10 milioni, e senza caporale, non si può fermare neanche se parla solo all’infinito. Almeno i nostri sapevano la prima persona del presente indicativo. Sarà l’inchiesta a determinare i fatti reali, ma ciò che è emerso al momento è nero come il cielo di Boreano.

A noi alla fin fine rimangono poche cose. I kilometri da loro camminati o percorsi in bicicletta fino a quella vecchia chiesa tutti spifferi, dove qualcuno aveva attaccato uno striscione servito a difendere la scuola pubblica italiana. Il nostro lavoro di insegnanti, anche lì; l’italiano insegnato a un attaccante di chissà quale squadra di una cittadina campana. Le parole di Alessandro Leogrande, che nei suoi libri ha raccontato questo mondo, ma è scomparso troppo presto.