Elezioni – Anche questo giro GDG rimane al palo

di ALDO BELLI – Dimenticato anche in questa tornata elettorale, sconfitto e scontento, il lapsus sul Jova Beach del sindaco di Viareggio.

L’ultimo post del sindaco di Viareggio (11 settembre ore 9.26) sul Jova Beach cambia tono rispetto al precedente (25 agosto ore 15,28) nel quale annunciava l’incarico ad un legale per valutare eventuali querele “per danni”: “Dopo le varie prese di posizione sul concerto del Jova Beach a Viareggio, alcune delle quali hanno superato il limite consentito…”. Il “limite consentito” – ancora una volta – è quello di chi osa criticare o semplicemente pensarla diversamente (in questo caso Italia Nostra e coloro che si sono opposti alla scelta della spiaggia del Muraglione per il Jova Beach). Se non si trattasse di un caso nazionale d’intolleranza (è di un sindaco che stiamo parlando) potremmo anche lasciar perdere (diceva Giulio Andreotti che per un politico ricorrere alla querela rappresenta un segno di debolezza).

Il sindaco di Viareggio nel suo stile ricorda il Marchese di Carabas. Le fiabe sono un pozzo senza fine di saggezza… Il Gatto con gli Stivali, felice, precedeva la carrozza e ai contadini che incontrava diceva: – Se non dite al Re, quando passerà di qui, che questi terreni appartengono al Marchese di Carabas, finirete come polpette. E al passaggio della carrozza, il Re chiedeva ai contadini di chi fossero quelle terre rigogliose, e questi rispondevano tutti: – Del marchese di Carabas.

Dalla querela, dunque, al cabaret.Per quelli lì, che la responsabilità è sempre degli altri. Quegli altri che per loro non c’arrivano, che sono ignoranti e anche un po’ cafoni, per quelli lì: ooooh yeesss! yeesss…” (è un estratto della più lunga performance letteraria dell’11 settembre per gli sconfitti e scontenti anti-Jova Beach).

Il sindaco di Viareggio tiene a far sapere di avere letto molti libri, probabilmente però gli è sfuggito Voltaire (“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo”) e non segue papa Francesco (“Ognuno ha non solo la libertà e il diritto, ma anche l’obbligo di dire ciò che pensa per aiutare il bene comune”). Elogia Berlinguer (25 maggio) come “una prospettiva di quello che la politica dovrebbe essere. Con la sobrietà, la mitezza…” e poi nomina senatore a vita il suo cavallo prediletto come Caligola; si arrocca in una corte di yes man e yes woman come Berlusconi; disprezza chi la pensa diversamente fino ad esplodere, così dicono i più intimi, in ire furibonde quando viene criticato; ha paura della gente, e alle domande pubbliche non risponde avvalendosi del privilegio che solo in Italia la legge consente ad un uomo di governo; considera il litigio l’arte della diplomazia: dai sindaci della Versilia fino al governatore della Toscana non c’è istituzione della Repubblica con la quale non sia entrato in conflitto. Perfino con i familiari della strage ferroviaria di Viareggio. Ma poi, guerre per cosa? Per un ideale, una grande idea? O per la propria personale avidità di Potere? La “mitezza” sì, del con me o contro di me. E la “sobrietà” poi…

Scorrendo i post appena indietro, foto di famiglia gioiose appaiono sullo sfondo del Jova Beach. Meglio un sindaco gioioso che un sindaco triste, certo. Se non fosse che ancora dopo sette anni non sappiamo se quella pagina Facebook sia sua personale (nel qual caso, libero di condividere e postare tutto quello che vuole, incluso bannare gli antipatici), oppure se è la pagina istituzionale del Sindaco del Comune di Viareggio, il cui unico scopo viceversa è informare i cittadini sulla pubblica amministrazione (nel qual caso le poesie, le emozioni private e le spavalderie personali contrastano con quello che gli americani chiamano politically correct). Certo è che non esiste al mondo (potete verificare di persona) una pagina social di un sindaco simile al Book stile Vogue di foto e pensieri poetici del sindaco di Viareggio (la responsabilità, comunque, non è da attribuire alla vanità sconfinata dell’uomo, ma ai sudditi che continuano gaudenti o indifferenti ad applaudire al suo passaggio decantandone l’abito meraviglioso anche se è nudo come il re della favola).

C’è una lezione del professore di Freiberg che calza a pennello: lapsus è un vocabolo latino generalmente tradotto con parole come errore o caduta. Freud lo traduce nel prototipo del conflitto psichico, un meccanismo presente in tutti gli esseri umani: un conflitto interiore nel quale trapela inconsapevolmente l’inconscio, una realtà impossibile da accettare che sfugge al livello di coscienza, insomma un errore involontario, che apparentemente si rivolge ad altro e che invece rivela il proprio pensiero nascosto. In questo caso, appunto, la verità dello sconfitto e scontento che nessuno intende far salire sulla propria carrozza elettorale. Verrebbe da dire che esauriti i convivi e le cene tra Lucca Firenze e Roma, superato il confine del borgo viareggino chi lo conosce lo evita.

Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso. Va dato atto che Giorgio Del Ghingaro (questo è il nome del sindaco, venuto da terre lontane dove ha continuato a vivere anche dopo avere espugnato il castello di Viareggio) ha sempre lottato, incessantemente, quotidianamente, per conquistare il suo sogno: sindaco di Lucca, sindaco di Viareggio, consigliere e assessore regionale, presidente della Regione, onorevole o senatore e chissà, forse nel suo sogno anche presidente della Repubblica. Il trauma è che, tranne Viareggio, in dieci anni nessuna di quelle porte si è aperta alla sua ambizione. E Viareggio che doveva rappresentare il suo trampolino di lancio verso l’Olimpo degli dei sta diventando la tomba delle sue aspirazioni. Animato dalla lotta primordiale per l’ascensione ai massimi luoghi del Potere, anche in questa tornata elettorale è rimasto al palo. O a bocca asciutta se preferite.

Chi lotta, anche nell’agone politico, misura la via seguendo il sole e la luna, il nostro Marchese di Carabas, invece, ha inseguito la loro ombra. E l’ombra, si sa, varia ad ogni ora del giorno, non ha stabilità. Salpato da Itaca (PD) ha rincorso le sirene dell’Uomo solo al Comando: fondò la propria corte e perfino un proprio casato al quale dette il nome di Buonvento, diramandolo (settembre 2016) per conquistare le altre città della Toscana, proprio come le terre del Gatto con gli stivali: con la differenza che lì, a Livorno Lucca e altrove, nessuno del contado rispose mai “sono del Marchese di Carabas”. Iniziò così la sua carriera di Cacciatore di Ombre, stringendo le mani da Oriente a Occidente, e rimanendo alla fine sempre a mani vuote.

Sconfitto e scontento. Traspare nell’estetica rivelatrice del sorriso forzato che si alterna alle pieghe del volto che assumono la gravità del peso che il destino l’ha chiamato a sorreggere, quel costante parlare di sé delle immagini che non dicono nulla ad eccezione dell’autocompiacimento da X-Factor. E ancora, quella paura di guardare in faccia la gente che nessuna fotografia potrà mai sostituire, un fastidio epidermico, il terrore del contatto umano con chiunque possa solo incrinare il suo soliloquio ignorando, il Marchese, che anche dal fruscio di una pianta si può imparare a cogliere l’aria che conduce nella giusta direzione; pensando che la vera autorevolezza politica sia inviare emissari a scagliare carte legali e non il rispetto del prossimo, accogliere “con sobrietà e mitezza” nella propria casa perché il Municipio è la casa di tutti.

Il Marchese di Carabas non è solo una fiaba popolare con il lieto fine di un gatto che utilizza l’astuzia per offrire il potere, la fortuna e la mano di una principessa al suo padrone. E’ un esemplare del carattere nazionale. Osservando le liste dei candidati in corsa la sconfitta deve essere cocente, avrebbe fatto sicuramente la sua bella figura con il nome sulla scheda elettorale. E invece… In Italia, tuttavia, la politica prevalente segue il Gatto con gli stivali piuttosto che Sant’Agostino o Piero Calamandrei, per cui: mai disperare che prima o poi il suo sogno si avveri.

Intanto, fino al prossimo giro di ruota, anche la foto più hollywoodiana di Facebook rimane quella del brutto anatroccolo, in attesa di risvegliarsi nel cigno più bello di tutti.