VOCI DEL SUD. Emigranti di ieri e di oggi
Finalmente dopo 24 ore atterriamo a Monaco. A causa d’insolite tempeste siamo stati dirottati prima a Graz, da dove siamo ripartiti dopo 12 ore con pernottamento in un comodo albergo. Penso agli emigranti del passato che per arrivare in Germania ci mettevano anche ventiquattro ore di viaggio, con le loro valige di cartone, in treni con vagoni simili a carri bestiame. Mi capita spesso di pensarci da quando i miei figli vivono a Monaco di Baviera.
Il diario di mio padre
Mai avrei immaginato che sarebbero diventati emigranti! Loro i cui i genitori, nonni e bisnonni hanno avuto la fortuna di mettere buone radici nella loro terra. La vita è ben strana.
Anche mio padre, contadino lucano, ci pensava, ai migranti intendo, e scriveva sul suo diario: “Intorno al 1970, i contadini emigrati in Germania o a Torino e Milano, avendo accumulato un po’ di soldi, iniziarono a tornare. Quelli che avevano mantenuto in vita le loro terre grazie alla caparbia volontà e al lavoro delle mogli e dei figli più grandi, al loro rientro ripresero a fare il mestiere di coltivatori. Alcuni acquistarono altre terre e misero su delle belle aziende grazie ai gruzzoletti depositati alla posta: con il cambio avevano assunto un bel valore. Altri, grazie al doppio lavoro fatto in Germania, e ai tanti sacrifici fatti dalla famiglia per mettere da parte quasi tutto il guadagno, poterono finalmente comprare le terre tanto agognate. E gli emigrati che tornano, portano parecchie innovazioni, soprattutto i giovani. Chi apre un forno a legna per il paese, chi apre una latteria, chi invece la bottega da lattoniere o di idraulico e chi invece apre un negozio di alimentari o un forno e chi un bar…
E il paese cominciò a progredire
Si cominciò a muovere qualcosa insomma, e il nostro paese cominciò a progredire e piano piano cambiò faccia. Si ristrutturarono gli antichi lammioni, la stanza unica in cui tutta la famiglia viveva insieme agli animali, trasformandoli in appartamenti, un po’ bui per la verità, e si costruirono stalle e case nuove, al piano terra ma anche al primo piano, con quei soldi piovuti dalla Germania. Cominciarono a vedersi bagni che mai ci eravamo sognati in vita nostra, e vasche da bagno e cucine separate, e addirittura poltrone comode e belle da vedersi. I soldi della Germania e del nord Italia, costati sangue e sudore, portarono nel paese anche le prime automobili. Persino io, che per fortuna non ero emigrato, ne comprai una di seconda o terza mano”.
La Lucania spopolata
Negli anni settanta, quando tanti tornavano, i più giovani partivano ancora in cerca di fortuna. I loro padri e nonni erano partiti per guadagnarsi il pane, loro cercavano il companatico e una vita più dignitosa e più comoda. Molti di quegli emigrati non tornarono più, soprattutto quelli partiti a fine ‘800 per l’America. In pochi decenni la Lucania aveva perso molti abitanti, e il nostro paese si era quasi spopolato.
Tanti ‘germanesi’, ‘torinesi’ e ‘milanesi’, continuarono a tornare al paese per le vacanze estive, per rigenerarsi nella terra natia, finché non si estinsero tutti i parenti più stretti o finché la vecchiaia non lo impedì. E le nuove generazioni nate all’estero o al nord, poco a poco, per integrarsi, furono costrette a volte a rinnegare le loro origini o a proteggersi all’interno di comunità di emigrati del loro paese o di gente del sud. Perché i poveri del sud, e della Lucania in particolare, erano fra i più miserabili e spesso venivano discriminati e trattati come bestie. Parlavano dialetti incomprensibili, vestivano con tessuti rozzi e grossolani, tenevano la testa bassa come i muli, e come i muli lavoravano senza sosta.
Di recente sono stata a Milano per impegni di lavoro. Un viaggio comodo in aereo, e ho pernottato in una bella casa-vacanza. Ora le valige di cartone e le baracche sono inconsuete per noi bianchi. Dopo una puntata a La Scala, incontro per un saluto mio cugino, coetaneo e amico d’infanzia, uno dei tanti emigrati decenni fa al nord Italia.
“Che dici andiamo a trovare Ciccillo?” mi chiede. Lo guardo con un dubbio stampato in fronte. Ciccillo chi? Poi i neuroni ronzano e si apre una porta sul passato: Ciccillo era un cugino di mia madre, quasi un fratello per i miei genitori, emigrato circa sessanta anni fa, e mai tornato. “Se andiamo a trovarlo ne sarà felice -aggiunge Nicola- gli piace molto raccontare le storie di famiglia”. Dal varco sul passato, immagini prepotenti fanno a gara per manifestarsi.
Ma certo andiamo a trovare Ciccillo, sarà bello ascoltare aneddoti della mia infanzia e del paese in cui ho vissuto. La sua casa ha il sapore degli anni 60 a Grassano. I mobili mi ricordano quelli belli che vedevo da bambina nelle famiglie ricche del mio paese. Ciccillo all’inizio stenta a riconoscermi, poi s’illumina e inizia a chiedere e a raccontare: “Tua madre era come una sorella per me, che non avevo genitori. Tuo nonno mi ha fatto da padre. Dopo la morte del nostro bambino abbiamo pensato che gli altri figli meritassero più del solo pane e siamo venuti al nord sperando di rimanerci per poco… Ma siamo rimasti qui con gli altri emigrati del nostro paese. Qui c’era una comunità di emigrati molto numerosa e attiva. Ancora oggi. Quindi, tu sei la figlia di Cenzino? La dottoressa? Come sei cambiata!”.
Sfido, avevo 7-8 anni quando loro partirono! Ciccillo continua a parlare confondendo ricordi e persone, ma io lo ascolto affascinata. E’ stato come tornare indietro nel tempo, alla dimensione di un vivere diverso e antico in cui il senso della famiglia e della terra avevano una potenza straordinaria. Chi lascia la sua casa perché costretto dalle circostanze, conserva intatti i valori, le consuetudini e le memorie che caratterizzano il luogo e il tempo che li ha costretti ad andare via. E mentre nel paese di origine il modo di pensare e di vivere cambiano e i ricordi sfumano nel fluire del tempo, nella nuova casa dell’emigrato si conserva quasi intatta la cultura passata, perché questa gente si è protetta dell’estraneo, dagli xenofobi che li vedevano come intrusi di una razza inferiore che doveva essere tenuta alla larga o scacciata. Vietato l’ingresso ai cani e ai terroni, si scriveva al Nord. Vietato generare o introdurre i figli, si legiferava nei paesi stranieri.
I bambini nascevano clandestini
I bambini arrivavano o nascevano clandestini e trascorrevano la loro vita rinchiusi in casa, senza vedere nessuno per anni. Nel migliore dei casi, i genitori li lasciavano in istituti italiani sorti al confine con la Svizzera. Alcuni raccontano oggi di essere stati picchiati e maltrattati da chi gestiva questi istituti per orfani e indigenti. In America, come nel 1800, gli italiani erano considerati semi-negri, sporchi, cattivi e pigri. Gli emigrati che si sono raccolti in comunità nel luogo di espatrio, conservano fotografie, modi di dire, modi di fare e mentalità che prima li hanno aiutati a sopportare la lontananza e dopo a conservare la memoria delle proprie radici.
Il sapore dell’emigrazione
In ogni casa non manca il peperoncino. Il peperoncino è il vero sapore dell’emigrazione. Ma oggi che sapore ha l’emigrazione? Dal sud e dalla Lucania si parte sempre. I lucani li trovi in tutto il mondo. E in ogni angolo della terra hanno lasciato il segno e ancora oggi fanno buone cose. Scarpe grosse e cervello fino, diceva mio nonno. Sono molti i figli lucani emigrati famosi nel mondo: in Paraguay in Argentina, a New New York e in tutta Europa. Prima si partiva perché mancava il pane, poi si cominciò a partire per guadagnare il companatico e soprattutto per motivi di studio. Partivano i figli per poi tornare con il loro sapere.
Ma quel sapere in Lucania non trova ancora spazio di crescita e allora si riparte e vanno via i cervelli migliori a beneficio di nazioni che un tempo hanno sfruttato le forti braccia, avvezze alla fatica bestiale, importate per i lavori più duri nelle miniere, nei cantieri al freddo e nelle fabbriche più buie. E la Lucania si spopola sempre di più.
I nostri figli, partono con voli low cost, valige eleganti, grandi bagagli di conoscenza ed esperienza, grandi speranze e con l’immancabile laptop. Nei paesi stranieri sperimentano la diversità, cambiano stile di vita, imparano lingue e mestieri, fanno i ricercatori, inventano e realizzano grandi progetti, ma anche loro spesso vivono in comunità spesso isolate dalla popolazione locale, comunità di foreign professional, o di expat, poco integrati con le collettività del posto. Che differenza c’è con gli emigranti del passato? Non vivono in baracche, non lavorano solo di braccia, ma fino a che punto sono parte della vita locale? Fino a che punto la nostalgia di casa e della loro terra li tiene sospesi in uno spazio di desideri conflittuali?
Le case di origine appaiono sempre più estranee ad ogni ritorno e le nazioni che li ospitano non sono “la casa”. La malinconia è in agguato nonostante le carte di credito, le vacanze al mare e in montagna, e il tempo non basta mai. Chiusi nelle grandi aziende anche per dodici ore al giorno, si chiedono chi sono e dove stanno andando e dove mettere radici e aspettano i fine settimana e le vacanze per sentirsi uomini e coltivare affetti e amicizie. Mi chiedo se questa non sia una nuova forma di schiavitù. Ma qui si apre un altro problema, lungo da affrontare.
Torneranno?
In casa dei miei figli a Monaco, mi sento soffocare. Guardo la mia nipotina italo-tedesca che dorme serenamente con i lunghi capelli biondi sciolti e le palpebre che vibrano sugli occhi scuri e lucenti. Il cuore si scalda e duole allo stesso tempo. Nata da due culture diverse, ne sperimenta vantaggi e difficoltà. Ha quattro anni, parla due lingue, ne capisce tre, vola più volte all’anno dalla Germania all’Italia, ma i genitori sono due monadi chiuse in se stesse e separate. Che destino avrà? Benedetta emigrazione, mi tocca imparare il tedesco se voglio capire ciò che la piccola borbotta nel sonno!
Anche qui, come in ogni appartamento di emigrato, grande o piccolo che sia, c’è sempre il rosso del peperoncino che infuoca la lingua e il palato, simbolo del sud rievoca il sapore del sole che brucia i calanchi e fa scintillante il mare. Torneranno?
