di ALDO BELLI – La Fenice ha risolto il contratto di Beatrice Venezi, la cultura italiana alla mercé della Casta dei Teatri.
A Buenos Aires manca poco a mezzogiorno quando Beatrice Venezi apprende da ANSA che “La Fondazione Teatro La Fenice, per voce del sovrintendente Nicola Colabianchi, comunica di aver deciso di annullare tutte le collaborazioni future”. La forma stride malamente con l’eleganza veneziana. Solo più tardi, nel pomeriggio, arriverà una lettera su carta intestata del sovrintendente.
Se qualcuno aveva ancora dei dubbi sull’amichettismo cameralesco (il copyright è del pennivendolo affetto da una sindrome ossessivo-compulsiva al solo nome della Venezi) al quale il direttore d’orchestra toscano deve il suo successo, è stato servito. La Casta dei Teatri esulta, ma a vincere è la ragazza di provincia che si è fatta da sola. E l’epilogo veneziano ne è la prova.
Gli anglosassoni lo chiamano sniper journalism (giornalismo cecchino). Tale è il loro disagio, dopo la notizia di ieri, che nel commento sono stati costretti a ripetere le leggende metropolitane che sparano da mesi, anzi da anni, non potendo accettare la realtà: quella, appunto di una giovane direttore d’orchestra che già a 27 anni veniva definita, nello storico Palazzo Cusani di Milano dove riceve il premio Scala d’oro, “un’ambasciatrice del Made in Italy di altissimo valore” .
La leggenda del padre “gerarca” dietro le quinte del successo di Beatrice Venezi: mentre, in realtà, il padre Gabriele è nato ben dopo la fine del Fascismo, e senza avere mai ricoperto posti di potere, reo solo di avere una propria opinione sul mondo, le sue ultime tracce di un qualche attivismo politico risalgano al secolo scorso, insomma sperando che non si offenda, che nel mondo politico e della lirica conta quanto me e cioè come il due di picche.
Poi la leggenda dell’amicizia con Giorgia Meloni: in realtà arrivata molto dopo l’orbita dell’astro nascente; e comunque, essere amica di Giorgia non risulta che sia un reato. Il 19 marzo 2003 Concita De Gregorio dice al Salone del Libro di Torino (intervistata dal direttore de La Stampa Andrea Malaguti): “Giorgia Meloni è una fuoriclasse assoluta – ha poi aggiunto – nel suo “ramo di impresa” è la più brava di tutte. Conchita lo può dire e Beatrice no?
Fino a “Bacchetta nera” per essere stata nominata consigliere del ministro della Cultura. Nessuno prima d’ora aveva mai etichettato con “rossa” o “rosso” la miriade di personaggi del Teatro, della Lirica, del Cinema, della Cultura nominati o nelle grazie dal ministro della Cultura Franceschini.
Dimenticavo “fascistella”. Una delle qualità degli sniper journalists è leggere a righe alterne. Tutti hanno letto l’intervista della Venezi al quotidiano argentino La Nation (il pretesto pusillamine del suo licenziamento da La Fenice), peccato che tra le citazioni abbiano saltato la risposta che la Venezi dà al giornalista sulla sua “vicinanza alla più importante figura politica italiana, Giorgia Meloni , presidente del Consiglio: “Non è stato certo un vantaggio, bensì un costo” risponde. “Ammiro le donne forti, potenti e competenti. Lei è tutto questo. La conosco da prima della sua carriera politica. È una donna estremamente competente e influente in termini di leadership e forza di volontà. Sono stata felice quando ha vinto le elezioni in un Paese patriarcale. Il fatto che sia una donna, giovane e bionda… perché, si sa, ci sono tanti stereotipi sulle donne. Ho pensato che fosse un grande momento di cambiamento per il Paese. Il sostegno è arrivato da donna a donna, da amica ad amica; non è stato politico, perché non mi sono mai occupata di politica in vita mia e non mi interessa”. Ne aveva già parlato con Andrea Malaguti de La Stampa il 6 agosto 2023: Maestro, che cosa vuole dire essere di destra a 33 anni? le chiese. E la Venezi rispose: “Vuole sapere se sono fascista? Può andare a rileggere quello che ho detto e scritto nella mia vita, non troverà niente che si avvicini anche solo solo vagamente alla prevaricazione sull’altro, all’omofobia o al fascismo”. In Italia sono ancora vivi molti uomini e donne di cultura che negli anni di piombo tifavano per le Brigate Rosse: nessuno di noi che stavamo dall’altra parte e che li criticava, si è mai sognato di metterli alla berlina o marchiarli con l’ostracismo come il mainstream fa da anni con Beatrice Venezi solo perché sta fuori dal coro del potere culturale italiano e dichiara pubblicamente di essere conservatrice e di credere nel femminismo liberale.
La leggenda metropolitana dello sniper journalism sui benefici politici dell’amicizia con Giorgia è arrivata perfino a creare l’incidente diplomatico internazionale, costringendo l’ex ministro della Cultura ed ex Capo del Governo della Città di Buenos Aires, Jorge Telerman, sovrintendente del Teatro Colon dal 2022 al 2024, a smentire l’amichettismo della premier e del governo italiano: “in seguito alla diffusione di informazioni false e tendenziose pubblicate recentemente da alcuni mezzi di comunicazione. Nel 2024 ho invitato personalmente Beatrice Venezi a dirigere “Turandot”, in occasione del centenario pucciniano. La decisione e stata presa dopo un’attenta valutazione del suo profilo artistico, della sua carriera e delle sue riconosciute qualità musicali, in particolare nell’ambito del repertorio di Giacomo Puccini del quale vanta un’ampia esperienza… II successo fu immediato e straordinario, il pubblico di Buenos Aires l’accolse con entusiasmo e affetto, così come l’orchestra e il coro del Teatro”.
Beatrice Venezi non è Kleibe, Toscanini, Von Karajan, Bernstein… e via dicendo. Non l’ha neppure mai detto. Le amicizie certo che contano, ma il concetto vale per tutti: alzi la mano uno o una, che nei Teatri e nelle Fondazioni liriche, nel giornalismo, ovunque, abbia avuto successo senza un amico o una amica che l’ha sostenuto. Diciamolo così, terra terra, e senza ipocrisia.
Ma nello spettacolo gli amici non bastano. Per il pubblico della Lirica vale l’estetica di Theodor W. Adorno quando osservava che l’esecuzione musicale, nella sua irripetibilità, espone l’interprete a una normatività implicita che non ammette scarti non mediati. L’errore, dunque, non si manifesta semplicemente come un dato tecnico, ma come una frattura rispetto all’orizzonte di attesa del pubblico. A differenza di altri ambiti performativi — come lo sport — dove la ripetizione consente una continua possibilità di compensazione, nella performance musicale l’evento si dà come unità compiuta e non reiterabile: l’errore si fissa nella percezione e resiste alla rettifica. Lascio questa riflessione a tutti quelli che continueranno a scrivere e parlare di Beatrice Venezi e de La Fenice. Perché non esiste un solo caso in cui il maestro Venezi sia stato contestato in Teatro, e sappiamo bene quanto sia particolarmente sensibile il pubblico della lirica. Gli snipers aggirano la verità scrivendo che “Venezi è la direttrice ospite principale del Teatro Colón di Buenos Aires e ha diretto ensemble in tutto il mondo, ma raramente ha diretto un’orchestra del calibro de La Fenice, per non parlare di un intero teatro d’opera”. I nostri sono tempi in cui studiare e conoscere hanno perso la moda, la società liquida di Zygmunt Bauman, altrimenti non ricorrerebbe la citazione del Teatro Colon come fosse il teatro dei burattini. I teatri d’opera nei quali la Venezi ha diretto sono tutti nella sua biografia, che chiunque può consultare sul suo sito internet (e bene farebbe per i lettori che lo facesse prima di scrivere a caso).
Tali e tante sono le amicizie della Venezi che è costretta ad andare all’estero per lavorare. Questo è il punto vero che va oltre l’apparente dissidio de La Fenice. La ragazza di provincia che si è fatta da sola diventando uno dei più noti direttori donna d’orchestra al mondo non è molto diverso dalla fuga dei tanti cervelli che l’Italia continua a non vedere. E’ così che il caso Venezi assume un significato più grande che riguarda la cultura e la civiltà dell’Italia.
Aldo Belli giornalista.
