Ogni anno migliaia di contribuenti ricevono solleciti o cartelle di pagamento per vecchi debiti con il fisco. Non tutti sanno, però, che l’istituto della prescrizione rappresenta una tutela importante per i cittadini. Ma attenzione: la prescrizione non scatta automaticamente, va fatta valere dal contribuente.
Prescrizione e decadenza: due concetti diversi
Spesso si confondono prescrizione e decadenza, ma non sono la stessa cosa.
La decadenza riguarda i termini entro cui l’Agenzia delle Entrate o l’ente locale devono notificare un atto, come un accertamento. Se quei termini scadono, l’atto non può più essere emesso.
La prescrizione, invece, interviene dopo: riguarda i debiti già iscritti a ruolo e fissa il limite di tempo entro il quale lo Stato può riscuoterli. Se il termine passa senza interruzioni valide, il credito si estingue.
Quali i termini per la prescrizione dei debiti fiscali
I termini non sono uguali per tutti i tributi. Alcuni esempi pratici:
- Irpef, Ires e IVA: il fisco ha dieci anni di tempo per chiedere il pagamento;
- Tributi locali, come IMU, TARI o bollo auto: qui la prescrizione è di cinque anni;
- Sanzioni amministrative tributarie: anch’esse si prescrivono in cinque anni;
- Contributi previdenziali: il termine ordinario è di cinque anni.
Cosa interrompe il decorso della prescrizione
La prescrizione non corre indisturbata. Alcuni atti – se notificati correttamente – fanno ripartire il conteggio da capo. Si pensi a una nuova cartella, a un’intimazione di pagamento, a un pignoramento o a un’ingiunzione dell’agente della riscossione.
Se invece la notifica è viziata, l’atto non interrompe la prescrizione.
Non basta il tempo: serve eccepirla
Il debito non si cancella da solo. Come detto, la prescrizione deve essere eccepita dal contribuente. In altre parole, se non si fa nulla, l’ente della riscossione potrà comunque continuare a chiedere i soldi.
Come?
Per eccepire la prescrizione ci sono due strade:
- Stragiudiziale, presentando un’istanza direttamente all’ente riscossore per chiedere lo sgravio;
- Giudiziale, impugnando l’atto notificato davanti al giudice competente ed eccependo la prescrizione.
Un caso concreto
Immaginiamo un cittadino che riceve nel 2015 una cartella per la TARI e poi più nulla. Nel 2022 gli viene notificata una intimazione di pagamento avente ad oggetto la cartella del 2015. Quel debito potrebbe essere prescritto, perché sono trascorsi oltre cinque anni senza la notifica di atti interruttivi. Occorre impugnare l’atto notificato eccependo l’intervenuta prescrizione per ottenere la cancellazione del debito.
A chi rivolgersi
La materia è tecnica e non sempre facile da affrontare da soli. Ecco perché, in caso di dubbi, è opportuno rivolgersi a un avvocato o un consulente tributario. Solo un professionista può verificare se i termini sono effettivamente decorsi e se ci sono i presupposti per eccepire la prescrizione.
In conclusione
La prescrizione è un’arma di difesa importante contro richieste ormai tardive del fisco, ma non agisce da sola: è il contribuente a doverla far valere. Conoscere le regole significa evitare di pagare debiti che, per legge, non sono più dovuti.
Valentina Volpe è avvocato tributarista.
