Home TACCUINO - di Antonio Carollo “Furore” di Steinbeck, storia di un disperato esodo

“Furore” di Steinbeck, storia di un disperato esodo

by Antonio Carollo

In “Furore” John Steinbeck ci mostra una realtà incandescente: la condizione contadina nella California degli anni trenta del ‘900. L’ha sondata, toccata con mano, durante una sua indagine giornalistica sfociata in una serie di articoli.

In “Furore” John Steinbeck ci mostra una realtà incandescente: la condizione contadina nella California degli anni trenta del ‘900. L’ha sondata, toccata con mano, durante una sua indagine giornalistica sfociata in una serie di articoli. Realtà peraltro in parte da lui vissuta per essere nato in un paese agricolo, Salinas, della California, da genitori di modeste condizioni. Si tratta del disperato esodo di una famiglia dalla propria terra verso una terra sconosciuta e dell’impatto con una ingiustizia forse maggiore di quella che l’aveva sfrattata da una fattoria posseduta per generazioni.

La scrittura non ha le raffinatezze delle avanguardie moderniste, vedi Joyce, Proust, Woolf, Musil, Broch, Kafka; le salta a piè pari riallacciandosi al realismo robusto di un Flaubert, Zola, Tolstoj, Cechov; non ci sono flussi di coscienza, o esasperata, e a volte artificiosa, onniscienza dell’autore. La personalità e le motivazioni dei personaggi vengono fuori dalla descrizione esteriore della persona, dai comportamenti e dai dialoghi, quest’ultimi così essenziali e rivelatori. L’occhio dello scrittore non tralascia alcun dettaglio, analizza con acutezza ogni minimo elemento che compone l’ambiente in cui è immerso. Mi ha colpito la descrizione-rappresentazione della figura e dei movimenti di una tartaruga che prende quasi tutto il terzo capitoletto. Ecco come essa entra in scena: “E sull’erba accanto alla strada arrancava una tartaruga, voltandosi senza motivo, trascinando sull’erba l’alta cupola della sua corazza. Procedeva lentamente sulle zampe coriacee artigliando il suolo con le unghia giallastre, e più che avanzare si spingeva faticosamente avanti … Le barbe d’orzo le scivolavano sul dorso e i semi di trifoglio le piovevano addosso per poi rimbalzare al suolo.” Notate l’accuratezza, la precisione, il dettaglio; si va avanti così per altre due pagine e mezza. Per quasi tutto il libro l’autore non si sottrae a questa profondità di osservazione nel rendere l’animo delle persone, i loro atti, le cose e gli esseri viventi, comprese flora e fauna, con cui vengono a contatto. E’ naturalismo questo? Sì, alto e profondo, ugualmente creativo, che assume la cifra di una letterarietà autentica e schietta.

Se la letteratura è vita, seppure in qualche modo parallela in quanto costruita con i segni del linguaggio, la scrittura di Steinbeck ne è piena. La storia che racconta è vita vera, vi è presente ogni suo ingrediente, il dolore per l’abbandono forzoso della casa e della terra in cui la famiglia è nata e vissuta; l’ingiustizia imperante, generata dall’idolatria sfrenata per il guadagno e il denaro; l’incertezza, la precarietà, le sofferenze, le manchevolezze, le frustrazioni di un viaggio su un traballante cadente furgone, rimediato con quattro soldi, viaggio a stento rischiarato dal lumicino di una debole speranza in una vita migliore; l’impatto, in California, con un nuovo mondo di sopraffazioni e di ingiustizie, forse più bieche e spietate di quelle che hanno scacciato quella povera famiglia dal suo naturale habitat; la ferocia di uomini che azzannano altri uomini senza pietà; l’amore e la solidarietà che regnano luminosi in seno alla famiglia sottoposta a terribili spinte verso la sfaldamento; la resistenza, l’ostinazione contro ogni avversità, fin sull’orlo della morte; la sopportazione della sofferenza, della fame e la privazione all’estremo limite della sopravvivenza; il lusso, lo sfrenato egoismo, la prepotenza, il sopruso, la violenza dei ricchi possidenti che vogliono sempre di più, schiacciando nella più nera miseria la povera gente in cerca di un tozzo di pane; la solidarietà tra poveri; il contrasto tra la lussureggiante natura di una California, in cui le grandi aree coltivabili sono in mano a pochi proprietari, e la massa dei braccianti disoccupati o brancolanti ugualmente nella fame per le paghe al di sotto del minimo vitale. Tutto ciò è sentito nel profondo dall’autore, la sua scrittura percorre e illumina ogni particolare dell’esistenza di questo gruppo di persone che combatte con tutte le forze per evitare la disperazione e il crollo in agguato.


Come si vede i temi che costituiscono la sostanza della narrazione di Steinbeck rimangono di grande attualità. La vita nel suo continuo divenire trascina con sé tutti i suoi elementi; cambiano le situazioni, gli ambienti, i protagonisti, ma il sostrato è sempre quello, perché la natura umana non cambia. Anche oggi, per esempio, i migranti sono scacciati dalla loro patria dalle ingiustizie, dalla fame, dalla violenza, s’imbarcano in viaggi di inenarrabili difficoltà, trovandovi spesso la morte, prima del raggiungimento della loro fantomatica terra promessa.

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