CULTURA, SCHOLE' - di Massimo Gargiulo

Gesù bambino nel tempio, il metodo: domanda e risposta

La rilettura di un brano noto, quello in cui Gesù bambino parla con i sacerdoti, come lezione attuale di un metodo educativo

Nell’ultimo articolo avevo toccato, grazie a un episodio che vedeva coinvolti Plotino e Porfirio, un metodo pedagogico molto diffuso nell’antichità mediterranea, quello della domanda e risposta. Esso si praticava spesso in relazione a un testo ritenuto fondante nella cultura di appartenenza, come la Bibbia nel mondo ebraico e Omero in quello greco. Serviva a penetrarne tutti gli aspetti, a cominciare da quelli che potevano far sorgere problemi interpretativi. Vorrei proporre ora la rilettura di un brano molto noto, filtrandola attraverso la ricerca al suo interno di elementi riconducibili a un contesto scolastico e a quel metodo in particolare. È l’episodio di Gesù che, dodicenne, viene dimenticato da Giuseppe e Maria a Gerusalemme, dove viene ritrovato dopo tre giorni nell’atto di discutere con i dottori della Legge. La storia è conosciuta, anche per l’apparente aspetto novellistico, oltre i limiti del pubblico dei credenti e solitamente l’idea che se ne ricava, o le è attribuita, è quella della straordinaria sapienza del protagonista, che risalta ancora di più da due confronti: quello con la sua giovane età, e quello con i dottori ebrei, che, con un approccio al testo non benevolo nei loro confronti, parrebbero del tutto superati.

Ma vediamone dall’interno alcuni aspetti che possano gettare sulla vicenda una luce diversa. Il contesto è quello di una famiglia di ebrei osservanti, che pratica con regolarità almeno il più importante dei tre pellegrinaggi annuali a Gerusalemme prescritti dalla Torah (Es. 23,14-17), quello per la Pasqua. L’età di Gesù è in qualche modo un’età di passaggio, poiché è l’ultimo anno nella vita di un ragazzo (cfr Mishnah, trattato Niddah) in cui egli non ha piene responsabilità sul terreno del rispetto dei precetti. Infatti a tutt’oggi il bar mitzva si celebra al compimento del tredicesimo anno e da allora il giovane è tenuto alla piena osservanza della Torah, assumendosi la responsabilità morale delle eventuali infrazioni. La famiglia di Gesù è una delle tante a prendere parte al pellegrinaggio, tanto che può capitare ai genitori di pensare che il figlio che non vedono stia facendo il viaggio insieme a qualche parente o conoscente. Appena realizzano che così non è, tornano e, dopo il tempo significativo di tre giorni, lo trovano nel tempio.

Per prima cosa è da dire che quest’ultimo non è solo il luogo in cui avvengono il sacrificio e la preghiera, ma anche lo studio. Gesù è seduto infatti, dice il testo, in mezzo ai maestri, cioè tra rabbi. Oltre che la sua posizione, Luca dice anche cosa sta facendo: li ascolta e rivolge loro domande. Le traduzioni italiane che hanno “interroga” non fanno comprendere appieno il testo, poiché danno da subito l’idea di un ribaltamento dei ruoli, esaltando la straordinaria sapienza del piccolo Gesù.

Lui invece all’inizio appare piuttosto come un alunno attento e che fa domande ai rabbi. Ma non solo. In effetti il v. successivo (47) afferma che quanti erano lì ad ascoltare erano stupiti dalla sua capacità di comprensione e dalle sue risposte. La prima in ebraico si sarebbe detta binah e i testi rabbinici sottolineano spesso la necessità che i contenuti proposti agli allievi le siano commisurati, non eccessivi per quantità e profondità.

Lo stupore destato da Gesù si lega proprio al fatto che egli sembra eccedere le consuete capacità di un dodicenne. Non conosciamo l’argomento della discussione, ma su questo ci può aiutare quello che qui maggiormente mi interessa, cioè il discorso sul metodo. Troviamo infatti le due parole a cui avevo già fatto riferimento nell’articolo precedente a proposito del genere detto erotapokriseis: a Gesù sono attribuiti il verbo eperotao “domandare” e il sostantivo apokrisis “risposta”. Capiamo allora meglio cosa avviene: i rabbi stavano studiando secondo un metodo consolidato, porre quesiti e cercare soluzioni. La letteratura rabbinica spesso si snoda proprio in questi termini. Per lo più l’argomento da investigare è la Torah, per sondare l’immensa profondità della quale i dottori si interrogano alla ricerca di possibili risposte interpretative. A ben guardare, quando Gesù chiede ai genitori preoccupati perché lo cercassero, ricorda loro che lui deve essere, alla lettera, “nelle cose del padre”. E in quel contesto lo era fisicamente ed evidentemente anche in relazione all’argomento di studio. Voglio comunque sottolineare che l’impressione suscitata da Gesù non è per ciò che sa, ma per ciò che capisce e, prima ancora, ciò che chiede.

Se guardiamo alle lezioni in tale prospettiva, emerge un dato assai attuale. La domanda non è soltanto una richiesta di chiarimento, ma contribuisce alla costruzione di un sapere comune al pari della risposta. Il sapere comune è quello della classe, all’interno della quale il bravo maestro, quello che fa stupire, come visto già per Plotino, non è quello che espone l’argomento in forma chiusa, come l’espressione verbale di una pagina scritta, ma quello che arriva a quel risultato attraverso un percorso in cui le vive domande dell’alunno sono parte attiva e integrante del percorso di conoscenza.    

Un’ultima nota merita la terza componente della storia, anch’essa ben presente nei contesti scolastici: la famiglia. Giuseppe e Maria sono due genitori preoccupati, che restano fortemente colpiti al vedere il figlio che si districa egregiamente tra i quesiti dei rabbi, che potevano ben apparire difficili e forse astrusi a due persone semplici del nord della Palestina. Di fronte al bonario rimprovero che gli rivolgono, la risposta è per loro altrettanto indecifrabile di quelle discussioni. Infatti il testo dice che non compresero le parole che aveva detto. Qui l’originale supera le traduzioni: il verbo impiegato, infatti, syniemi, corrisponde al sostantivo, synesis, che prima aveva descritto la straordinaria capacità di comprensione di Gesù. Lui capisce le questioni-soluzioni dei rabbi, loro non capiscono le sue parole.

Due genitori che smarriscono il figlio, un falegname con la giovane moglie, lo ritrovano a lezione, una lezione che procede per domande e risposte cercate insieme; fa solo la seconda media, ma pone le domande giuste e sa dare le risposte; soprattutto, il figlio in quella scuola fa quello che i genitori non riescono a fare, cioè capisce. È una scuola che dà speranza.