Gherardo e Carla Guidi_La Capannina

Gherardo Guidi e quel giorno per Mosca

di ALDO BELLI – Un episodio inedito, era il 1990, quando il patron della Capannina e della Bussola fu chiamato da Raissa per stupire il mondo.

Gherardo Guidi stava cenando con la propria famiglia e degli amici al ristorante Da Giorgio a Viareggio. L’avevo incontrato una sola volta, nel suo ufficio alla Capannina di Forte dei Marmi, praticamente un “secolo fa”. A un certo punto, mi alzai dal tavolo per salutarlo. Non mi riconobbe, naturalmente. Lui, invece, inconfondibile nonostante l’età già avanzata: con quella sua voce espansiva mescolata dalle origini, Gherardo Guidi era nato a Castelfranco di Sotto nel 1941, un piccolo paese della provincia di Pisa nel Valdarno inferiore, con l’inflessione degli anni trascorsi a Firenze.

“Ti ricordi il viaggio a Mosca?” gli dissi allungando la mano. Quando aggiunsi come mi chiamavo, la scena non faticò a risalire dalla memoria. “Mondiale!” aggiunse il Guidi con la tipica sintesi toscana che dice tutto con una sola parola.

“Il signore della notte che alla Capannina accese il sogno italiano: ha centrato perfettamente Paolo Giordano tre giorni fa su Il Giornale salutando la sua scomparsa all’età di 83 anni. “Ho iniziato diciamo diversi anni fa alla Sirenetta di Castelfranco di Sotto, ho fatto una prima esperienza significativa a Viareggio, poi negli anni Settanta – che facili non furono – ho maturato una certa popolarità con le sale di Firenze e Bologna, prima di arrivare a Forte dei Marmi e a Focette. Sì, lo confesso, ero più attratto dalla Bussola che dalla Capannina, ma poi, entrandoci nel 1977, dopo un periodo non facile per il locale, bisogna pur dirlo, me ne sono innamorato da dedicarle la vita”.

Aldo Valleroni quando parlava degli anni ruggenti della Versilia, teneva sempre a sottolineare dopo il Gherardo, “… e Carla Guidi”. Carla è “la fortuna della mia vita”, sono parole di Gherardo. La riservatezza abituale della signora Carla non deve ingannare, non si è mai scritto, o poco non so perché, delle sue doti manageriali; meriterebbe anche lei un titolo forse più veritiero: La coppia della notte che alla Capannina accese il sogno italiano.

Mosca, dunque. Credo che questa storia non sia mai stata rivelata, probabilmente perché lo stesso Gherardo Guidi, preso da mille progetti, la dimenticò tra le cose incompiute senza rendersi conto di come rappresentasse, viceversa, la misura dell’uomo che sapeva guardare oltre la notte.

Un giorno mi chiamò il suo commercialista dicendo che Gherardo Guidi avrebbe voluto incontrarmi per un importante progetto sul quale stava lavorando. “Massima riservatezza” precisò.

Il 15 marzo 1990 Michail Gorbaciov era stato eletto presidente dell’Unione Sovietica. La Perestrojka insieme alla Glasnost avevano iniziato a soffiare già da cinque anni. La signora Raisa Maksimovna, il cui aspetto aveva contribuito ad offrire l’immagine inedita di una first lady occidentale, aveva posto al proprio staff il problema di mostrare al mondo il nuovo volto del suo Paese anche su un piano più popolare, e non solo politico e diplomatico. Fu ciò che il Guidi mi riferì. Come avvenne il contatto tra l’ufficio del Cremlino e Gherardo Guidi non lo seppi. Mi fu detto che c’era in mezzo la Rai. L’idea, comunque, era partita da lui.

“Si tratta di una grande festa nel cuore di Mosca, musica, una sfilata allegorica, band, carri… Che poi sfocia sulla Piazza Rossa. Trasmessa in mondovisione. Tu che ne pensi?”. Non ricordo se ero ancora presidente dell’Associazione Costruttori dei Carri del Carnevale di Viareggio. “Mi dicono anche, che i russi te un po’ li conosci” aggiunse quindi con un po’ di sana ironia.

Il nostro incontro avvenne nel suo piccolo ufficio alla Capannina, intorno alla metà di dicembre del 1990. Avevo già diretto la realizzazione di una parte della cerimonia di apertura di Italia ’90, i mondiali di calcio, allo stadio di San Siro; niente, in confronto ad un’occasione come quella che mi veniva prospettata, fare da consulente artistico a Gherardo Guidi per un evento che sarebbe sicuramente passato alla storia.

“Tieni presente che i russi sono molto permalosi di carattere” fu il mio primo commento. “E sono molto attaccati alle proprie tradizioni, non meno di quanto lo siano gli americani”. Raissa aveva individuato già la data: aprile, nel giorno in cui ricorre la fondazione della città di Mosca (fissata convenzionalmente all’anno 1147). “Si dovrebbe capire se un’idea del genere…”. Non mi dilungai su dove volevo andare a parare. La risposta di Gherardo Guidi fu secca: “Un grande show internazionale così che tutti vedano con i propri occhi l’immagine di un Paese finalmente aperto, libero, dimenticando lo stereotipo delle vecchie cariatidi che per decenni abbiamo visto alla televisione. E’ questo che vuole la Gorbaciova!”.

Se le cose stanno così…”. Chiesi di darmi qualche giorno per pensare a un’idea, e la sua risposta fu: “Sì, pochi giorni. Il 23 dicembre ci aspettano al Cremlino con il progetto di massima”.

All’incontro successivo presentai tre o quattro bozze di manifesto. Misi al lavoro un giovanissimo artista che costruiva Mascherate al Carnevale di Viareggio, Carlo Lombardi: aveva una bella mano e dalla mia l’entusiasmo per un lavoro del genere che lo rese subito disponibile senza pretendere una lira, gli indicai cosa volevo e lo realizzò superbamente. Peccato che i cartoni, tre o quattro versioni diverse, le consegnammo a Gherardo Guidi e chissà dove sono finiti. Ho cercato Carlo, per sapere se avesse conservato qualcosa, e anche per il titolo dell’evento che avevamo studiato e che campeggiava sul manifesto in russo, ma nessuno dei due lo ricorda “Hai idea di quanto tempo è passato?”. Era anche la spiegazione più ovvia del motivo per cui quando ho saputo della morte di Gherardo Guidi e mi è tornata in mente Mosca, la ricerca dei miei fogli archiviati nel computer è rimasta muta. Alle volte dimentico i traslochi di file avvenuti da una macchina all’altra in tutto questo tempo. Per cui vado a memoria.

Il manifesto immortalava l’apertura della lunghissima parata, multicolore e musicata da bande e band giovanili sovietiche e straniere, gruppi in costume e mascherati rappresentanti i sette continenti. Un T80 se ricordo bene, comunque il carro armato russo all’epoca più potente, che sarebbe stato fedelmente riprodotto in cartapesta o vetroresina, e sullo sfondo le guglie del Cremlino: durante l’intero percorso avrebbe mostrato solo il rumore gelido del motore e dei cingoli, mentre la torretta armata di cannone avrebbe girato puntando sul pubblico ai lati della prospettiva moscovita.

Giunto il carro armato sulla Piazza Rossa, improvvisamente il silenzio per mezzo minuto, quindi in contemporanea ad un colpo di cannone sparato a salve, il carro armato si sarebbe “squarciato” sparando dallo scafo fiori di ogni colore e strisce di carta fluorescenti, coriandoli e stelle filanti, volo di colombe bianche, fumogeni colorati, mentre la piazza veniva inondata dal seguito della parata sotto le note di una musica scelta tra i grandi compositori russi. Un gigantesco palco con artisti internazionali di fronte allo storico palazzo dei magazzini GUM. La Piazza Rossa per decenni trasmessa in televisione con le immagini della sfilata militare del 7 Novembre e della nomenclatura incartapecorita stretta nei propri lunghi cappotti neri, avrebbe bucato i televisori di tutto il mondo con una infinita scenografia giovanile rock e pop. “Praticamente di fronte al Mausoleo di Lenin” aggiunsi, infine, conservando qualche perplessità.

I manifesti e la trama piacquero a Gherardo Guidi. La parte musicale e spettacolare poi, insomma gli artisti eccetera, oltre agli aspetti logistici ed organizzativi non mi riguardavano ovviamente, il mio compito principale sarebbe stato quello di definire i particolari della parata, quindi trasferirmi a Mosca un paio di mesi prima, accompagnato da due o tre maestri della cartapesta viareggini, per costruire i carri e gli addobbi della parata insieme agli studenti, artisti e architetti russi che il comitato organizzatore avrebbe indicato.

Il 23 di dicembre, cioè più o meno un settimana dopo, non ci saremmo presentati al Cremlino a mani vuote.

Gherardo Guidi fu informato che a Mosca già si era parlato dell’evento voluto dalla Gorbaciova, e che Boris Eltsin aveva espresso la propria contrarietà: di Mosca, Eltsin, era stato sindaco fino all’11 novembre 1987, ma conservava ancora un suo potere locale, senza considerare che il 29 maggio 1990 era stato eletto presidente del Soviet Supremo. Ma la Gorbaciova non aveva intenzione di demordere.

Il 20 dicembre ricevo nel pomeriggio una telefonata dal commercialista (del quale imperdonabilmente non cito il nome perché non sono riuscito a trovarlo): “Hai sentito al telegiornale?… Si è dimesso Shevardnadze…”.

Eduard Shevardnadze, giovane riformista, nel 1985 con l’elezione di Michail Gorbaciov divenne ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica sostituendo Andrej Gromyko in carica da quasi trent’anni. La mattina del 20 dicembre in polemica con Gorbaciov aveva rassegnato le dimissioni, nell’annunciare la decisione al Congresso dice: “Se si crea una dittatura nessuno può dire chi sarà il dittatore. In Urss la dittatura è in arrivo”.

“Non si profila niente di buono, comunque noi andiamo ugualmente a Mosca, l’appuntamento è confermato”.

La mia risposta, col senno che giunge quando avanza l’età, fu poco educata anche se consapevole; o almeno, per niente diplomatica per quel vizio di non sfruttare le occasioni per cogliere opportunità che comunque si potrebbero rivelare venalmente utili in futuro, una forma di rispetto del prossimo obbiettivamente eccessiva pure al di fuori degli odierni tempi da lupi che corrono: “Io non vengo anche se l’incontro è stato confermato, ormai è tempo perso credimi. Una sfacchinata per nulla” gli dico. E ci tenevano al punto, che fossi con loro, che il commercialista telefonò ad un mio familiare stretto per convincermi ad andare. Non salì su quell’aereo diretto a Mosca il 23 dicembre 1990.

Solo otto mesi più tardi, Gorbaciov e la moglie Raissa venivano segregati per tre giorni in Crimea, a Mosca è in atto un tentativo di colpo di Stato.

Quel 23 dicembre 1990 Gherardo Guidi e il suo commercialista, al Cremlino non riuscirono a vedere Raissa come era programmato, i funzionari dello staff con i quali parlarono avevano ora ben altro nella testa che l’evento con il quale la nuova Unione Sovietica avrebbe stupito il mondo.

Di questa storia, rimane solo l’esempio di quelli che sono stati il coraggio e la lungimiranza, la visione dello spettacolo, la capacità di ascoltare l’aria che si muove, di Gherardo Guidi.