Giorgia Meloni e i Trinariciuti d’Italia in servizio permanente

di ALDO BELLI – Il Governo annuncia la tassazione degli extra-profitti delle Banche e partono i missili di fango contro Giorgia.

L’Italia è rimasta l’unico paese al mondo a negare la Legge della conservazione della massa, il fondamento della fisica risalente al XVII secolo che Lavoisier sintetizzò con poche parole: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Qui, sotto il cielo del Mediterraneo che diede i natali al genio in ogni campo delle arti e della scienza (e che su quei natali tutt’ora si vive di rendita) nulla si crea, tutto si distrugge, niente si trasforma.

Per un quarto di secolo abbiamo assistito al quotidiano tiro al piccione su Silvio Berlusconi, bene o male che egli facesse (e molto fece in ambo i casi): lui lo definiva “odio politico”, e si sbagliava. Non commetta Giorgia lo stesso errore di fronte al fango dei Trinariciuti, iniziato subito dopo lo shock del popolo sovrano che l’aveva condotta a Palazzo Chigi.

Chi ha qualche anno e non ha rinchiuso la memoria nel cassetto ricorda gli “Anni di piombo”, l’immagine delle tre dita con il pollice alzato della P38 contro i servi dello Stato Imperialista delle Multinazionali: inneggiavano all’odio di classe, e non solo con le parole. La maggioranza degli intellettuali italiani scelse prima la tesi “Né con lo Stato né con le Brigate Rosse”, poi di fronte alla macelleria dei morti ammazzati virò verso una più paternalistica condanna de “i compagni che sbagliano”. Molti di quella generazione sono ancora oggi sulla plancia di comando dell’editoria e del giornalismo, dove si confeziona cioè l’informazione e il timbro della cultura. Gli stessi che speculano sull’antifascismo per tenersi in vita avendo esaurito ogni idea sul presente e il futuro del mondo.

L’odio di classe fu una cosa seria in Italia, quando i padroni al nord sfruttavano con paghe da fame gli operai alla catena di montaggio e nel sud i contadini poveri stavano alla mercé dei grandi latifondisti, l’odio era la rabbia strappata dalle mani callose, non era la pagliacciata del tiro al piccione contro Silvio e Giorgia. Durante il Sessantotto, Pasolini difese i poliziotti negli scontri di Valle Giulia a Roma scrivendo dei giovani con l’ambizione rivoluzionaria: “Avete facce di figli di papà. Vi odio come odio i vostri papà. Buona razza non mente”. Quanta attualità!

L’odio è una categoria che non appartiene alla politica, ma alle passioni umane più deteriori. Quando si presenta nella vita pubblica è sempre lo strumento improprio che maschera una verità più profonda. Mors tua vita mea: per i Trinariciuti non esiste l’avversario politico, solo il nemico da annientare, come in guerra. Non potendo avvalersi della ghigliottina, si utilizza la demolizione personale con i mezzi di informazione e senza risparmio di colpi, incluso le infamie familiari. Oggi Giorgia, ieri Silvio, l’altro ieri (ah! la memoria!) il presidente della Repubblica Giovanni Leone… Lo stesso marchio di fabbrica.

Quello che erroneamente viene definito “odio politico” non possiede niente di passionale, non sa neppure cosa siano le mani callose e i soprusi: è, invece, lo specchio di un tratto lontano, di una malattia che in un secolo di storia italiana non è riuscita a guarire, quella di chi non ha mai accettato fino in fondo la sovranità popolare e la democrazia come sistema politico di convivenza e governo di una nazione. Se non si vince nelle urne elettorali si cerca allora di abbattere i governi nelle aule di tribunale, o si trasforma un’avviso di garanzia in un certificato di morte civile e politica, si impugnano P38 armate di pallottole infamanti anziché confrontarsi sulle idee e sulle cose. Fino al ridicolo di questi giorni della grancassa dei Trinariciuti che carica le polveri contro Giorgia Meloni perché vuole tassare la super-ricchezza del sistema bancario.