Home PENSIERI BREVI - di Pier Franco Quaglieni Giorgio Amendola, comunista, un grande italiano

Giorgio Amendola, comunista, un grande italiano

by Pier Franco Quaglieni
Giorgio Amendola a casa di Benedetto Croce (1945)

Quarant’anni fa moriva Giorgio Amendcola, tra i leader comunisti fu quello che più ha rappresentato l’Italia civile

Giorgio Amendola moriva il 6 di giugno del 1980, quarant’anni fa. Fu il più importante leader del PCI oltre a Togliatti e Berlinguer. Quando io scrissi su “La Stampa” un elzeviro su suo padre, il liberale Giovanni Amendola, mi telefonò apprezzando il mio articolo, forse l’unico che uscì allora  sui quotidiani in ricordo del dimenticato Giovanni Amendola. L’avevo conosciuto a Tellaro in casa di Mario Soldati poco tempo prima. Soldati che scrisse che la conoscenza di Togliatti lo preservò dal diventare comunista, apprezzava invece moltissimo Amendola di cui era molto amico.

La morte del padre dovuta anche alla brutale aggressione subita da parte  dei fascisti, lo portò per reazione al partito comunista in cui rimase, come “una scelta di vita” per dirla con il titolo di un suo libro, coerentemente fino alla fine, malgrado le sue posizioni che lo portarono ad una sorta di scomunica da parte di Berlinguer, che lo accusò di “non conoscere l’Abc del marxismo”.

Amendola nella Resistenza commise i suoi errori  come l’attentato di via Rasella, che portò alla ritorsione  della strage delle Fosse Ardeatine. Dopo la guerra propose  la pena di morte per Vittorio Valletta. Rimase molto fedele all’URSS e non ebbe forse la capacità di prendere le distanze da un socialismo reale che implose nove anni dopo la sua morte. Ma dal 1964 (l’anno della morte di Togliatti) in poi, Amendola segui un suo percorso, a cominciare da un dialogo aperto con Norberto Bobbio per un nuovo partito della sinistra che andasse oltre il PCiI. Ma soprattutto si vide la sua diversità dal resto del PCI dal 1968, anche se nel 1971 fu tra i firmatari dell’ignobile manifesto che armò la mano degli assassini del commissario Calabresi, una caduta incredibile per uno come lui.

Amendola colse gli errori della contestazione e del suo estremismo velleitario e demagogico, difendendo la vecchia scuola ed elogiando il vecchio esame di maturità. Incominciò anche la sua polemica nei confronti del sindacalismo irresponsabile. Considerava lo slogan “L’immaginazione al potere” una vera e propria idiozia. Di fronte al terrorismo accusò di viltà quegli intellettuali che dissero di non essere né con lo Stato né con le Br e accusò la sinistra di aver parlato di sedicenti Br e di compagni che sbagliavano.

Era considerato il leader della destra del PCI, l’ala migliorista da cui proveniva Giorgio Napolitano. Alcuni l’hanno definito la destra della sinistra.

A casa Soldati mi parlò di suo padre e di Benedetto Croce che aveva frequentato da giovane, con una certa nostalgia. Credo che forse nella sostanza avesse ragione Berlinguer, almeno  per l’ultima parte della sua vita: perché il suo marxismo quanto meno era pieno di dubbi. E forse intuì, anche se non lo disse mai, che l’Unione Sovietica non poteva essere un modello di riferimento. Non me lo disse in modo esplicito, anche se me lo fece intendere perché Soldati gli pose apertamente senza tanti problemi la questione dell’ Unione Sovietica.

Tra i leader comunisti fu quello che più ha rappresentato l’Italia civile di cui ha scritto Bobbio e ho scritto anch’io. Anni fa proposi alla Fondazione torinese che porta il suo nome, di organizzare un incontro su Giorgio e Giovanni Amendola. Lasciarono cadere l’idea invece io credo che sarebbe interessante accostare padre e figlio, perché nell’ultimo Amendola vibrava anche la lezione di suo padre.

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