INTERVISTA – “La rabbia non aiuta e non serve, e io voglio essere una persona felice”. Assolta dopo sei anni, con 40 giorni di carcere.
di I. MOLLENBECK
“Niente è come sembra. La mia storia: la forza della verità”, edito da Piemme, di Giulia Ligresti. Protagonista di una serata della XIX edizione di Capalbio libri, il festival ideato e diretto da Andrea Zagami. Giulia Ligresti, assolta in via definitiva dopo sei anni, con alle spalle l’esperienza del carcere preventivo a Vercelli per circa quaranta giorni. L’accusa era di falso bilancio e aggiotaggio nel caso FonSai, Fondiaria Sai. La verità che l’autrice attraversa, ricorda e racconta è l’esperienza più dolorosa della sua vita, mettendone in risalto i punti luce: la famiglia, i figli, il suo impegno umanitario, gli incontri importanti… Tutto ciò che oggi non le fa provare rabbia “Perché la rabbia non aiuta – ha confidato al pubblico di Capalbio Libri – e non serve. E io voglio essere una persona felice”. L’ abbiamo intervistata per TOSCANA TODAY.
La forza della verità e la forza del potere che ha tentato di spezzarla. Cosa resta oggi in Giulia Ligresti dell’esperienza legata al carcere?
Come tutte le esperienze che hanno attraversato la mia vita, anche questa – per quanto durissima mentre la vivevo – ha lasciato un segno profondo. Mi ha dato la consapevolezza di possedere una forza che non sapevo di avere, e mi ha portata a scegliere di far sentire la mia voce. Perché la verità non è mai opzionale: è necessaria.
L’attività umanitaria è parte quotidiana della sua vita. Gaza, Afghanistan, e il suo progetto in Siria. Cosa ci può raccontare?
Ho sempre sentito il dovere di restituire almeno in parte la fortuna di essere nata da questa parte del mondo, dove diritti fondamentali come salute, libertà e istruzione sono tutelati. È per questo che i progetti che seguo con l’associazione Francesco Realmonte si concentrano su donne e bambini in contesti dove quei diritti non esistono. Nel 2013 ero a Gaza per un progetto psicopedagogico e tenevamo i corsi all’interno del comprensorio cristiano della Sacra Famiglia, oggi purtroppo bombardato. In Afghanistan, abbiamo avviato un corso di giornalismo per ragazze: ora, a distanza di anni, sapere che a quelle stesse giovani donne è negato ogni accesso allo studio è straziante. In Siria, il progetto che stiamo portando avanti punta a ridare strumenti e dignità a chi non ha più nulla. Non è beneficenza: è giustizia.
Cosa le resta oggi del suo racconto di Gaza, alla luce degli accadimenti attuali?
Mi restano i volti e le storie delle persone che ho conosciuto, che sono ancora lì e che mi scrivono, mi aggiornano. Quello che stanno vivendo va oltre ogni possibilità di comprensione umana. Ho la netta sensazione che in quel conflitto si sia abbondantemente superato il limite
Il suo è un romanzo sulla forza delle relazioni familiari, dei legami che accompagnano, degli incontri. Mi viene in mente Padre Sibi, ma anche i legami che ha tessuto in carcere con le donne.
Il calore umano – l’affetto, l’amicizia, l’amore – è sempre stato il centro della mia vita. Sono cresciuta circondata dalla premura e dall’affetto dei miei genitori, poi sono diventati il centro della mia vita l’amore per i miei figli e la rete solida di amici sinceri. Padre Sibi, sacerdote camilliano indiano, è il mio punto di riferimento da semp lo conobbi quando la casa che accoglieva bambini di strada a Bangalore era ancora una piccola struttura. Oggi è una grande realtà con quasi 600 bambini e porta il nome di mia madre, Bambi Home. Anche in carcere, la solidarietà tra donne è stata la mia salvezza. Quando pensavo di non farcela, sono state loro a tenermi a galla.
Ha molta speranza quando scrive di un mondo al femminile.
Sì. Credo che molta della violenza del nostro tempo sia figlia di un egocentrismo maschile radicato e cieco. Un mondo più femminile – non per esclusione, ma per integrazione – sarebbe più accudente, più equilibrato. Perché questa è, in fondo, la natura profonda della donna.
Perché ha odiato la sua fragilità? Mi è parsa un punto di forza nel modo in cui ha costruito legami e affrontato le sue prove.
L’ho odiata quando mi ha portata a cedere allo scambio di chi voleva un mio patteggiamento. Lì l’ho vissuta come una sconfitta. Ma oggi la accolgo. Perché la fragilità, quando non è resa, è uno strumento potente per connettersi davvero con gli altri .
In foto Hoara Borselli e Giulia Ligresti a Capalbio libri – credit di Flavia Cortonicchi
