Giulio Andreotti inedito

di ALDO BELLI – Le lettere scritte alla moglie Livia dal 1946 al 1970 (edizioni Solferino) frantumano l’immagine stereotipata di Belzebù.

Oggi Giulio Andreotti avrebbe compiuto 103 anni, era nato a Roma il 4 gennaio 1919 al civico 18 di Via dei Prefetti: considerando la sua longevità che lo rese unico come simbolo dell’eternità del potere, non meraviglierebbe se ancora fosse vivo nella sua casa a pochi passi dalla Chiesa dei Fiorentini. Dal giorno della sua dipartita terrena, 6 maggio 2013, le Lettere alla moglie che i figli Serena e Stefano hanno deciso di rendere pubbliche (Cara Liviuccia, Solferino, settembre 2022) sono l’unico tratto che muove l’olio ormai secco sulla tela dell’uomo la cui esistenza fu impastata dalla storia d’Italia come pochi altri. Massimo Franco nel 2021 aveva aggiornato il ritratto con nuovi documenti di archivio (C’era una volta Andreotti, sempre per Solferino), per il resto rievocazioni editoriali sia pure pregevoli.

Cara Liviuccia raccoglie le lettere che Andreotti scrisse alla moglie Livia dal 1946 al 1970, durante l’estate che nel costume del tempo divideva le famiglie di buona borghesia, “madre e figli in vacanza, il padre in città, in una più o meno divertita vita solitaria” (scrive Giuseppe De Rita nella Prefazione del libro).

A sorprendere è la tenerezza, ogni sera scrive alla moglie il resoconto minuto della giornata, talvolta completando un pensiero già scritto durante una riunione, spesso brandelli di lettere: “Avevo cominciato la lettera in ufficio ma ho dovuto sospenderla per riprenderla qui a casa”. Più che un dialogo epistolare, la prosa fluisce rivelando una naturalezza inscindibile dei sentimenti familiari: “Cara Livia, inizio la mia seconda giornata veneziana scrivendo a te. Sono proprio dolente di non averti al mio fianco perché in tua assenza le stesse cose di Venezia che l’altra volta mi sembravano bellissime oggi appena riescono ad interessarmi. Morale, salvo casi eccezionali, tu devi accompagnarmi nei viaggi” – settembre 1947.

E’ un’intimità dell’assenza che non si attenua negli anni: “Cara mogliettina, ad evitare che mi capiti come ieri, di arrivare cioè alla sera senza averti scritto (anche se avendoti per tre volte parlato), comincio oggi con te la giornata” – 27 luglio 1961. Ancora il 14 luglio 1964: “Se la crisi lo consentirà andrò, ma eviterò qualunque cura senza discuterne con te”. 11 luglio 1966: “Cara Livia, ieri Roma sembrava un deserto e – salvo l’assenza tua + 3 – si aveva davvero una sensazione piacevole. Non fare illazioni e non imitare Serena, che ridacchiava sulla dolce vita paterna. Barbiere e studio (al ministero la domenica non vado e ieri, per di più, si sposava la figlia del mio commesso)… A mezzogiorno è venuto il giudice costituzionale Fragali a parlarmi dei problemi della Corte: un caffè forte ha impedito il collasso. Colazione a tre con Mamma e zia Chiara. Questa mi ha ripetuto che alla sartoria Battilocchi le hanno detto: «Lei con quel suo personalino ci fa una grande réclame». Il vestito a me pareva molto banale, ma non sono un esperto…”.

Mi rendo conto, è difficile gettare lo sguardo in questo squarcio di luce sulla tela che ha dipinto Andreotti con tutti gli epiteti più truci: Belzebù (Bettino Craxi), il Divo Giulio (Mino Pecorelli),  Zù Giulio (i pentiti di mafia), Molok, la Sfinge, il Gobbo, il Papa Nero. Lo dimostra anche la pressoché totale indifferenza che i giornali hanno dedicato all’uscita del libro: e non soltanto perché fosse altro dal gossip sulla vita privata di un personaggio pubblico famoso, ma perché in Italia prosegue la ‘storia scritta dei vincitori’.

La tenerezza dei sentimenti privati in contraddizione con la dimensione pubblica è materia nota nella storia, tuttavia archiviare questo libro come manuale accademico sugli studi del disturbo bipolare rinvia all’alternativa tra la riduzione manicomiale sovietica dello sgradito e la volontà di conservare la verità storica scritta in funzione delle contingenze utili alla politica.

Il problema (e problema vero poiché va oltre la figura di Giulio Andreotti) non è quello della sua riabilitazione, bensì della ripulitura di quella tela affinché finalmente riemergano alla luce – anche su Andreotti nella storia d’Italia – il chiaro e lo scuro delle tinte originali: ogni volta che la storiografia si risolve nel ‘capro espiatorio’ lascia sempre sotto la cenere il seme dogmatico che condiziona il futuro.

Andreotti fu il “concentrato della Democrazia cristiana”. Dunque fu ‘tante cose’. Ma fu anche colui che fermò il golpe Borghese, l’uomo che Moro volle al governo di solidarietà nazionale avviando un nuovo rapporto col Pci di Berlinguer, il politico che portò per la prima volta un socialista a Palazzo Chigi. Fu anche il presidente del Consiglio che contribuì alla condanna a morte di Aldo Moro e sbagliò quando ormai giunto alle soglie dell’al di là non ebbe il coraggio di rivelare la verità storica: probabilmente, non l’avrebbe assolto, ma avrebbe dimensionato la propria responsabilità nel contesto di un’epilogo nel quale le esigenze nazionali prevalsero di gran lunga sull’influenza americana e sulla P2 (e anche questa è una storia che i vincitori hanno cancellato); un capitolo ancora oscuro quanto lo scontro personale con il generale Carlo Alberto dalla Chiesa (il ruolo ‘eroico’ solitario di Andreotti come difensore della mafia è tutt’oggi poco convincente).

Il 7 maggio 2013 ero nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, nelle panche anonime occupate da vicini del quartiere. Andreotti e la famiglia non vollero i funerali di Stato. Fu una cerimonia normale, senza fronzoli, con i parenti e gli amici più stretti incluso quelli del suo partito (vantarsi dell’amicizia di Andreotti non portava più molta fortuna). Fuori, intorno al sagrato ad attendere l’uscita del feretro, una modesta folla. Nessuna contestazione, del resto Andreotti (con il ‘bacio’) era politicamente ormai morto da tempo.

Nella discesa traumatica del potere di Giulio Andreotti, con la tragica commedia di ‘Zu Giulio’ e il bacio mafioso, l’unico a difenderlo fin dall’inizio fu un vecchio dirigente del Pci, e siciliano: Emanuele Macaluso. “Ho sempre considerato il ’caso Andreotti’ un caso politico, non giudiziario. Andreotti era la quintessenza della Dc. Il primo guaio che ebbi con quello che negli anni 90 era il mio partito, il Pds, fu per due articoli che scrissi sul processo Andreotti. Suscitarono un bordello: secondo alcuni dirigenti delegittimavano la magistratura e favorivano la mafia. Li querelai, ritirarono le accuse. Ma ci fu chi disse che ero un San Michele Arcangelo della lotta alla mafia”. Con il ‘bacio’ sparato sull’abituale gilet di Andreotti, la storia dei vincitori chiuse la tomba sul ruolo che le scorie sopravvissute alla fine della Guerra fredda svolsero per destabilizzare la Repubblica negli anni Novanta.

Quel giorno ai funerali, pensai che la decisione del commiato in forma privata corrispondesse al comprensibile orgoglio della solitudine verso uno Stato (ovvero la classe politica ormai imperante) che l’aveva umiliato e poi abbandonato. Dopo aver letto Cara Liviuccia non escludo che anche quello, invece, fosse il modo con il quale Andreotti fino alla fine considerò Livia e la propria famiglia il bene più intimo che in mezzo secolo di vita pubblica aveva sempre tenuto vicino e protetto dalle luci della ribalta.

Livia Andreotti è morta a Roma il 29 luglio 2015 all’età di 94 anni.