Calabresi assassinato
LA PIETRA DI MINERVA - Giancarlo Altavilla

I BR arrestati e l’ipocrisia della pacificazione

di GIANCARLO ALTAVILLA – In Italia la pacificazione con gli Anni di Piombo non ci sarà mai senza la verità su tutte le morti.

Lungi da me l’intenzione di rovinare la festa a coloro che colgono la agognata pacificazione sociale negli arresti di Francia dei terroristi italiani, compiuti in questi giorni.

Lungi da me la responsabilità di suscitare equivoci sulla ferma condanna (anche mia) del terrorismo, della violenza, della prevaricazione fisica, etc.

Lungi da me la volontà di alleggerire il piombo che negli anni ‘70, e anche dopo, ha funestato le vite di tanti italiani.
Però io non mi sento pacificato dalle catture di questi giorni.

Nel bel libro pubblicato alcuni anni fa dalla Sellerio e intitolato ‘Sentenze’, sono trascritte le pronunce che hanno afflitto la vita di Adriano Sofri, condannandolo al carcere, quale mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Quelle sentenze mi hanno suscitato lo sgomento dell’incompiuto, l’angoscia del pregiudizio, la rabbia del teorema ottuso. La vischiosità dei sillogismi, l’opacità di certe ricostruzioni, la contraddittorietà tra le deposizioni e nei fatti indagati. L’incredulità di leggere che l’attendibilità processuale dell’accusatore di Sofri (e dei suoi correi) stia nella sua formazione salesiana, che insegna a non mentire; l’amarezza di leggere del sodalizio assassino consumato nei pressi del fiume della mia città, chiacchierando placidamente sotto la pioggia battente.

Non ho maturato una mia verità da semplice lettore degli atti processuali (forse è più onesto dire che non intendo scriverla qui), ma ho certamente sentito l’inconsistenza diffusa di una ricostruzione fattuale in cui i buchi neri sono tanti, troppi. E tutti intollerabili. Tanto per dirne uno, anzi due: se alla guida della macchina portatrice del killer del commissario Luigi Calabresi c’era – secondo i testimoni – una persona bionda coi capelli lunghi (forse una donna), com’è che l’autista nel processo è stato individuato in un uomo, né biondo, né capellone? Se l’auto assassina era quella indicata nelle sentenze, com’è che, senza essere stata analizzata, è stata rottamata come cosa inutile (o da far sparire)?

‘Sentenze’ è un libro così: inquietante. Nel nome del popolo italiano si è pronunciata l’incertezza, l’incompreso; si è celebrata non la verità, ma (e nemmeno tanto) la verosimiglianza.

Mi ha colpito l’auspicio di un familiare del commissario ucciso, di una chiarificazione, da parte dell’ultimo catturato, di quel che accadde. L’invocazione di un accertamento della piena e completa verità, ex post rispetto alle sentenze di condanna definitiva dei rei, è la prova della consapevolezza diffusa della consistenza umbratile di quanto sentenziato.

Sappiamo chi è stato, o, meglio, abbiamo deciso chi è stato, ma sono tanti (e troppi) gli aspetti fattuali ignoti e inaccertati. Soprattutto non sappiamo una cosa: Calabresi è stato ucciso perché ritenuto responsabile (senza che su questo vi sia prova alcuna) della morte di Giuseppe Pinelli. Non diciamolo. Calabresi non ha ucciso nessuno e i suoi killer hanno assassinato un innocente.

Ma Pinelli chi l’ha ucciso?

Il Pinelli era un anarchico, già partigiano nella Resistenza; faceva il ferroviere. Era nato nel 1928. Morì nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969, cadendo da una finestra della questura di Milano, dove era trattenuto (da oltre le 48 ore consentite dalla legge) per accertamenti in seguito alla esplosione di una bomba nella sede di Piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Pinelli non l’ha ucciso nessuno. Secondo le dichiarazioni giudiziarie, è morto per un ‘malore attivo’, nel senso che si è sentito male e si è tuffato dalla finestra dell’ufficio della polizia. E amen.

La storia personale di Pinelli è quella di un uomo mite, e non violento. Di sana e robusta costituzione (come si diceva allora), difficilmente compatibile con il malore suicida che l’avrebbe ammazzato. E allora? La più bella, completa, lucida e rigorosa ricostruzione delle ultime ore di Giuseppe Pinelli la dobbiamo ad Adriano Sofri, che l’ha scritta in un prezioso libro Sellerio, dal titolo ‘La notte che Pinelli’. E il libro si conclude così: ‘Che cosa pensi che sia successo, quella notte, al quarto piano della questura? Ti rispondo. Non lo so’.

Così è: non si sa cosa sia accaduto negli uffici della polizia milanese la notte che Pinelli morì.

E allora non è finita, niente pacificazione dopo le ultime catture: perché la verità su Pinelli è un dovere morale che prima o poi deve essere assolto. Anche questo è un auspicio. E tanto che ci sono voglio auspicare ancora.

Sofri, nel suo libro per Pinelli, racconta in ultimo un fatto di cronaca. Aufì Farid era un italiano (di origini algerine) di 46 anni, morto il 6 novembre 2008, dopo essere caduto dalla finestra della caserma la Maddalena di Genova. I giornali non ne scrissero (e su internet, oggi, non ho rinvenuto traccia di questo fatto). Qualche agenzia scrisse poche righe per raccontare che il Farid, ristretto nella caserma, si era divincolato e si era gettato dalla finestra; pare fosse ammanettato, ma durante la caduta una manetta gli si sarebbe sfilata dal polso, chissà, per lasciarlo morire liberamente. Cosa c’entra Farid con le catture pacificatorie di questi giorni? Niente. Era solo per dire che l’auspicio delle verità sulle morti violente, sui malori attivi, sui suicidi con destrezza è un afflato di giustizia e pacificazione ampio e diffuso, che è bene non abbia requie.