Home TACCUINO - di Antonio Carollo I due amori di Mario Tobino

I due amori di Mario Tobino

by Antonio Carollo

Vorrei fare qualche cenno su questi assunti: l’aggressività, la lotta, ma anche l’amore, l’umana pietas

 Mario Tobino fu definito da Cesare Garboli “poeta giambico ed elegiaco”. Credo che il nostri critico abbia colto l’essenza dell’opera dello scrittore viareggino. La scrittura di Tobino si nutre di una schietta istintualità che si esprime o in forme attenuate di segno ironico e satirico, o nel modo più scoperto del risentimento, della denuncia, dell’invettiva; ma prevalente è il sentimento malinconico della fragile condizione umana. In ogni piega della scrittura, mentre scorre “la precisa realtà”, è sempre avvertibile la presenza dolorosa dell’io. Gilberto Finzi parla di uno scrittore che nella vita come nel linguaggio si è realizzato sempre nella lotta.

  Vorrei fare qualche cenno su questi assunti: l’aggressività, la lotta, ma anche l’amore, l’umana pietas.

 Vi è un libro di Tobino nel quale è riscontrabile in ampia misura questa miscela, “Il manicomio di Pechino”, uscito nel 1990, ma risalente come stesura al 1955-56. Come lui stesso dice in chiave autoironica, è un diario di un medico di manicomio che gli capita di diventare direttore. In scarne annotazioni serali e brevi movimenti narrativi, Tobino distilla, giorno dopo giorno, fatti e sentimenti, facendo rivivere il mondo reale e misterioso della sua opera maggiore, “Le libere donne di Magliano”, rispetto alla quale l’angolo visuale è un po’ spostato: no scrive più un medico, ma un medico su cui è caduta l’intera responsabilità dell’ospedale. L’obbiettivo, pur indugiando ancora su qualche figura di malato, quasi sempre è puntato a cogliere una visione complessiva, quindi, su collaboratori, colleghi, amministratori, burocrati.

La lotta, l’elemento giambico, vengono fuori nello scontro con i rappresentanti  dell’Amministrazione provinciale, da cui dipende il manicomio. Con risentimento e amarezza Tobino dice dei politici eletti dal popolo: non hanno luce, non c’è pericolo che essi facciano cose nuove, il timore di non essere rieletti toglie loro quella semplice umanità che forse possiederebbero, essi sempre deliberano seguendo interessi piccini, mai per il bene dell’Istituto o dei cittadini. E ancora, in Italia vincono quasi sempre i burocrati, i filistei, gli ipocriti, i completamente privi della umana fantasia, i mediocri,  i conformisti, coloro che hanno ripugnanza per l’autenticità della vita.

Sul segretario generale della provincia e sul ragioniere capo inveisce: tutti e due hanno la libidine del comando, pieni di se stessi, ardono di dimostrare il loro potere e valore, sono due ignoranti, faciloni in tutto,  nelle pratiche dei loro uffici e in ogni faccenda della vita. E’ una denuncia amara e sofferta, mai frutto di un pregiudizio, ma dell’esperienza. Per altri politici e altri burocrati ha accenti di umana ammirazione. La lotta di Tobino nasce dall’amore come la lotta contro la follia collettiva (il fascismo) e contro quella individuale che coinvolge l’anima e il mistero dell’esistenza. Ma Tobino non demonizza Lucca: quando parlo dei politici lucchesi non voglio affatto menomare Lucca e i suoi uomini, io so bene che i cittadini lucchesi sono quasi sempre più meritevoli, più saggi di quelli di altre province. Per Lucca ha un autentico amore: Lucca, antica, nobile città, conservatrice di tante virtù, ricca di una saggezza pacata e modesta, Lucca, lo sai, ti amo.

La cura e l’amore per i malati muovono ogni sua azione, ogni suo pensiero. L’Ospedale è la casa sua e dei poveri matti. “Il manicomio è una casa più accogliente di quella loro (dei ricoverati) giornaliera.” “Io con facilità mi sono affezionato alla sola casa che abito, il manicomio,  l’unica casa che per azzardo ho, e non per nulla mia. Grazie, Lucca, per avermi ospitato”. “Un Istituto è come una patria. Qui mi è capitato di vivere. Qui amo e ho amato, non c’è più fresca logica che la vita.” Tobino nel manicomio vive pienamente, immerso nel lavoro di medico e di scrittore. Per lui ogni uomo è importante purché faccia il suo dovere a favore degli altri esseri umani, compia una missione. Ma questa sua condizione non è scevra sa inquietudini; sente il peso della solitudine. “Non ho altra compagnia che questo diario.” Nelle ore libere la meta è Lucca, le sue tortuose straduzze; l’incontro con qualche amico è uno scoppio di gioia e di festosità.

Lui viareggino fino al midollo, anarchico, libertario, istintivo, vitalistico, è affascinato da Lucca, ove ogni pietra trasuda cultura, e dai lucchesi, di cui ammira la prudenza, la signorilità, la saggezza, in una parola il “garbo”. Questo innamoramento dura cinquant’anni, fino alla morte, come è testimoniato dai racconti del libro postumo “Una vacanza romana”.

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