LA TORRE DI TATLIN - di Giovanni Bruno, OPINIONI

Il capezzale della democrazia. Nazionalisti, sovranisti…

Tra gli intellettuali che hanno studiato le radici culturali e storiche del nostro Paese, manca all’appello uno tra i più importanti, Antonio Gramsci

Un agile libro di Maurizio Viroli, uscito recentemente per Laterza col titolo “Nazionalisti e patrioti”, affronta il tema del contrastato rapporto tra nazionalismo e patriottismo. In un periodo di populismi, sovranismi e suprematismi (prevalentemente bianchi), Viroli recupera queste categorie storiche che hanno attraversato l’età contemporanea, fino al nostro tempo, dal XVIII al XX secolo: oggi, più che essere scomparse, sono state assorbite in quelle più generiche e indefinite, quanto piuttosto ambigue, che modellano la coscienza di un’epoca che si pretende post-idelogica. L’autore ci accompagna in un percorso che inizia a fine Settecento con Herder, Rousseau, Fichte, attraversa il Risorgimento italiano con Mazzini e Garibaldi, approda alle concezioni di Omodeo sul Risorgimento di inizio Novecento, in contrapposizione al nazionalismo autoritario del fascismo, e si conclude con il recupero del patriottismo repubblicano di Ciampi negli anni ’90.
Viroli definisce l’amor di patria come rappresentazione delle istanze repubblicane, civili, che generano una luce universalistica, contro i nazionalismi escludenti e protezionistici che impediscono il riconoscimento della dignità e della libertà reciproca tra popoli, e che nella prima metà del Novecento hanno provocato una escalation di due conflitti mondiali scaturiti dall’aggressività imperiale e militarista che ha contagiato quasi tutti gli Stati europei (ed extra-europei: Giappone prima, Stati Uniti poi).
L’intenzione è sicuramente lodevole: indicare il patriottismo, l’amor di patria, come un sentimento da coltivare e rinforzare, in antitesi al nazionalismo claustrofobico, sospettoso e sempre più aggressivo contro la diversità (religiosa, culturale, etnica, geografica …), e come antidoto alla xenofobia e all’odio razziale, ha l’obiettivo di sottrarre alle destre argomenti per la propaganda; al contempo, Viroli considera il cosmopolitismo astratto, circoscritto alle élite intellettuali e artistiche, non sufficiente a rinvigorire valori e principi democratici, mentre ritiene che occorra richiamarsi alle fasi gloriose del popolo italiano (o di una sua parte), che è possibile rintracciare nell Risorgimento e nella Resistenza antifascista del biennio ’43-’45.
Eppure, in questo libro ho avvertito una mancanza, una rimozione imperdonabile. Tra gli intellettuali che hanno studiato le radici culturali e storiche del nostro Paese, manca all’appello uno tra i più importanti, marginalizzato negli scaffali della cultura nostrana pur avendo superato i confini esclusivi e provinciale del cortile nazionale, con un’attenzione internazionale che pochi intellettuali “italiani” hanno ricevuto. Si tratta di Antonio Gramsci, che dalla prigionia nelle carceri fasciste ci ha lasciato uno dei più ricchi lavori storico- culturali, politici, che possiamo vantare: i Quaderni del carcere.
Nella mole di argomenti che riuscì ad affrontare, pur nelle difficilissime condizioni di detenzione e di salute in cui si trovò dal momento dell’arresto (a novembre del ’26 fu mandato al confino, e fu poi trasferito a Milano nel gennaio 1927) fino alla morte, il 27 aprile del 1937, Gramsci trattò il tema del Risorgimento innovando profondamente le visioni particolaristiche, parziali e provinciali che circolavano in quel periodo. Parlare del Risorgimento e del “carattere della nazione” senza citare nemmeno di sfuggita Gramsci, con le critiche mosse ad una concezione asfittica, tutta incentrata sulla dimensione sentimentalistica e idealistica del processo risorgimentale, è una grave “dimenticanza”. Gramsci seppe infatti offrire uno spaccato originale del Risorgimento come movimento inserito in un processo rivoluzionario europeo, compiuto però solo grazie ad una “rivoluzione senza rivoluzione”, una “rivoluzione passiva” guidata dai moderati, che hanno plasmato l’intera impalcatura sociale, politica e istituzionale (nonché il “carattere” del popolo) con il tratto del “trasformismo”. Secondo Gramsci, dunque, il nazionalismo (assunto dal fascismo come componente costitutiva, organica e aggressiva della propria dottrina) non è mai stato separato dal liberalismo, dottrina egemone nel processo di unificazione, che costruì un Regno fondato su uno sciagurato compromesso con le classi sociali parassitarie e latifondiste del Meridione, e su uno sbilanciato equilibrio a favore delle classi imprenditoriali industriali e agricole del Nord e del Centro, a detrimento delle classi popolari del Sud e del proletariato bracciantile e operaio del Centro-Nord. Il mancato coinvolgimento delle masse popolari ha quindi impedito, secondo Gramsci, una reale modernizzazione e provocato la crisi del modello liberale con la fascistizzazione dello Stato e della società.
L’operazione di Viroli, tesa a rianimare un patriottismo repubblicano che deriva dal Partito d’Azione e da Giustizia e Libertà, transitando da Mazzini ai fratelli Rosselli come l’ala più coerentemente antifascista della borghesia liberal-democratica, non affronta però i nodi strutturali che, ciclicamente, portano l’Italia sul baratro dell’autoritarismo e dell’identitarismo escludente.
Anche il richiamo al patriottismo resistenziale sfiora appena il fondamentale contributo di socialisti e comunisti contro il nazifascismo: la Costituzione scaturita da un “compromesso storico” tra liberalismo, popolarismo, democraticismo e socialismo ebbe l’obiettivo di garantire la libertà, l’uguaglianza e la dignità della persona, fondando valori democratici sostanziali. La contrapposizione tra patriottismo e nazionalismo in realtà elude un nodo fondamentale, che la svolta liberale in politica e liberista sul piano economico-sociale sono le cause che hanno provocato il dissesto democratico degli ultimi anni, e non permette di cogliere i motivi profondi che hanno determinato l’adesione di settori popolari sempre più vasti ai richiami beceri e scomposti delle destre xenofobe e razziste.
In questi anni, il nazionalismo è stato favorito da una serie di passaggi ideologico-culturali e politico-istituzionali che hanno progressivamente sostituito, o quantomeno indebolito il pilastro antifascista della Costituzione, facendo emergere una lettura orientata in senso sempre più identitario (esaltazione dell’Inno nelle manifestazioni sportive, interpretazione risorgimental-patriottica della Costituzione, impoverimento della solidarietà sociale sostituita da una visione organicistica della nazione). Le masse popolari sono state frammentate e polverizzate dai processi di ristrutturazione di questi decenni, sottoposte alle regole selvagge della concorrenza e del maggior profitto possibile da parte di un sistema global-liberista, indottrinate da un’ideologia individualista fatta ingoiare a suon di martellanti strumenti propagandistici (riviste e giornali, televisione, cinema, fino agli attuali social) e introiettata fino alla perdita di qualsiasi senso di collettività e sentimento di solidarietà: da questa massa informe senza qualità sta però emergendo il bisogno di rintracciare un’identità che il liberalismo ha distrutto con le politiche d’austerità, di trovare un appiglio in un mondo incerto e violentemente cinico, di cercare una protezione che falsamente e propagandisticamente offrono le forze populiste e sovraniste.
Il nazionalismo dunque risorge sulle ceneri del globalismo liberal-liberista, e il puro patriottismo repubblicano (come il cosmopolitismo umanistico-rinascimentale evocato da ristrette élite intellettuali) non sarà sufficiente a fronteggiare il risorgere di mostri come l’antisemitismo, il razzismo, lo sciovinismo e il militarismo che sembravano consegnati ad un passato definitivamente chiuso. Come ammonì Primo Levi, chi dimentica il passato è costretto a riviverlo.