di NICLO VITELLI – L’Artiglio e i palombari di Viareggio. Tra le pieghe dei racconti e della storia.
Il 6 dicembre scorso è stato inaugurato a Viareggio il monumento dedicato ai Palombari dell’Artiglio, la nave a vapore specializzata nel recupero di relitti e carichi affondati durante la Prima Guerra Mondiale. Lodevole l’iniziativa promossa dalla Fondazione Artiglio Europa, purtroppo un’occasione persa. Le gesta dell’Artiglio sono impresse con il fuoco sul marmo della storia, la storia del mare di ogni tempo del genere umano, scritte a lettere cubitali dai loro protagonisti. Alberto Gianni era figlio di marinai, fu lui ad inventare la camera di decompressione portatile e la torretta butoscopica, una campana di osservazione immersa a grandi profondità; il Gianni guidò la squadra di palombari capaci di immergersi e lavorare fino ad oltre 130 metri di profondità nelle acque del mare, composta da Alberto Bargellini, Aristide Franceschi, Guido Martinelli, Mario Raffaelli, Fortunato e Donato Sodini, Giovanni Lenci, Carlo Domenici. I loro volti sono assenti nel monumento. Non è una disquisizione estetica, ma l’osservazione del linguaggio che in ogni opera d’arte riassume il significato; risalta il vuoto che nella riproduzione plastica, pur egregia, disperde la memoria: quella di chi forgiò l’impresa. “A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti; e bella / e santa fanno al peregrin la terra / che le ricetta”. La lezione di Ugo Foscolo è sempre buona: le tombe dei grandi uomini non servono ai morti, ma accendono nell’animo dei vivi il desiderio di azioni nobili, trasformando i luoghi della memoria in spazi civili e morali. I monumenti senz’anima inaridiscono nella loro cupa vanità, non proiettano l’urna dei forti e non fanno santa al peregrin la terra. Se potessi dare un consiglio, proporrei il silenzio della notte che lava l’errore: e al mattino le prime scaglie di sole, come per magia, che s’insinuano tra le pieghe dei volti degli uomini che resero grande Viareggio e la marineria.
Aldo Belli

di Niclo Vitelli
L’Artiglio e i palombari di Viareggio. Tra le pieghe dei racconti e della storia
Dicembre 1930: la nave Artiglio con i suoi palombari sta operando alla totale demolizione della nave americana, la Florence, affondata con un carico di 150 tonnellate di munizioni e i suoi ottanta uomini dell’equipaggio tutti dispersi nelle vicinanze del porto di Saint Nazaire.
Durante i lavori qualcosa va storto e mentre con le mine si cerca di aprire un varco nello scafo una fragorosa esplosione travolge l’Artiglio: “…Dapprima l’Artiglio era stato sollevato di poppa, quasi verticalmente dalla colonna d’acqua: poi si era tuffato di prua con essa, risucchiato dalla voragine, ed era sparito…”.
Questo è un doloroso episodio della storia dei palombari, dei recuperi a mare di navi, di una storia di grandi gesta e di ardimento. Alcuni nomi per cominciare: i palombari di Viareggio Gianni, Franceschi, Francesconi, Bargellini, Cortopassi, la Società di recuperi SO.RI.MA. di Genova, le imbarcazioni Artiglio, Rostro, Raffio, l’Arpione e il transatlantico Egypt (l’Egypt affondò nel maggio del 1922 nel Golfo di Biscaglia con un carico di passeggeri e di 4500 Kg di oro in lingotti, 43 tonnellate d’argento e 37 casse da 165.000 sovrane inglesi destinate alle colonie d’Asia).
Era il lavoro di recupero a grandi profondità che accendeva la meraviglia e l’ammirazione, che faceva notizia e concentrava l’attenzione su quegli uomini davvero fuori dal comune. E’ anche grazie alla loro opera se oggi uno dei più visitati musei di Stoccolma ha in mostra il bel veliero Vasa – nave di Sua Maestà- un galeone da guerra del XVII secolo affondato al primo viaggio inaugurale, subito dopo il varo, gioiello di costruzione e di stile.
Furono i palombari della Regia Marina svedese con le loro campane subacquee che sotto la direzione del tecnico Anders Franzén nel 1956 portarono a termine il recupero di parti e oggetti dell’imbarcazione. L’epoca dei palombari ha il suo momento più alto tra la fine dell’ottocento e la prima metà del novecento.

In effetti, al di là delle epiche gesta tramandate quasi totalmente per racconti orali, se ne ebbe una prima traccia storica rilevante soltanto nel 1931 con il libro scritto dal giornalista del Times David Scott “Seventy fathoms deep”. L’opera fu tradotta e pubblicata in Italia con il titolo “Con i palombari dell’Artiglio” e riprodotto con una versione olandese nel 1947. A qualche anno di distanza il giornalista inglese pubblicava un secondo libro di cronache con il titolo “L’Artiglio e l’oro dell’Egypt”, ovvero la continuazione dei lavori di recupero con l’Artiglio Secondo.
Successivamente, nel 1960, con il libro L’Artiglio ha confessato – la cronaca delle vicende che portarono quel nucleo di superspecializzati palombari e marinai, per lo più viareggini, al ritrovamento di carichi importanti sepolti in fondo agli abissi e soprattutto della motonave Egypt – lo scrittore viareggino Silvio Micheli si aggiudicò per la sezione cronache il prestigioso Premio Letterario Viareggio.
La storia dei palombari è anche storia del lavoro creativo, di quel concentrato di abilità manuali, di mestieri, di coraggio e di vivace voglia di concorrere al progresso ma anche di divisioni di classe. I proprietari della società SORIMA erano legati al potere fascista, alle leggi per facilitare le attività creando nei vari settori, in questo caso nei recuperi a mare, dei veri e propri monopoli.
I marinai di Viareggio, in particolare, erano spiccatamente creativi, un po’ anarcoidi, bestemmiatori seriali. A questo proposito lo stesso giornalista Scott annotava “…rovescia, nel suo dialetto, una corrente di parole furiose… liberamente intercalate con il nome di Dio e con altri scelti vocaboli il cui significato è chiaro in ogni lingua…” .
Succedeva che un marinaio decidesse di diventare un palombaro e c’erano dei vantaggi: si poteva girare nei porti di città diverse o stare di più con la famiglia e poi c’era il maggiore guadagno. La società SO.RI.MA di Genova grazie ad una legge specifica ebbe una concessione che garantiva l’esclusiva dei recuperi. La società aveva già acquisito o fatto costruire una piccola flottiglia per gestire le attività di quella economia sommersa ma le mancava la cosa più importante: gli uomini adatti in grado di riuscire in quelle imprese. Trovò questo patrimonio, questo capitale umano nei palombari che si erano aggregati attorno al Gianni e che già avevano alle spalle importanti recuperi con una piccola società viareggina. Il commendatore Quaglia era il padrone, il decisore in ultima istanza, non ammetteva discussioni.
Nel 1928 il Quaglia non esitò a licenziare il viareggino comandante Tomei perché si era rifiutato di eseguire un suo ordine: seguire una rotta che avrebbe tagliato i tempi ma contraria alle corrette procedure di navigazione e al buon senso dei lupi di mare. La nebbia e le condizioni meteomarine di allora avrebbero sicuramente portato l’imbarcazione a fracassarsi sugli scogli. Gianni chiese e fece innumerevoli pressioni sul Quaglia per avere in dotazione un cavo elettrico in grado di allungare la distanza tra l’Artiglio e il punto di esplosione sul fondo. Con questa integrazione si sarebbe raggiunta una maggiore in sicurezza durante le demolizioni. Il Commendatore Quaglia rispose promettendo ma non mantenne, trovò scuse e prese tempo. Costrinse invece l’equipaggio- quell’equipaggio che era già riuscito a portare sulla coperta del Primo Artiglio la cassaforte del comandante dell’Egypt – a rimanere a bordo per seguire lo smantellamento della nave americana Florence, contrariamente ad una prassi consolidata negli anni precedenti: sospensione a Novembre delle attività e disarmo fino ad anno nuovo.

Così David Scoot nel suo libro descrive il protagonista principale di tutte quelle imprese: “…Gianni era un uomo di doti straordinarie. Aveva un carattere delizioso, alquanto fanciullesco, che i successi ottenuti e le adulazioni non guastarono mai, fino alla morte … Era stato la chiave di volta della Sorima in tutte le sue prime imprese… Viveva su un piede d’uguaglianza con i suoi sottoposti che in effetti erano amici …intimi quasi di casa…. Senza fare uso formale d’autorità, otteneva da essi molto lavoro con la forza della persuasione che gli veniva dal suo carattere e dal suo esempio- cosa che non molti uomini sono in grado di fare”.
Il Gianni si era imbarcato all’età di otto anni e in mare era cresciuto. L’amore per la famiglia- moglie e figli- non fu d’argine alla passione e all’amore che nacque in terra francese per Adrienne a Le Palais Belle Ile. Con Adrienne ebbe un figlio che al momento del terribile incidente e dell’affondamento dell’Artiglio aveva solo un anno e mezzo: Jean Albert Le Garrec – dal cognome del padre che l’adottò- crebbe senza che nessuno gli spiegasse o lo mettesse al corrente delle vicende. Le apprese solo da una zia dopo la morte della madre.
Jean Albert era diventato nel frattempo un uomo importante, membro del Partito Socialista francese, dell’Assemblea Nazionale, Ministro del Lavoro. Nel suo libro Una vie à gauche nel primo capitolo parla apertamente, con orgoglio della sua metà viareggina, di essere figlio di Titan – nome con cui la madre chiamava il suo amore – un anarchista, un marinaio viareggino, di uno che non aveva mai preso la tessera del partito fascista.
Torniamo a quel 1930, il periodo antecedente alle feste natalizie. Tutti erano preoccupati di poter rientrare a casa per le festività e forse questa smania può aver spinto a eseguire operazioni allentando un po’ la meticolosa attenzione e pignoleria con le quali lavoravano di solito. Non c’erano soluzioni diverse: allora lo sciopero era vietato dai codici fascisti, e non erano tollerate insubordinazioni dei lavoratori.
L’eccesso mediatico che ebbero il Gianni e i suoi dell’Artiglio forse fu alla base di una eccessiva sicurezza, forse di una sopravvalutazione di se stessi, e di una sottovalutazione sull’utilizzo di un esplosivo più forte e magari senza aver analizzato a fondo e nei minimi dettagli la qualità e quantità del potenziale esplosivo presente nel relitto. Il Gianni si era dedicato in maniera specifica- con lo studio e le prove empiriche- a trovare soluzioni più adeguate per rendere sicura l’attività di immersione ed emersione, come la importantissima camera iperbarica, la torretta butoscopica e tantissime altre innovazioni per facilitare il lavoro di recupero, comprese le modifiche apportate ad attrezzature prodotte da importanti ditte di allora come ad esempio la Neufeldt & Kuhke .
Fu proprio con queste modifiche che nel 1930 sul lago di Garda, Aristide Franceschi e Alberto Bargellini riportarono in superficie la salma del pilota Dal Molin consentendo il successivo recupero dell’idrovolante che si era tragicamente inabissato. Ad una delle ulteriori, pressanti richieste di poter tornare alle proprie case il commendator Quaglia replicò però con l’ordine perentorio di spicciarsi se volevano raggiungere quell’obiettivo: una sorta di disgustoso ricatto, forse la pre-causa principale del disastro.
Micheli nel 1982 in occasione della riedizione del libro ‘L’Artiglio ha confessato’ nella nuova prefazione scriveva : “ Attorno alle imprese del primo e del secondo Artiglio (il Primo fino alla drammatica esplosione , il Secondo terminò il recupero dell’oro dell’Egypt e continuò successivamente l’attività) era fiorita una letteratura che nel maggior numero di casi mirava quasi esclusivamente a perseguire scopi immediati di ampia speculazione commerciale….a spese, come sempre, dei grandi avvenimenti che in un modo o nell’altro riuscirono a commuovere l’umanità…”. Lo sfruttamento del lavoro umano e dei lavoratori è notevole e spregiudicato: i marinai e i palombari protagonisti– scrive il Micheli nell’Artiglio ha confessato – “dopo aver recuperato il carico d’oro dell’Egypt di circa 12 miliardi di lire di allora ebbero in premio solo 6.412 lire e non tutti”.
Raccontava il marinaio Giulio Sartini tra gli scampati alla tragedia: “E pensare che noi consideravamo quelle cataste d’oro massello come fosse ottone buttato là nella stiva. Mai ci siamo approfittati di una sterlina. Le trovavamo sparse dappertutto…”.
I tentativi degli eredi del Quaglia di bloccare l’uscita del libro di Micheli, trent’anni dopo le vicende dell’Artiglio, con tanto di pressioni e intimidazioni, di avvocati mobilitati, di giornali coinvolti per fortuna non andarono a buon fine e una cronaca ricostruita minuziosamente attraverso testimonianze dei protagonisti superstiti ed una accurata ricerca storica e giornalistica s’impose all’attenzione di un largo pubblico.
Proprio per questo la Fondazione Artiglio Europa, nata all’inizio di questo secolo, ha deciso di dare uno spessore ancora più ampio, internazionale, ai palombari che furono i protagonisti principali di quelle imprese.
Nel dopoguerra e negli anni successivi la loro storia è rimasta negli scantinati degli archivi. Nessuna Istituzione nazionale della Repubblica, ma a quanto risulta nemmeno Regionale, ha ritenuto utile e positivo ricordare e valorizzare queste vicende, trasmigrarle a pieno titolo nella storia e rendere merito anche formalmente a questo nucleo di lavoratori, ai loro familiari, ai loro eredi.
Alla fine dello scorso anno è stata presentata in anteprima la nuova edizione in inglese del libro di Silvio Micheli “The Artiglio tells all” di Pezzini Editore a cura di Elizabeth Mac Donald- Università di Pisa- con l’obiettivo di far conoscere in tutto il mondo il coraggio di questo nucleo di eroi che furono i palombari viareggini. Il libro The Artiglio Tells All è acquistabile su Amazon e la divulgazione nel mondo ci è stata affidata al gruppo Facebook The Artiglio’s divers.
Dal Libro di Silvio Micheli: le ultime ore a bordo dell’Artiglio:
“Era già il 7 dicembre, volevano festeggiare il Natale in famiglia. -Sai che cosa faccio?- aveva detto il Bargellini- ne metto il doppio e proprio nel punto dove gli rode. – Non esagerare, ormai siamo quasi arrivati- gli disse il Gianni. Ma anche lui non resisteva dalla voglia di far presto. Il Bargellini lavorò un’ora e, quando venne su, fece un gran sospiro. –Se non salta questa volta, vuoi proprio dire che dovremo demolire la poppa a pezzo a pezzo. Ho messo le mine nell’esplosivo. – Uhm- mugugnò il Raffaelli- sono due mesi che ci picchiamo dentro: se voleva esplodere, a quest’ora era esploso. –Non vorrei che tu avessi esagerato, Barge- esclamò il Gianni. –Ho fatto bene! – ribadì cupo il Francesconi che non smetteva di pensare alla moglie e al ragazzo. Il Gianni si volse a quelli del verricello e gridò –Siamo pronti? Allora scostate. – Di quanto? Chiese il capitano Bertolotto. Il Gianni allargò le braccia. Finché c’è cavo elettrico- disse.-Ma saremo a cento e sessanta metri che facciamo?… Sono venti giorni che tempesto di lettere e di telefonate il commendatore perché si decida a inviare quel dannato cavo speciale. Ora c’è poco da starci a pensare sopra… Poi arrivò l’ordine: “Il Gianni che non attendeva altro, si volse al De Melegazzi già pronto al centro della nave per trasmettere l’ordine in macchina e gridò- Dinamo…. Su in coperta il Gianni attese ancora un poco, finché la macchina non ebbe raggiunto il massimo dei giri; si guardò attorno, vide che tutti tenevano gli occhi sul punto in cui sarebbe avvenuta la botta e avvicinò le mani. Fu come se il mare si fosse sollevato, alto, sempre più alto e stesse per ricadere con uno scoppio spaventoso. Laggiù, insieme alle mine, erano esplose le 150 tonnellate di munizioni… Dapprima l’Artiglio era stato sollevato di poppa, quasi verticalmente dalla colonna d’acqua: poi si era tuffato di prua con essa, risucchiato dalla voragine, ed era sparito….
Niclo Vitelli (1954) è stato un dirigente del PCI, consigliere comunale e assessore, presidente del Festival Pucciniano negli anni Ottanta, ha poi svolto attività di manager nel settore della cantieristica navale, responsabile di Lega Pesca Toscana, ha ricoperto vari incarichi in Legacoop della quale è stato presidente del Comitato dei Garanti. Autore di libri di storia della Versilia.
