Home LA PIETRA DI MINERVA - di Giancarlo Altavilla Il Coronavirus questo ci insegna: semplificare lo Stato

Il Coronavirus questo ci insegna: semplificare lo Stato

by Giancarlo Altavilla
Semplificare in Italia

Il vero problema dell’Italia non sono i tagli finanziari, è invece: togliere. Venti Regioni sono troppo, e pure venti sistemi sanitari regionali

Da alcune settimane le conversazioni e, soprattutto, l’informazione sui media sono pressoché completamente occupate da numeri di ammalati, statistiche epidemiologiche, picchi e curve della infettività del Covid-19. Be’, vista l’invasività del virus e la tragicità dei suoi effetti, è inevitabile. Però l’attenzione ai dati della pandemia non ci impedisce di esprimere qualche riflessione collaterale e, per un momento, di porre attenzione al memento.

Quello che, passata la pandemia, dovrà ricordarci l’insegnamento dell’esperienza vissuta, che non riguarda solo il senso etico del male e del bene, del vivere e morire, ma anche l’importanza di un’organizzazione politica e sociale all’altezza di eventi imprevedibili e, comunque, di dare efficiente riscontro alle esigenze della comunità.

I giorni del Coronavirus, al netto degli aspetti emotivi e sentimentali, ci hanno posto di fronte ad alcune comuni esigenze: una guida politica autorevole e consapevole, una sanità pubblica adeguatamente attrezzata ed essa stessa guidata con efficienza e competenza.

Non voglio fare qui il facile e, francamente, sterile lamento sociale: tutto va male, bisognerebbe… sarebbe meglio … si sarebbe dovuto … ecc.

No, qui vorrei brevemente sintetizzare alcuni aspetti (arriverei a dire) oggettivi, che riguardano la politica e la sanità dei giorni nostri. Non prima di aver ricordato gli ‘scambi’ politici di questi ultimi giorni, nei quali il Partito democratico ha invocato una nuova sanità, esclusivamente statale (con il compiacimento del Movimento 5S) e la Destra, per bocca del mai silente leader leghista ha, invece, affermato che la fortuna dell’Italia al tempo del Coronavirus sono state le regioni e i comuni e la loro organizzazione sanitaria. Vediamo.

L’Italia una e indivisibile…

L’Italia è una ed indivisibile. Ciononostante, la sua organizzazione istituzionale è quanto mai complessa e frammentaria: ciò che la rende, spesso, lenta nelle decisioni e provvisoria nelle scelte. A livello politico il Paese ha un governo nazionale (composto dal presidente e, mediamente, da una decina abbondante di ministri), e un parlamento, composto di due camere.

Si divide in venti regioni (di cui cinque a statuto speciale, ovvero più autonome delle altre), nelle quali operano un presidente e la sua giunta (composta in media di una decina di assessori) e un consiglio (composto, in media, di alcune decine di membri).Nei territori regionali operano le province (falsamente abolite alcuni anni or sono dal riformismo renziano, e, invece, tuttora in essere, con la sola novità di non essere più assoggettate all’elezione popolare dei suoi membri – presidente e consiglieri).

Di poi ci sono i municipi, in cui operano i sindaci e le loro giunte, oltreché, i consigli comunali. A questi si devono aggiungere le città metropolitane (ovvero alcune metropoli italiane e il loro circondario) e le unioni dei comuni.

… ma il potere di amministrare è della burocrazia

Insomma, quel che si dice una organizzazione complessa, che dà inevitabilmente luogo ad azioni decisorie altrettanto complicate, a volte farraginose. Le competenze attribuite a tutti questi enti istituzionali sono stabilite dalla Costituzione, la quale, in estrema sintesi, prevede che il potere legislativo sia del parlamento (ma in alcuni casi anche del governo) e dei consigli regionali, e che quello amministrativo appartenga al governo nazionale, e, nei rispettivi territori, alle giunte regionali, provinciali e comunali.

In realtà non è proprio così, perché il potere amministrativo (meglio detto, gestionale) appartiene anche alla dirigenza pubblica, statale, regionale e comunale. Chiaro, no? L’esercizio dei medesimi poteri da parte di enti diversi pone ovviamente il problema del coordinamento, al quale la Carta costituzionale non ha mancato di provvedere.

E allora, secondo il famoso Titolo V (di dalemiana manipolazione nel 2001), in alcune materie (per esempio, politica estera, difesa, moneta) le leggi le emana esclusivamente lo Stato. In altre materie (per esempio, protezione civile, porti e aeroporti, urbanistica e sanità) la potestà legislativa è invece concorrente: appartiene, cioè, sia allo Stato, sia alle regioni, in un rapporto in cui le leggi nazionali vincolano quelle regionali solo con riferimento ai loro principi generali. Fatta eccezione per quelle di competenza esclusivamente statale e concorrente, ogni altra materia appartiene alla potestà legislativa regionale.

Il nodo da risolvere: la democraticità diffusa e l’efficienza

Non vogliatemene, ancora una piccola indicazione. Le norme non sono solo quelle delle leggi; ci sono anche le norme dei regolamenti, la cui paternità, secondo lo schema delle materie ora dette, è anch’essa statale (e delegabile alle regioni), regionale, provinciale e comunale. Inutile negarlo: questo sistema premia un concetto di democraticità diffusa, ma è cedevole sul piano della efficienza.

In Italia la disciplina compiuta di materie molto importanti come la sanità presuppone una elaborazione di norme statali, prima, e regionali, poi, che risultano spesso insoddisfacenti sotto il profilo della tempestività della loro emanazione e della coerenza del loro dettato prescrittivo.

Non voglio entrare nel merito di quale sia il senso, in un mondo globalizzato e in un Paese di piccole dimensioni come l’Italia, di prevedere un apparato normativo diverso tra regioni, spesso, peraltro, tra loro omogenee (si pensi alla Emilia Romagna rispetto alla Lombardia, la Liguria rispetto alla Toscana, la Basilicata rispetto alla Puglia, etc.); quel che intendo rilevare è che la complessità dell’apparato troppo spesso produce l’inefficienza di quel che decide. Anche perché ciò che esso decide è a sua volta complesso.

L’esempio della Sanità Pubblica

La sanita pubblica, per esempio, oltre ad essere stata negli ultimi vent’anni la palestra in cui gli amministratori statali e regionali si sono allenati a tagliare i finanziamenti, chiudere gli ospedali e ridurre gli organici di ogni ordine e grado, è complessa mica poco.

Essa, in Toscana, ma poi è così dappertutto (perché, tra l’altro, le regioni, sia pure per il tramite di farraginosi e costosissimi apparati politico-gestionali alla fine decidono le medesime cose) si divide in più unità sanitarie locali, al vertice delle quali vi sono tre direttori di nomina politica (generale, sanitario e amministrativo, ognuno con un robusto seguito di uffici e dirigenti) e si compongono di ospedali (quelli oggi superstiti), divisi in dipartimenti o ‘strutture’ a capo delle quali vi sono i corrispondenti direttori.

Non solo; nelle città ove hanno sede le università, alle USL si aggiungono le aziende ospedaliero-universitarie, anch’esse, manco a dirlo, dotate di vertici direzionali e ‘collegate’ al rispettivo ateneo, e ai suoi organi di governo.

In questo contesto, oggi, nell’ansia in cui ci ha costretto il Covid – 19, la ricerca di una guida autorevole e consapevole, di tipo politico e sanitario, è inutile illudersi, è destinata alla mortificazione.

Ansia e incertezza

E infatti, l’abbiamo visto tutti: sul piano politico, si avvicendano i decreti e de-cretini serali del Governo, dalla obiettiva capacità di confondere e frastornare popolo e nazione, cui hanno fatto eco originali ordinanze regionali (a volte anche comunali), utili solo a dare un segno visibile al sotteso potere di adottarle; misure di contenimento del contagio lasciate alla televisiva elaborazione di studiosi e giornalisti (dalla medesima forza persuasiva); azioni di approvvigionamento di mascherine anti contagio e presidi per la respirazione assistita, lasciate alla iniziativa tanto dei ministri, quanto dei presidenti delle regioni, in una corsa all’acquisto potenzialmente concorrenziale (tra enti del medesimo Stato) e in ragione di una capacità di spesa ignota al popolo sgomento, al quale, ad ogni buon conto, sugli schermi dei loro televisori sempiterni accesi è stato indicato un lungo codice IBAN per procedere a finanziare una lotta al coronavirus dalla vaga connotazione e paternità.

Insomma, ansia e incertezza.

Per effetto di un potere politico-istituzionale che nei continui palleggiamenti tra enti e autorità, perde di concretezza, di efficienza ed anche di responsabilità, perché è innegabile che l’attribuzione di colpe alla politica in Italia è cosa impossibile, visto che nessuno ha la paternità piena integrale di quel che accade. E per effetto anche di una sanità parcellizzata, le cui competenze organizzative e di spesa sono state divise per le venti regioni italiane, ognuna delle quali ha governato a suo modo malattie e cure.

Intendiamoci. La democrazia diffusa è un punto di arrivo da difendere sempre. Non mai si pensi che il popolo possa abdicare alla sua funzione sovrana e di primo decisore. Però, via. La democrazia deve essere efficiente e aliena dai bizantinismi dell’apparato, utili solo al moltiplicarsi delle posizioni di potere e di comando.

Venti Regioni sono troppe

Venti regioni sono troppe, sia quando governano la sanità, sia quando parcellizzano la protezione civile e la disciplina dell’istruzione, del turismo e del commercio; e sono troppe, in generale, quando, decidono le medesime cose, con l’unico effetto di una moltiplicazione dei tempi di elaborazione delle determinazioni.

Venti sistemi sanitari regionali sono troppi

E sono troppi anche venti sistemi sanitari ‘regionali’ e le loro numerose USL, funestate dalla guida (o ingerenza) politica che ne frammenta e condiziona l’azione, l’organizzazione e lo sviluppo, in un’ottica infraregionale che troppo spesso (anche prima del Covid – 19) i cittadini hanno sperimentato e subito.

Qualcuno sostiene (o spera) che l’esperienza dell’epidemia di queste settimane rappresenterà un monito ed un insegnamento, sollecitando una revisione dei costumi sociali egoistici e consumistici e un ripensamento della politica sanitaria e di protezione civile. Io mi associo a questo auspicio, consentitemi, con un ottimismo assai timido.

Il cosiddetto ‘sistema Italia’ deve essere riformato, eliminandone le inutili complessità e gli sterili decentramenti, in uno sforzo di efficiente snellimento degli apparati del potere, che non basta che sia democratico per essere efficiente. L’Italia non ha bisogno di tagli finanziari (men che mai nella sanità, colpevolmente ridotta all’indigenza) ma di semplificazione strutturale, riferita agli organi ed enti in cui si annida (il termine è questo) un potere che serve solo a sé stesso.

Semplificare, semplificare

Semplificare vuol dire abrogare, eliminare; snellire vuol dire affrancare i momenti decisionali dallo sterile concorso di enti diffusi, che nulla possono concretamente aggiungere al problema da risolvere. La perfezione, diceva Antoine de Saint Exupéry, si ottiene non quando non c’è più nulla da aggiungere, ma quando non c’è più niente da togliere. Ecco, l’Italia ha bisogno di togliere.

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