Il Dottore Farfuglia detto anche Abbrodaiolo

di NICLO VITELLI – Un piccolo racconto estivo, in un paese dove verità e fantasia si intrecciano e si nascondono come in ogni fiaba.

Era un’estate spropositatamente calda a Kiverb, un piccolo paese a est di una grande città dai trascorsi storici e sede di una famosa università. Quatto case sparse e isolate, distanti l’una dall’altra qualche chilometro. Il centro abitato più vicino, anch’esso modesto e senza i grandi servizi, distava una quarantina di miglia e, ancora più lontana, la vecchia città Alasppu.

Quell’anno si era fatta conoscere una banda composita a capo della quale c’erano due uomini e una donna: una sorta di Bonnie & Clyde con un vecchio spasimante del potere a rimorchio. La banda si era messa in evidenza compiendo le razzie contro i poveri a favore dei ricchi, per l’assoluta crudeltà nei confronti di chi indigeno non era almeno da tre generazioni.

La polizia non era riuscita a mettere fine alle scorribande. La giustizia aveva provato in vari modi: con i servizi sociali obbligatori, con gli schiumogeni a spengere le fiamme dell’ardore, a far bere mojito e daiquiri isolando il più scalmanato del terzetto su un isolotto dei fiordi. Tutto vano! La banda continuava ad agire tra i crescenti consensi di molti cittadini che, stufi dei ricordi e dei libri di storia dei vecchi capi socialdemocratici, stavano credendo alla possibilità di dare corso a ciò che fino a ieri era stato impedimento, limite. Finalmente, dicevano attratti dai canti delle false sirene, possiamo dire addio al nostro tradizionale senso di responsabilità, alla nostra internazionalmente riconosciuta disciplina, alle nostre ormai logore convenzioni.

La banda ormai voleva presentarsi alle elezioni e rendere legale il proditorio programma. Il loro motto era: “Spendi e spandi… Prima di tutto i nostri abitanti… Tasse zero, condoni più che tombali… Blocco navale per gli oriundi e desaparecidos”.

Tra i ferventi sostenitori c’erano anche bande di nostalgici che odiavano la scelta di neutralità fatta un secolo prima, di non aver abbracciato la fede nazional-nazista.

Un vecchietto abitava in una di quelle quattro case di Kiverb. Si era ammalato e nonostante le cure telefoniche e i vari consigli medici on line, il suo stato di salute continuava a peggiorare. Jeep, quello era il suo nome: non amava la banda dei tre ,che a suo parere avrebbero portato il paese nel caos e nell’avventura, purtroppo, però, non aveva più il suo vecchio Partito Socialdemocratico; e il progetto di una società nuova, giusta, del lavoro e dei diritti si era alquanto sbiadito, annebbiato ed era rimasto più un ricordo antico che realtà.

Si erano formati piccoli gruppi, ognuno dei quali vantava le proprie diversità e purezze, sognava una palingenesi rivoluzionaria: il seguito che ciascuno dei gruppi aveva era soltanto di qualche famiglia, roba da decimali e, solo quando andava alla grande, di qualche insignificante unità, sempre rigorosamente non oltre le tre.

Queste aggregazioni, pure dotate di un’autoreferenzialità assoluta, prive di un moderno progetto se non pezzi di reminiscenze antiche, erano sostanzialmente ed oggettivamente incapaci di poter scalfire minimamente l’ordine costituito. Non solo questo, ma neppure capaci di evitare il rischio che la banda dei tre riuscisse ad ottenere la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento.

In quel malaugurato caso, neppure il re – che certo non era un rivoluzionario, ma solo tutore di un ordine consolidato – avrebbe potuto intervenire efficacemente.

Le fabbriche a Kiverb non erano più quelle di una volta, e i lavoratori erano molto diversi: frastagliati in mille categorie e sub categorie, tutelati e non tutelati, ma tutti meno ignoranti, con il telefonino acceso e pronti a partecipare alla lotteria dei social. C’erano nel paese moltissimi immigrati e non più i soliti approfittatori del fino allora funzionante stato sociale. Ancora peggio, una vera e propria babele: indiani, pakistani, arabi, magrebini, cinesi… E mentre i lavoratori indigeni una qualche tutela l’avevano ancora, gli altri erano costretti a lavorare nelle peggiori condizioni, e con scarse se non quasi nulle protezioni.

I Mcdonald erano spuntati come i funghi in una stagione eccezionale, da tutte le parti avevano sostituito le tradizioni locali e cancellato quei tratti di cultura nordica che per secoli erano stati un valore riconosciuto in tutta Europa.

Jeep, il nostro vecchio, sentiva avvicinarsi il pericolo, l’avvertiva ormai come una possibile immane sciagura alla porta di casa.

Quel progetto, di cui Jeep era stato un fervente sostenitore fin da giovane, aveva garantito giustizia e libertà, tutela dell’ambiente, valorizzazione della famiglia e dei figli, un lavoro umano più importante del capitale, ed aveva garantito quell’avanzato stato sociale costruito nel tempo. I ricchi pagavano molte tasse, progressive rispetto alla loro strabiliante accumulazione e quel gruzzolo, di cui lo Stato si appropriava, era redistribuito equamente: un’amministrazione non clientelare, ma giusta ed efficiente garantiva servizi sociali di qualità.

Jeep aveva la certezza che tutto ciò era sotto attacco.

Quello che rimaneva di quel progetto e di quel sogno, ancora con una minima ma non trascurabile consistenza, era il povero dottor Farfuglia che aveva ereditato un partito, cosiddetto del Progresso. Il partito si era ammalato di quel morbo pernicioso che si chiama governabilità: costringeva, insinuandosi subdolamente nel Dna dei suoi dirigenti, ad avere l’unico orizzonte possibile nel governare sempre. Certo era, tuttavia, che si erano piegati sempre più valori e ideali, etica e rigore, alle varie prebende, all’occupazione di posti di comando, a fare sostanzialmente i piccoli interessi, a diventare amici dei ceti colti, allontanandosi dal sentire popolare, da quei lavoratori che erano stati il nerbo principale della socialdemocrazia.

Il partito si era trasformato ed era del tutto incapace di interpretare le esigenze, le preoccupazioni popolari, di quei nuclei di abitanti in isolate case sparse sul territorio, in piccoli nuclei o in interi paesi ed anche, sempre di più, incapace di capire l’evoluzione della realtà. Ma tant’è: un pollo oggi, una bottiglia di vodka domani, un Pittypanna regalato, un IIuccu Cream… e tanti altri amici da riciclare erano bastanti a lui e ai suoi dirigenti.

Il partito si opponeva, è vero, alla banda dei tre. I valori di riferimento erano certamente alternativi, ma con le idee molto confuse, poco chiare, pasticciate: insomma un vero e proprio purpuri!

Jeep aveva tre alternative: lasciarsi morire, diventare un sostenitore dei tre banditi accettando le loro intriganti ma false, pericolose, proposte e le loro mirabolanti cure, o farsi visitare dall’impresentabile abbrodaiolo Farfuglia.

Farfuglia in quel periodo non chiedeva le solite prebende dopo le visite, ma solo la promessa di votare per il suo partito. La scelta per Jeep era davvero drammatica: per molti giorni pensò che la cosa migliore fosse quella di mettersi nelle mani del tempo, senza far niente tranne che starsene sul suo lettino, aspettando che il destino da solo facesse il suo gioco. Poi ripensò al proprio impegno, al lavoro che aveva fatto per quel grande progetto dei socialdemocratici e alla necessità che si lasciassero ai giovani almeno le condizioni minime e basilari per poterlo riprendere in mano, aggiornarlo e rilanciarlo.

Farfuglia, l’incapace dottor abbrodaiolo – diciamo la verità! – non era davvero accattivante neé incoraggiante: a Jeep, ogni volta che pensava a lui, veniva in mente di farla finita. Poi però, dando uno sguardo all’orizzonte, vedeva i tre della banda che come un incubo si insinuavano nei suoi sogni notturni: il risveglio era drammatico e lo caricava di disperazione, di ansia, di paura e di terrore. Alla fine decise: “Mi farò visitare e curare da Farfuglia. Non mi guarirà, uno così non guarisce nemmeno un cerbiatto col raffreddore, ma forse riuscirà a tenermi ancora in vita; forse non per molto, ma lasciandomi qualche tempo in più per dedicarmi a quel progetto che per tanti anni è stato anche un’incredibile realtà, per sperare che possa alfine essere ripreso e attuato”.

Jeep era convinto che se questo fosse avvenuto, se il peggio si fosse cioè allontanato, se i giovani come Greta, Alice, Eric… avessero ripreso in mano, rinnovandole, quelle bandiere del cambiamento, il dottor Farfuglia sarebbe stato radiato dall’albo ed anche dal Partito. E i tre banditi messi finalmente ai lavori forzati, assieme a tutti i loro più strenui accoliti.

Così con amarezza, rimpianti, recriminazioni, con una prostrazione umiliante e turandosi ben bene il naso per non sentire quell’odore di posticcio del Farfuglia, cominciò a premere i numeri sul telefono: prima uno, poi un altro…Poi una lacrima gli scese sul volto, amara come un rafano- Il dito esitò prima di premere il terzo. Ne doveva battere ancora sette.

Non sapremo mai se Jeep ebbe la forza e la determinazione di andare fino in fondo! Ce lo potrà dire solo il suo vicino di casa quando un giorno si deciderà ad andare a trovare.

PS: abbrodaiolo, nella lingua di Kiverb significa colui che mette insieme cose diverse in un miscuglio eterogeneo che bollendo in un pentolone dà odori strani, spesso più’ puzzo che aroma. Ogni riferimento a fatti e personaggi reali in Europa e altrove è puramente immaginario. Come la verità e la fantasia si intrecciano e si nascondono in ogni favola.