FOCUS, OPINIONI

Il Processo di Norimberga – seconda parte (VIDEO)

di ALDO LASAGNA – Il filmato originale dell’ingresso delle forze Alleate nei campi di concentramento nazisti e la scoperta dell’orrore

La puntata precedente

Quello che si aprì il 20 novembre 1945 a Norimberga non costituì l’unico dei processi intentati contro coloro che avevano insanguinato l’Europa con le loro atrocità. Al primo ne seguirono, infatti, almeno una decina: tra questi, il processo contro chi aveva svolto un ruolo più subordinato nelle atrocità naziste, e quello a carico dei medici che avevano praticato esperimenti disumani sui prigionieri-cavie.

Norimberga fu scelta come sede principale per una serie di ragioni, con l’opposizione dei sovietici che non gradirono la zona di influenza degli Alleati: la città conservava l’innegabile vantaggio di poter utilizzare l’unica grande struttura giudiziaria agibile, non essendo stata danneggiata dai bombardamenti che avevano devastato il suolo tedesco: giudici, procuratori, assistenti giudiziari, corrispondenti e pure il prevedibile folto pubblico. Cosi si scelse una soluzione di compromesso: Berlino sarebbe stata la sede permanente del procedimento, ma a Norimberga si sarebbero celebrate le udienze pubbliche. A Norimberga – una motivazione dal contenuto altamente simbolico – erano state promulgate le infami leggi razziali.

L’esito del procedimento iniziale, e più celebre, non fu scontato diversamente da quanto si possa pensare: ovvero, il verdetto finale di condanna a morte per la grande maggioranza degli imputati. Nella fase iniziale soprattutto, vi furono legali tedeschi che riuscirono a replicare in maniera efficace e in certi casi si opposero brillantemente agli addebiti mossi dai rappresentanti della Pubblica Accusa. La svolta maturò dopo una serie di udienze con l’audizione di alcuni testimoni scampati all’Inferno di Auschwitz, e con le deposizioni orali di coloro che iniziarono a descrivere l’orrore delle uccisioni a sangue freddo eseguite nelle zone dell’Est; poi, il colpo di scena: la produzione di una schiacciante prova documentale costituita dalla proiezione in aula dei filmati girati dai cine-operatori Alleati dopo l’ingresso nei campi di concentramento liberati.

Le riprese originali dell’ingresso delle Forze Alleate nei campi di concentramento nazisti

La visione agghiacciante delle masse di cadaveri stipate nelle fosse comuni, immagini di morte impressionanti, riempì l’aula di Norimberga. Il comandante in capo dell’esercito alleato, il generale Eisenhower, dopo avere scoperto la tragedia nazista aveva ordinato di filmarla ad imperitura memoria per il mondo e per lo stesso popolo tedesco. Le manifestazioni di derisione e di scherno con cui il gruppo degli imputati aveva seguito fino a quella fase il corso del dibattimento, dovette cedere il passo al turbamento, anzi: ad un silenzio costernato, quasi di rassegnazione.

I capi d’imputazione

Gli imputati erano stati chiamati a rispondere dei seguenti capi di imputazione: 1) cospirazione: per aver tramato contro le istituzioni tedesche e dopo la presa del potere di Hitler intrapreso una politica di riarmo, culminata poi con lo scatenamento di un cosi terribile conflitto. 2) Crimini contro la pace: come l’invasione ingiustificata di paesi neutrali. 3) Crimini di guerra, quali i bombardamenti a tappeto, l’uccisione di ostaggi e di militari di altri paesi ormai arresi. 4) Crimini contro l’umanità: tra cui il ricorso allo sfruttamento delle popolazioni civili come manodopera bellica, e la volontà di annientare interi popoli sul presupposto della loro inferiorità etnica o appartenenza ad un credo religioso diverso.

L’imparzialità del giudizio contestata

Fu il fondamento stesso dell’instaurazione del processo, tuttavia, ad essere oggetto di un’accesa discussione e di una difesa accanita: ovvero l’idea che si potesse processare e condannare la parte perdente di una guerra, secondo la celeberrima immagine della Giustizia imposta o dettata dai ‘Vincitori ai Vinti’. L’ulteriore eccezione sollevata fu poi che di quella giuria chiamata a pronunciarsi non facessero parte alcun giurista della Germania sconfitta e neppure esponenti di un paese neutrale.

Tali perplessità furono condivise anche da personalità di assoluto rilievo, quali lo stesso Giudice Capo che presiedeva la Corte Suprema degli Stati Uniti, il quale non esitò a polemizzare addirittura con il Procuratore Jackson giungendo a definire l’Intero processo “una farsa”. Punto di vista molto simile, quello di Hans Kelsen, insigne giurista (nome caro agli studiosi e agli studenti di Filosofia del Diritto, padre della corrente cosiddetta Gius-Posivistica): egli espresse le sue contrarietà pure nel merito, nonostante proprio l’anno prima della celebrazione del processo avesse espresso l’auspicio di un nuovo ordinamento giuridico internazionale fondato sull’idea di Giustizia universale (si rifaceva ai ben noti principi formulati nella Pace perpetua di Kant, in un’opera dal titolo La Pace attraverso la Legge).

A favore della legittimità del processo, si espresse un insigne docente di Oxford, il professor Good Heart, per il quale il problema di una giuria o di una corte imparziale era ben diverso da quello di assicurare un organo giudicante comunque equo: riprese la massima risalente alle fonti primordiali del Diritto Anglo-Sassone, secondo il quale un ladro non poteva comunque dolersi di esser giudicato da una corte di sudditi onesti.

La questione è ancora oggi dibattuta, e divide tuttora storici e giuristi. Esiste un’idea di Giustizia valida e legittima per ogni guerra o solo per quella guerra? Sotto accusa, avrebbe dovuto risultare, ad esempio, anche la condotta diplomatica e militare dell’Unione Sovietica? Che pur vantava un tributo di sangue di 20 milioni di morti, e i cui soldati avevano varcato in quel gelido gennaio del 1945 i cancelli di Auschwitz disvelando l’orrore al mondo intero. Per il fatto, cioè, che l’Unione Sovietica aveva stipulato con Hitler il famigerato “Patto del diavolo”, ovvero l’intesa Ribbentrop-Molotov, in nome del quale la sventurata Polonia fu smembrata in due. Emblematico al riguardo è l’episodio delle stragi nelle fosse di Katyn: il rinvenimento da parte dei tedeschi di grandi fosse comuni dove erano erano state operate le esecuzioni di alcune migliaia di militari e di ufficiali dell’esercito polacco; sulla responsabilità dell’eccidio si erano addossati reciprocamente la colpa russi e tedeschi. L’amara verità fu resa nota solo nel 1990, all’atto della dissoluzione della potenza sovietica, con l’ammissione gorbacioviana: l’eccidio era stato voluto da Stalin ed eseguito dalle forze della polizia speciale Sovietica.

E ancora. L’Unione Sovietica non aveva proditoriamente invaso la neutrale Finlandia nel 1940 provocando la disperata ed eroica resistenza protrattasi nella lunga “Guerra invernale” del 1939-1940, per poi annettersi le allora Repubbliche Baltiche? Il destino delle nazioni baltiche fu particolarmente doloroso: erano state invase dai sovietici alleati della Germania nazista (per la cui l’URSS subì l’espulsione dalla Società delle Nazioni), successivamente vennero occupate dai tedeschi dopo la rottura del patto e l’attacco alla Russia nel giugno del 1941, per esser poi successivamente liberate dall’Armata rossa.

Sul fronte degli Alleati, gli interrogativi non riguardarono però solo la condotta di Stalin. Il bombardamento tedesco di Coventry non valeva come quello di Dresda del febbraio del 1945? Su Dresda, fortemente voluta da Churchill con intento di mera rappresaglia (subì, per altro, un numero di vittime maggiore), i raid della RAF e delle squadriglie aeree americane avevano sganciato anche micidiali bombe al fosforo provocando la morte di migliaia di bambini e di innocenti. Il bombardamento di Dresda rappresentò la prima occasione nella quale la stampa britannica palesò inquietudini ed interrogativi, se non sulla giustificazione quantomeno sulle modalità delle operazioni belliche. Stessa sorte per altri bombardamenti cosiddetti convenzionali, tra i quali quello di Tokyo, fino ad Hiroshima e Nagasaki.

(continua)