Equi Terme
Il Quaderno di Merlino - di Giovanni Ranieri Fascetti, LA CULTURA, LA STORIA SU TOSCANA TODAY, Uncategorized

Il segreto di Equi Terme

di GIOVANNI RANIERI FASCETTI – Il paese di case di pietra è aggrappato ad una parete rocciosa scoscesa, dirimpetto sta un’altra parete.

Equi Terme innamora. Quale è il suo segreto? Sarà il paesaggio con l’abbondanza delle acque o saranno forse i suoi abitanti dallo sguardo franco e acuto. Sarà forse la sua storia, o meglio le sue storie che affondano nella notte dei tempi. Certo è che Equi è un luogo speciale e offre momenti ed emozioni magiche per tutti.

Quanti di voi che state leggendo sono stati ad Equi? Tanti, sicuramente tanti di voi hanno visitato il presepe vivente, uno dei più belli d’Italia. Sembra quasi che si sia cercato il punto giusto del paesaggio dove creare un paese perché questo paese diventasse un giorno lo scenario di un presepe; ad un certo punto i paesani si sono scelti come patrono san Francesco, che inventò, a Greccio, la sacra rappresentazione natalizia.

Quando nel 1986 alcuni paesani decisero di creare il presepe vivente, non potevano immaginare il successo che il loro allestimento avrebbe avuto per anni ed anni. Con un crescendo costante, l’afflusso dei visitatori nelle quattro sere del presepe raggiunse cifre incredibili, fino a toccare le quindicimila persone in una edizione e, ovunque nell’area dell’alta lunigiana ma anche in Versilia ed oltre tanti paesi iniziarono a partecipare a questa tradizione. Nonostante la concorrenza, la bellezza del Presepe di Equi è insuperabile.

Il paese di case di pietra è aggrappato ad una parete rocciosa scoscesa. Dirimpetto sta un’altra parete, di grande altezza, quasi verticale. Le due pareti in epoca immemorabile erano unite che formava un bacino; il lago era alimentato dal torrente che scende dal Pizzo d’Uccello ma anche da una sorgente che sgorga da una caverna e questo lago doveva produrre una monumentale cascata che doveva assumere una potente bellezza quando si scioglievano le nevi della montagna o quando pioveva molto nella Garfagnana. Questo gran scorrere di acque causò il collasso della parete rocciosa rivelando la cavità fonte di tanta acqua conosciuta come “la Buca”. Questa fenditura nelle rocce, la cui immagine mi ispira un’immagine venerea, rilascia un lieve flusso di acque limpide fino al momento in cui, al di là delle Apuane, in Garfagnana, temporali e piogge abbondanti non fanno gonfiare i fiumi sotterranei; ecco allora che dalla Buca l’acqua letteralmente esplode potente, con un rombo continuo.

Il paese se ne è sempre rimasto prudentemente aggrappato alla parete opposta e si era spinto un tempo, con qualche casa fino a lambire la riva del torrente in prossimità della Buca; quelle case erano in realtà i mulini che macinavano le castagne e i cereali e i frantoi che frangevano le olive: Equi corona la valle del fiume lucido le cui acque, passando nell’Aulella e poi nell’Aulla arrivano al fiume Magra e di qui al mare, e dal mare, quasi che Nettuno volesse ringraziare per il dono d’acque, l’aria temperata risale questo corridoio di valli giungendo fino ad Equi e addolcendone il clima nei mesi invernali; ecco che intorno alla valle del Lucido troviamo estesi terrazzamenti di olivi e non mancano le vigne che producono un vino di un sapore particolare come i vigneti del monte dei Bianchi. D’inverno mentre i monti che la circondano sono tutti bianchi, raramente Equi si copre di neve.

Arrivando ad Equi nell’autunno e nell’inverno – e consiglio a quanti vogliano visitarlo provenendo da Pisa, Lucca, Media Valle del Serchio di prendere il treno della linea Lucca-Aulla – si ha la visione del paese avvolto da una nebbiolina che sale dall’altro torrente, quello che scende dal Solco e dal monte di Ugliancaldo. Questo suggestivo vapore viene dalle sorgenti termali di Equi. Ecco l’origine del nome provenire dal latino Aquae che indicava la presenza di un impianto termale. E l’impianto romano venne alla luce ai primi del Novecento come mi raccontava la signora Vinicia: si vedevano le mura e i pavimenti delle stanze decorate a mosaico a tessere bianche e nere. Ecco Equi nella sua dimensione di regina delle acque che nello scenario del Presepe con il loro suono, con il frastuono della cascata ai piedi e i vapori, giocano un ruolo determinante nel potenziare la fascinazione. Questi torrenti danno origine al fiume chiamato Lucido “perché giammai s’intorbida”. Dove c’è acqua c’è vita, e nella preistoria l’area fu ricca di animali; gli orsi si rifugiavano per il letargo nella Tecchia, un grotta prossima alla Buca.

Un Museo delle grotte di Equi ci racconta tutto su queste vicende antiche e ci racconta anche della caccia che i primi uomini facevano di questi animali. Chi esce dal paese andando verso Oriente, verso la montagna di Ugliancaldo, può incamminarsi sulla via del Solco che si snoda in un botro a pareti verticali scavato in milioni di anni dalla forza delle acque. Il percorso, di una suggestione unica, si infila in lunghe gallerie, scavate con il piccone allorché si dette il via all’estrazione del marmo alle falde del Pizzo d’Uccello; ad un certo punto il percorso varca una profonda gola grazie ad un ardito ponte di pietra ad una sola luce. Dopo l’ultima galleria eccoci di fronte all’anfiteatro tutto di marmo bianco scintillante che sebbene sia una ferita inferta dall’uomo alle viscere della montagna ha tutta la suggestione drammatica che i paesaggi minerari riescono talvolta ispirare.

Nelle grotticelle sparse a varie altezze lungo la via del Solco, uomini di un gruppo umano ben definito culturalmente per gli oggetti che usava, deponevano i corpi dei propri defunti. Questo gruppo umano dell’Eneolitico, viene chiamato “facies di Vecchiano”. Ma Vecchiano che cosa centra!

Vecchiano è un comune prossimo a Pisa che si specchia nelle acque del Serchio. Ebbene, nelle grotte dei monti di Vecchiano furono trovati individui della stessa tribù che popolava i monti di Equi. E qui si apre il sipario della storia, plurimillenaria e mai scritta, delle transumanze: quando i pastori seguivano le greggi che nei mesi freddi abbandonavano l’area apuana per venire a pascolare nelle valli del Serchio, dell’Arno, dell’Era e poi, quando si annunciava l’arrivo della stagione calda, dalle Maremme riprendevano la via delle montagne.

Tante storie racchiude Equi, storie antiche, storie più recenti, tutte sempre sorprendenti. Alle terme si incontra un piccolo monumento, la celebrazione dell’ingegnere Carlo Tonelli (1855 – 1929). Nativo di Equi, compiuti gli studi al Politecnico di Torino, Carlo collaborò a Roma con il Sindaco Ernesto Nathan per la pianificazione delle zone residenziali e dei parchi che dovevano dare alla città l’aspetto di una moderna capitale europea senza snaturare il contesto complesso e suggestivo dei quartieri storici. Il cuore generoso di Carlo non aveva però dimenticato il paesello natìo ed ecco si dedicò le sue risorse e le sue competenze allo creazione dello sviluppo economico di Equi: l’avvio dell’estrazione del marmo, la creazione delle terme e la costruzione dell’Hotel Radium, elegantissimo nella sua architettura Liberty; concepì infine il progetto di far passare la linea ferroviaria Lucca-Aulla proprio da Equi, contribuendo alla progettazione di monumentali strutture architettoniche che ricordano l’imponenza delle costruzioni imperiali romane. In breve volgere di tempo, Equi divenne una località esclusiva per le vacanze termali della nobiltà romana. Lo sviluppo arrideva al paesello e Carlo vegliava e provvedeva a tutte le necessità come quando prese la direzione della ricostruzione dopo il terremoto del 1920 che aveva interessato l’area, facendo danni notevoli a Casola, Ugliancaldo, Codiponte. Proprio a Codiponte Tonelli si occupò dell’immediato restauro della pieve romanica, una tra le più belle dell’area apuana.

Correva l’anno 1925 e, una sera, Carlo Tenelli se ne stava tornando con il suo calesse dal paese di Gragnola quando trovò la strada sbarrata dalle camice nere. L’ingegnere capì che stavano aspettando proprio lui e alzando la frusta esclamò: “Toglietevi di mezzo, voi che avete le anime più nere delle vostre camice!”. Massacrato a manganellate fu lasciato agonizzante sulla carreggiata; raccolto e portato all’ospedale di Fivizzano qui, dopo poche ore, spirò. Quale il movente di tanta ferocia verso un uomo così generoso? Lo avevo intuito e ne parlai in paese; mi si diceva che non era  quello che pensavo; in un’Italia spesso attanagliata da tabù è difficile parlare di Massoneria; ma la signora Vincia, la decana del paese, colei che conservava con discrezione i segreti di tutta la comunità di ieri e di oggi, parlò: all’indomani della morte dell’ingegnere, aprendo la sua cassaforte vi si trovarono le insegne massoniche. Dopo l’approvazione della legge del 25 maggio 1925, con la quale il Presidente del Consiglio Benito Mussolini aveva provocato la distruzione della Massoneria in Italia, l’ingegnere aveva tenuto in vita la Loggia “Fiume Lucido” a Gragnola, sfidando così il Regime. Purtroppo nel mondo c’è chi costruisce e chi distrugge.

Quei signori con la camicia nera provocarono anche la guerra e la guerra portò le truppe di occupazione del Terzo Reich che nel vicino paesi di Vinca fecero una strage inaudita di popolo e poi si rivolsero ad Equi. Fecero saltare una casa sì e una no, anche la casa dalla quale un paralitico non si poteva allontanare. Gli abitanti di Equi tremavano nascosti nel sotterraneo della stazione. Tremarono finché i tedeschi non se ne andarono precipitosamente a causa di un loro camerata il cui addome era stato squarciato dalla sua stessa granata.

Venne infine la pace e tornò al paese, sano e salvo, anche lo sposo di Vincia, il bel finanziere sardo Giovanni e Lei, come aveva promesso fece il percorso da Equi fino al santuario del bosco, in cima alle creste rocciose dove la Madonna era apparsa alle pastorelle nel 1600, in ginocchio, le nude ginocchia contro le pietre della mulattiera. Riprese il commercio, fu inaugurata la galleria del Lupacino e i treni finalmente presero a scorrere sulle rotaie da Lucca ad Aulla e viceversa. Si sviluppò il turismo. Nacque il Presepe e il futuro sembrò ancora più roseo ma, negli anni più recenti, la crisi, l’abbandono della montagna, un terremoto che ha ferito il paese, la mancanza di intraprendenza da parte di chi amministra; infine, oggi l’emergenza per la pandemia. Nonostante tutte le difficoltà gli abitanti di Equi resistono e guardano avanti, così ha insegnato loro la durezza della vita nei secoli passati, lo scorrere incessante del fiume, l’alternarsi delle stagioni;  sanno come ben sa il popolo ceco che vive lungo il corso della Moldava che “A questo mondo niente rimane uguale, la notte più lunga, eterna non è”. Aspettiamo con loro e luce tornerà, come ogni anno, a gennaio, torna a Candelora quando, dopo mesi di ombra, la luce del sole filtra di nuovo dalle creste del pizzo d’Uccello per illuminare la “ghiara” del torrente e si annuncia così l’arrivo della bella stagione.

(foto: Comune di Fivizzano – http://www.comune.fivizzano.ms.it/hh/index.php )