Home LA TORRE DI TATLIN - di Giovanni Bruno Il trionfo del liberismo, disuguaglianze, ostentazione del lusso, segregazione di classe

Il trionfo del liberismo, disuguaglianze, ostentazione del lusso, segregazione di classe

by Giovanni Bruno

Un’analisi sugli effetti della fine del bipolarismo sugli ultimi trent’anni

Da trent’anni a questa parte si celebra la fine del bipolarismo, della guerra fredda (che oggi sembra rinascere, con altre dinamiche), del crollo del Muro. Si celebra contestualmente il fallimento del “comunismo”, la vittoria della libertà, il riconoscimento dei diritti umani negati da molti regimi autoritari (laici o teocratici): in poche parole, la “fine della storia” (intesa come contrapposizione tra sistemi economico-sociali e politico-istituzionali antagonisti) e il progressivo trionfo dei valori liberali e del modello liberal-democratico su dittature di vario segno.

La crisi dei regimi dell’Est

La crisi dei regimi dell’Est, che portò alla fine del muro di Berlino e alla riunificazione delle due Germanie, culminata nella dissoluzione dell’URSS, ha prodotto un rovesciamento della prospettiva storica e ridato fiato agli spiriti selvaggi del capitalismo liberista, ribattezzato efficacemente turbo-capitalismo, i cui effetti nel corso del trentennio e alla svolta del secolo sono risultati devastanti. Dagli anni ’90 ad oggi il sistema occidentale si è avvitato in una crescente regressione produttiva (con conseguente crisi occupazionale e salariale), in una contestuale diffusione di settori finanziari e speculativi con annesse e ripetute “bolle” in varie regioni del pianeta: dal Massico al sud-est asiatico, dalla Russia, all’America Latina (Brasile e Argentina), fino a penetrare il cuore del sistema, gli USA, con la crisi bancaria della Lehman & Brothers tra 2007 e 2008, la cui conseguenza è stata una crisi di sistema peggiore, secondo molti osservatori, di quella del 1929, e non ancora conclusa.

Conseguentemente, sono stati trent’anni di spostamento della ricchezza sempre più intensi: dai salari, pensioni e servizi sociali a profitti, rendite, speculazioni finanziarie che hanno provocato una polarizzazione della società sia verticalmente (divisione tra popoli e aree geopolitiche) che orizzontalmente (all’interno degli stessi paesi). L’ultimo rapporto di Oxfam pubblicato pochi giorni fa, Time to care, fotografa (per l’ennesima volta) una situazione rilevata da tempo, ma che va aggravandosi anno dopo anno: la forbice della ricchezza si allarga e il divario nella piramide sociale diviene sempre più ampio, con una pattuglia di 2.153 miliardari che controllano l’equivalente della ricchezza del 60% della popolazione mondiale.

I ricchi a ancora più ricchi

In dieci anni la “crisi” ha conferito ai ricchi una quota ancora più ingente di quanto non fosse precedentemente: dal 2016 al 2019 la ricchezza equivalente a quella dei 3,8 mld di persone sempre più povere è passata da 61 a 46 infine a 26 miliardari, con un aumento complessivo solo nell’ultimo anno di 900 mld di dollari, circa 2,5 mld al giorno, con la sottrazione dell’11,23% alla metà più povera dell’umanità.

Anche in Italia la situazione non è migliore: i ricconi in Italia sono il 20% con il 72% della ricchezza patrimoniale, una fascia media sempre del 20% possiede il 15,6%, mentre il restante 60% si spartisce il 12,4% di ricchezza nazionale. Al vertice di questa scala un 10% che detiene una ricchezza calcolabile in sette volte quella della fascia più povera.

È un processo che pare inarrestabile, se si continuerà a seguire politiche improntate alle “magnifiche sorti e progressive” della libertà di mercato e al paradigma del dogma liberal-liberista secondo cui nessun vincolo deve essere imposto all’estrazione del profitto: la spoliazione della maggioranza della popolazione della ricchezza sociale, la distruzione dei diritti e dei legami di solidarietà del lavoro, l’affermarsi dell’egoismo e dell’individualismo come modello, la dissoluzione degli affetti familiari (un intenso e drammatico Ken Loach racconta tutto questo nel suo ultimo, sconvolgente, film), l’arricchimento incessante delle fasce ricche (le classi alto-borghesi) sono gli effetti che la dittatura del libero mercato e il dogma della privatizzazione – persino dei servizi pubblici come sanità, istruzione, trasporti – hanno imposto.

Il lusso ostentato che crea l’invidia sociale

Tutto questo penetra nella nostra quotidianità: il lusso ostentato che crea invidia sociale e corrompe giovani e meno giovani nell’illusoria ricerca e (improbabile) scalata nella gerarchia sociale, o la malcelata soddisfazione di un istituto romano che presenta i plessi scolastici divisi secondo criteri di reddito (utenza benestante,  proletaria (comprensiva di figli di migranti), alto-borghese, che benevolmente consente di accogliere anche i figli dei servitori dei ricchi). Una subdola forma di segregazionismo di classe, che alimenterà le pulsioni populiste, xenofobe e razziste.

Questi gli effetti della “civiltà” liberale: sono il segno che la divisione tra le classi non solo è una realtà drammatica, ma una visione del mondo che va consolidandosi. Perciò, la crisi sociale interroga innanzitutto l’identità della sinistra, ma non si risolverà semplicemente con la logora competizione tra centrodestra e centrosinistra, troppo spesso confusi e sovrapponibili. Fino a quando la regolamentazione dell’economia e la redistribuzione di ricchezza non torneranno ad essere un principio-guida per la politica, trionferanno l’interesse privato e la logica egoistica dell’individualismo sull’interesse collettivo e sociale della solidarietà.

La restituzione di dignità e prospettiva alle masse popolari deve tornare ad essere l’obiettivo di forze sociali e politiche che, senza nostalgia, riemergano dalle macerie del Novecento ed escano dalla sudditanza del libero mercato: la rielaborazione e il rilancio di un progetto di trasformazione sociale radicale non è ormai più rinviabile, per evitare di cadere nel baratro della barbarie sovranista verso cui rischiamo di avviarci a passi sempre più spediti.

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