FOCUS, SCHOLE' - di Massimo Gargiulo

Imparare l’intera Torah su una gamba sola

di MASSIMO GARGIULO – Ci auguriamo che l’unica gamba su cui ora poggiamo sia quella dello stacco, per trovarci con i piedi ben saldi a terra

Nelle scorse settimane, per preparare una lezione ho riletto un brano del Talmud molto noto, che si trova nel trattato dedicato al sabato. Lo riporto qui di seguito:

Vi fu un altro fatto, che ebbe per protagonista un pagano, il quale si presentò dal maestro Shammai e gli disse: “Fa’ in modo che io possa entrare nella fede ebraica, a condizione però che tu mi insegni l’intera Torah mentre io sto su una gamba sola”. Shammai lo cacciò via con lo strumento da misura dei costruttori, che aveva in mano. Quello allora andò da Hillel, che invece lo fece entrare nella fede ebraica dicendogli: “Ciò che su di te è odioso, al tuo prossimo non farlo. Questa è tutta la Torah, il resto è interpretazione. Ora va’ e completane lo studio”.  

Shammai e Hillel sono due maestri vissuti sullo scorcio del I sec. a.C. Il brano riportato è uno dei casi non frequenti in cui vengono messi direttamente a confronto. Più spesso capita che ciò avvenga tra le loro scuole, che a loro volta rappresentano due diversi orientamenti: quella di Shammai sostiene una interpretazione più rigida della Legge, quella di Hillel era più aperta e pronta ad adattamenti, come mostra l’aneddoto letto. Il motivo della sua notorietà è che Hillel stesso condensa l’intera Torah nell’unico comandamento di non fare agli altri ciò che non vogliamo per noi stessi, il quale risulta non nuovo a chiunque abbia una qualsiasi familiarità con la tradizione cristiana, benché compaia in quest’ultima nella forma positiva: anche Gesù ritiene che il comandamento che assomma in sé Legge e Profeti sia fare agli altri ciò che vorremmo loro facessero a noi (Mt 7,12).

In realtà, ciò su cui vorrei soffermare la mia attenzione è piuttosto il curioso atteggiamento del pagano che si presenta ai due maestri chiedendo di essere convertito. La sua richiesta è di apprendere la Torah, evidentemente condizione necessaria per essere ammesso nella nuova fede, mentre poggia su un piede solo. Ciò significa che la sua disponibilità all’attenzione e allo studio sarà molto breve, giusto appunto il tempo in cui si riesce a mantenere l’equilibrio in quella posizione. Il serioso Shammai, che come professione si occupava di costruzioni, lo respinge sdegnato brandendo il cubito, come se noi lo facessimo con il metro. Lo stile in cui è narrata la reazione di Hillel è assai più sintetico e sembra quasi rispondere all’esigenza, stavolta accolta, della brevità. In un univo insegnamento etico egli riassume tutti i precetti, che secondo l’ebraismo ammontano a 613.

Hillel e il pagano mi sembrano proprio figure del nostro tempo. L’uno cerca qualcosa che cambierà la propria vita, ma il messaggio che è pronto ad accettare deve essere brevissimo. Oggi pretenderebbe la Torah intera in un twit. Hillel è il prototipo del maestro flessibile, che si adatta alle diverse esigenze e grazie a ciò riesce a esaudire la richiesta: tutta la Legge nello spazio di un cinguettio. Da questo quadro risulta escluso Shammai. Egli rappresenta la tradizione che si alimenta della fedeltà a se stessa, del rigore nello studio e nell’insegnamento, del tutto incapace di affrontare ciò che la grigia pubblicistica contemporanea definirebbe “le nuove sfide”. O, semplicemente, non ne è incapace, ma non lo vuole, perché intravede dietro le aperture, le riforme, le innovazioni, un impoverimento celato eppure inesorabile.

Sembrano le dinamiche del nostro mondo, in particolare in relazione all’istruzione, con l’eterna dialettica tra riforma e conservazione, che per lo più, grossolanamente, ha anch’essa le sue scuole: quella aperta, alla Hillel, rappresentata dalla società nel suo complesso, dai ministri che si alternano al MIUR, per lo più dai dirigenti scolastici e da una parte minoritaria dei docenti; la seconda è quella che viene descritta nella caricatura del no a prescindere, quella dei sindacati e della classe dei prof italiani, anziana sotto ogni profilo. A mio modesto avviso il problema non è nella risposta, ma nella richiesta. Se questa venisse con la brutale onestà del pagano, benché abbia presupposti così discutibili, avrebbe il pregio di essere chiara nel punto di partenza, nel metodo e nel fine, e si potrebbe aprire un dibattito serio, nella speranza che la controparte sia per quanto possibile all’altezza e coerente. Nel nostro sistema invece per lo più il didattichese riformatore ti promette due piedi ben saldi e in cammino, ma nella realtà i provvedimenti finiscono, è il caso di dirlo, per tagliare, insieme alle spese, le gambe dell’istruzione.

E vorrei terminare con due ultime brevi riflessioni. Questo annus horribilis, che si sta estendendo ben oltre il limite che la nostra sopportazione era disponibile a concedergli, ha veramente significato sia insegnare, che apprendere, stando nello scomodissimo squilibrio di una gamba sola. È una immagine perfettamente calzante per docenti e studenti, che descrive bene la condizione nella quale si è cercato di progredire almeno negli insegnamenti essenziali.

Ma Hillel non si ferma a questo. Nel congedare il nuovo adepto – “ora vai” – egli gli intima di completare lo studio. Da 1 si deve arrivare, per così dire, a 613: la grandezza enorme del numero ci insegna che non ci si può fermare e, fatto il possibile finché eravamo su una gamba sola, dovremo poi riprendere il cammino verso la completezza. Infine Shammai, colui che esce peggio dalla parabola, il vecchio fuori del tempo. Eppure il Talmud ci dà su di lui un particolare che ritengo interessante perché appare superfluo, cioè lo strumento con il quale respinge l’aspirante convertito. Ebbene quel particolare ci rivela un aspetto invece fondamentale: ogni maestro è un lavoratore.

Ci auguriamo che l’unica gamba su cui ora poggiamo sia quella dello stacco, l’atto iniziale di un balzo che porti tutti noi ad avere nel nuovo anno entrambi i piedi ben saldi a terra, ma più avanti rispetto a dove eravamo.