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In aprile 2.867 donne vittime di violenza chiedono aiuto

by Annamaria Barone
Violenza contro le donne, aprile 2020

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Ancora un numero, 1522, il telefono del Centro Antiviolenza per le donne, in marzo un crollo del 50% e in aprile una preoccupante risalita

Ancora statistiche. Tratte da un interessante articolo apparso sul Messaggero.it. Nel mese di marzo, a seguito della quarantena per coronavirus, le chiamate al numero 1.522, centro antiviolenza per le donne, hanno subito un crollo del 50%. Ad aprile si conta invece un aumento delle chiamate del 75%, un SOS di circa 2.867 donne che subiscono violenza domestica e di queste solo il 28% non aveva mai chiamato prima.

Nasce così una riflessione, legata al momento critico che stiamo vivendo che non è fatto solo dal timore del contagio, dalla traballante situazione economica, dall’incertezza del futuro, ma dall’inferno che stanno vivendo molte donne, costrette alla convivenza con il proprio carnefice.

Ho cercato di mettermi nei panni di queste donne e non riesco ad immaginare quale possa essere il terrore che vivono ventiquattro ore su ventiquattro con la minaccia di abusi fisici e psicologici che le segue come un’ombra che in un attimo può diventare un calcio, un pugno, uno schiaffo, uno spintone. Magari con i figli presenti, magari con bambini che parlano a voce alta o litigano tra loro, o piangono, disturbando il mostro e creando ancora più occasioni perché la violenza si scateni.

Denunciate, denunciate sì, ma… Come e quando trovare un momento per chiamare il Centro, magari solo per essere ascoltate e supportate? Mentre lui dorme? Quando va in bagno? Se esce a fare la spesa?

La paura è una cattiva consigliera, la situazione attuale fa vedere qualsiasi atto di ribellione ad una situazione insopportabile come impossibile. Sempre ammesso che queste donne possano usare il cellulare liberamente, sempre ammesso che anche una denuncia possa far allontanare il mostro dalla propria casa e magari della propria vita. Già era difficile prima, già occorreva un enorme atto di coraggio, non solo di fare quella telefonata, ma di ammettere con se stesse il fallimento di una scelta, l’aver trovato una giustificazione ad una violenza quotidiana, la paura e soprattutto il pensiero di meritarlo tutto quel male. Ebbene sì, subire una violenza continua, oltre che indebolire il corpo, fa a pezzi l’anima. Ed arrivare al pensiero che si può sopportare, in nome di una sicurezza che non esiste affatto o di una tale bassa autostima da pensare di aver sbagliato davvero, di essere sbagliate, è un attimo. Che lui è stanco, preoccupato, che i bambini sono capricciosi, che… Che è inutile, che è tutto inutile, questa è la vita che ci spetta e che va accettata.

No! Nessuno merita le botte, nessuno merita la paura di muoversi, di esistere, nessuno merita, che il padre dei propri figli, che l’uomo che si è amato e scelto, magari non notando i segnali evidenti del suo male oscuro e della sua violenza, di vivere in un tale inferno. Il cammino per la propria liberazione è impervio, difficile, pericoloso e in questi momenti anche complicato, ma basta un primo passo, basta cominciare a pensare che siamo fatte per altro, che la paura non deve essere la compagna dei nostri giorni ed il dolore non deve seguirci ovunque e forse si può ricominciare. Anche a pensare che non siamo sole, e che una mano può aiutarci ad uscire dall’inferno.

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