Home CULTURA E SOCIETA'Puccini (Delfo Menicucci) Giacomo Puccini, il bello e il petrolio della Versilia

Giacomo Puccini, il bello e il petrolio della Versilia

by Delfo Menicucci

Quando si dice: il “Buon Senso”…
Sicuramente è impossibile circoscrivere una categoria così complessa e articolata, una congerie enorme di concetti che investono innumerevoli sfere dell’umana intimità, un coacervo di concetti e di idee che può rimandare a tutto ed al contrario di tutto, come suol dirsi. Nessun filosofo, che mi risulti, è stato sinora capace di andare più avanti dell’impostazione di base della definizione di questa categoria: il ‘Buon Senso’. Anzi, forse nemmeno si è arrivati oltre una elencazione soggettiva delle sue componenti.
Secondo il mio personale punto di vista fa parte del buon senso anche usare o non usare il buon senso. Fa parte della categoria del buon senso anche distinguere il buon senso dal cattivo senso. Fa parte del comune buon senso riempire la definizione “Buon Senso” con contenuti di buon senso o che possano essere a loro volta utilizzati con buon senso. La persona intelligente non per questo è automaticamente saggia, per esempio. Il che significa che si può utilizzare la propria intelligenza per obiettivi estranei al comune buon senso.
Non è facile creare un contenitore virtuale che funzioni, ad esempio, come un file del nostro computer nel quale può essere inserita una serie interminabile di informazioni a nostro piacimento, dati coerenti tra loro ma anche contraddittori. Il nostro computer non giudica la qualità, la necessità, il lessico di ciò che incamera. Semplicemente: non giudica.
Nel caso di concetti astratti, invece, la nostra coscienza ha l’obbligo di discernere ciò che è buono da ciò che non lo è. Quindi, dopo tremila anni di puro pensiero scritto, tramandato, stratificato, metabolizzato e giunto fino a noi occidentali dalla scuola di pensiero dell’antica Grecia, dobbiamo prendere atto di due verità: a) l’umanità non è ancora in grado di definire, nemmeno approssimativamente, i confini di un ideale contenitore sul quale incollare l’etichetta: ‘Buon Senso’: b) esistono altresì contenuti universalmente riconosciuti come collocabili infallibilmente in questo complicato insieme. Uno di questi è l’Arte.
Vediamo di elencare un paio di osservazioni alla premessa che ho testé espresso, anche se non voglio certo impantanarmi in temi che sono al di sopra delle mie forze critiche e dialettiche:
MANUFATTO/ARTE: potremmo etichettare proprio l’Arte come una delle componenti più importanti dell’insieme e degli elementi del Buon Senso, se tale concetto non fosse a sua volta di difficile identificazione. L’insieme degli oggetti manufatti che rientrano in questa categoria a cose normali sono, per prima cosa, di una eterogeneità disarmante. In secondo luogo è certo che nessuno sia in grado di stabilire a che titolo i manufatti possano rispondere alle caratteristiche minime necessarie per entrare a far parte della famiglia degli oggetti artistici (chi può dirsi autorizzato?)
Tanto per fare un esempio accessibile anche ai non addentro al tema, molti dipinti di autori famosi sono definiti dalla critica d’arte come “opere d’arte” ma, personalmente, faccio una enorme fatica ad accettare che alcuni dipinti di Marc Chagall, per citare un pittore famoso, possano rientrare in questa definizione. Stesso dicasi per alcuni scarabocchi dell’ultimo Picasso, per alcuni ritratti di Modigliani, per alcune sculture di Moore, per alcune musiche di Nono e di Donatoni, per alcuni scritti di Joice e via dicendo. È mia opinione che il primo impulso che si deve ricevere da un dipinto o da una musica o da una poesia, sia un riferimento inequivocabile al “Bello” ed io non lo ricevo dalla gran parte della produzione dei personaggi citati, che sui libri passano per essere artisti. L’Arte è soggettiva, così come il Bello.
Il secondo impulso che voglio ricevere da un manufatto è quello relativo alla manualità che esso rivela. Voglio percepire le ore, le giornate, gli anni di lavoro che l’autore ha dedicato alla sua creazione. In alcuni dei manufatti dei personaggi che ho sopra elencato, non leggo questo dato.
Il terzo impulso ad apprezzare certe opere deve provenirmi dalla sommatoria di informazioni che ricevo tramite la comparazione di certuni con altri manufatti dello stesso genere, anche se di epoche diverse.
Infine voglio ammirare e contemplare la sintesi, l’unità dell’idea originaria come dell’obiettivo che l’autore si è preposto.
Tutte le considerazioni che ho espresso sono personali, è vero, ma non sono meno oggettive di tutte quante le considerazioni scritte sui libri di critica d’arte più accreditati o lette sugli opuscoli di presentazione di una mostra di pittura, sulle presentazioni delle raccolte di poesie o sui programmi di sala di una stagione concertistica (vedi: la burla di Livorno). Ciò che può essere universalmente definito “Arte” non abita, di conseguenza, nelle menti di chi definisce “opera d’arte” quel manufatto preso a modello di “opera d’arte”, ma non abita nemmeno nella consistenza di tale manufatto né tanto meno nelle intenzioni del suo autore/creatore. 
TEMPO/ARTE:
a dimostrazione di quanto sopra ho affermato, invito a riflettere su un dato inconfutabile: la definizione di “opera d’arte” viene assegnata a qualsivoglia elaborato delle meningi umane “a posteriori” rispetto alla sua realizzazione/creazione. Persone il più delle volte sconosciute all’autore (e indipendentemente dal suo intento) si arrogano il diritto di stabilire cosa si trovi di artistico in un manufatto. Ma ci sono anche opere d’arte che rivelano da numerosi particolari le intenzioni dell’autore a realizzare una vera opera d’arte ed altre opere d’arte che possono tranquillamente essere definite tali nonostante rivelino le intenzioni del loro autore essere state del tutto avulse da un progetto artistico. Per fare un esempio, i dipinti dei vasi e delle suppellettili appartenenti all’antica Grecia, hanno uno scopo totalmente estraneo e sicuramente meno nobile di quello per il quale sono state definite dai noi posteri “opere d’arte”.
Possiamo ben dire, a conforto di questa tesi, che l’idea dell’inquadramento artistico di un manufatto sia nata insieme a questi oggetti, ma è anche vero che l’intenzione di “fare arte” e il discettare di “arte” abbia avuto origine dal ritrovamento del vasellame greco e dalla meraviglia che ha destato e continua a destare in chi contempla in esso il “bello” ed infine dal bisogno di distinguere tra il binomio Bello/Arte ed il binomio NonBello/NonArte. Le menti dei successivi pittori che nei loro manufatti abbiano inteso rispettare le proporzioni, le rappresentazioni, gli ambienti, i simboli reconditi o palesi, i colori e il clima di queste antiche pitture (definite “opere d’arte” a posteriori e, azzardiamo, casualmente) probabilmente hanno obbedito ad un impulso di creazione di opere d’arte (indipendentemente dal risultato ottenuto), ma ciò non toglie che l’etichettatura di “opera d’arte” possa essere stata decisa (da chi?) solo a posteriori dalla sua creazione e da menti strutturate diversamente da quelle dell’autore stesso.
Anche Bach, come ho raccontato nella puntata precedente, ha composto fiumi di musica che avevano lo scopo di animare le cerimonie religiose e di rendere la preghiera collettiva più udibile dall’assemblea, grazie al canto. L’idea di comporre capolavori assoluti non lo ha nemmeno sfiorato mentre era in vita, al punto tale che le sue composizioni sono cadute in oblio per quasi un secolo e, non fosse stato per il buon Mendelssohn, nessuno avrebbe mai conosciuto con certezza le radici della musica occidentale.
Qualcuno quindi, addentro alle cose della musica o dell’arte a tutto tondo o semplicemente estimatore del bello di per sé, ha “stabilito” che le composizioni di Bach erano talmente pregne di bellezza assoluta da dettare a pieno diritto tutti quanti i crismi, i parametri o per meglio dire gli “stilemi” necessari a distinguere ciò che “è” artistico da ciò che non può esserlo. Aldilà, ripeto, delle intenzioni dell’autore stesso. Bach, malgrado se stesso e i propri intenti, quindi inconsapevolmente, ha creato i paradigmi dell’arte musicale occidentale e del bello dell’universo udibile. Le musiche dei suoi posteri devono per forza di cose essere comparate ai paradigmi da lui posti.
BUON SENSO/ARTE: tanto per trarre le opportune e logiche conclusioni di questa serie di considerazioni, io sono della ferma opinione che l’arte sia una espressione del buon senso contenuto nell’essere umano. Anzi, la parte migliore della mente umana. Quello che il Santo di Ippona, Agostino, evocava a salvazione del mondo: il Bello. Il bello quale massima rivelazione del buono dell’umanità. Il bello come vetta dell’intelligenza. Il bello sconfinato ed eterno che accomuna tutti i popoli tra loro e tutto il creato tra i popoli stessi. Il bello che rivela la genialità di quella mente capace di suscitarlo, di evocarlo, di insinuarlo, di infiltrarlo, di suggerirlo, di generarlo, di imporlo, di imprimerlo nelle menti di ogni creatura che nasce priva di informazioni a riguardo. Tutti nasciamo senza sapere cosa sia il bello, ma è sufficiente guardare da vicino un filo d’erba per capire come l’intreccio delle voci di una Fuga di Bach ricordi l’intreccio delle fibre di qualsiasi filo d’erba che cresca sul nostro pianeta e in virtù di questo aspetto la musica di Bach sia da considerarsi Bello.
TEORIA DELLA NON CONTRADDIZIONE: stando alla quale, se si può inserire l’Arte (una volta stabilito cosa sia artistico e cosa non lo sia) nella macro categoria del Buon Senso, allora si può escludere che qualsiasi cosa vada contro l’Arte o la danneggi o la sfiguri o la manometta o la sottovaluti o la ignori, possa essere definita “priva di senso”. E su questo pensiero mi sento confortato da innumerevoli e più di me autorevoli pensatori.
È quindi ora di giungere alle conclusioni.
Come mio costume non voglio azzardarne di pretenziose né tanto meno di universali. Stando a quelle che sono le mie abitudini dialettiche, voglio solo mettere in vetrina tutti gli articoli che vendo nel mio negozio e lasciare la scelta di quello più conveniente all’avventore (interlocutore/lettore).
La mente di Giacomo Puccini ha generato del “Bello”?
Se la risposta è sì, allora tutto ciò che a lui fa capo deve essere inserito nella categoria del Buon Senso, mentre tutto ciò che va contro la sua musica è insensato ed anche privo di buon senso (ivi compresi quei direttori di orchestra che non dirigono le sue opere dando ad intendere di non amare la sua musica, quando invece non sanno semplicemente dirigerla).
Se onorarlo, commemorarlo e sdebitarsi con lui per tutto il Bello che ci ha donato può far parte del Buon Senso, allora chi trascura di farlo o chi sottovaluta l’argomento o chi non si sente chiamato in causa, è insensato. Che sia una persona importante, ricca, potente o aristocratica. Non si può servire Dio e Mammona allo stesso tempo, ci è stato tramandato, se proprio non vogliamo scomodare la teoria della non contraddizione.
L’unione di intenti di tutte le istituzioni che producono, promuovono e proteggono Puccini è il primo passo, se non il passo decisivo, per fare in modo di convogliare tutte le energie e tutta la progettualità verso un nobile, comune e doveroso obiettivo. Se l’unione delle forze degli organismi che sono in campo per commemorare ed esaltare il genio Puccini ancora non è stata progettata, bisogna provvedere alla svelta perché avvenga e come primo passo bisogna che tutti prendiamo atto che niente e nessuno può salvarsi da una condanna di mancanza di senno qualora remasse contro questo obiettivo.
Non è più possibile nascondersi dietro il dito mignolo o rinviare responsabilità ad altri.
Per la mancanza di un programma di sinergie produttive che investa le istituzioni di tutti i “luoghi pucciniani” non si può più accusare di negligenza la classe politica perché perfino i politici oggi hanno realizzato che osteggiare un programma organico ed efficace di rivalutazione della eredità pucciniana è tema che appartiene a quel Buon Senso capace, perché no, di tradursi anche in consensi.
Non si può più accusare la burocrazia perché il burocrate al quale questi temi non stanno a cuore sarebbe tacciabile quanto meno di superficialità se non di pressappochismo.
Non si può più accusare di inerzia la categoria degli addetti ai lavori perché qualche movimento lo si sta avvertendo chiaramente: almeno dalla sponda del Lago si lanciano segnali che lasciano davvero ben sperare a riguardo.
Non si può più accusare la crisi finanziaria, la scarsa bigliettazione e gli esigui finanziamenti, perché stiamo vedendo un lume oltre il tunnel buio. Ci sono indicazioni molto promettenti in tal senso e si può solo sperare che chi sarà chiamato ad assumersi la responsabilità di una operazione ormai più indispensabile che necessaria, sia un personaggio dal carattere forte, volitivo e fantasioso, con grandi capacità di coesione delle idee più che delle finanze (o delle idee ancor prima delle finanze).
Chi dovesse ancora andar contro un progetto organico di esaltazione dell’Arte di Puccini deve sentirsi totalmente privo di senno. In tal modo si ottiene tutto quello che serve per creare il binomio indelebile Puccini/Versilia, dai finanziamenti alle adesioni politiche ed individuali, dai permessi alle concessioni, dalle strutture ai luoghi, dal teatro alla piazza. Giacomo Puccini è il nostro orgoglio di versiliesi e il nostro petrolio, la nostra ricchezza, il nostro investimento, il nostro futuro, la nostra memoria artistica, il nostro museo, il nostro Bello, la nostra Arte.
Il nostro Buon Senso è direttamente proporzionale al nostro impegno di riconoscenza verso di lui. Non esistono capri espiatori, non esistono rinvii, non esistono resistenze o precedenze. Non esistono niet, non esistono esitazioni, non esistono barili da scaricare.
Ci sono più ragioni per rendere omaggio a Puccini e campare grazie alla sua eredità, che non per lasciare le cose come stanno adesso. 

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