Home CULTURA E SOCIETA'Cinema e TVCinema e Tv - di Chiara Benedetti Pose 2: la comunità LGBTQ allo specchio (con trailer)

Pose 2: la comunità LGBTQ allo specchio (con trailer)

by Chiara Benedetti

Nei tempi dell’informazione per tutti e della piena fruibilità delle notizie, due lati della stessa medaglia si presentano di fronte allo spettatore-lettore: la possibilità di sapere-vedere tutto porta con sé, nella stragrande maggioranza dei casi, il disinteresse verso l’approfondimento. Le piattaforme di intrattenimento si collocano sul podio di questo assunto: promuovono il gioco di far sentire il fruitore padrone dei propri contenuti mentre quest’ultimo viene inconsciamente (o quasi) sballottato come una pallina da flipper nel flusso della serialità, con l’estrema difficoltà di riflettere seriamente su ciò che ha visto.
Non si vuole però fare una critica totale al sistema d’intrattenimento contemporaneo, anzi.
Vogliamo sfruttare questo spazio per cercare, nell’infinito spettro di possibilità che le piattaforme ci offrono, quei validissimi contenuti su cui vale la pena soffermarsi per riflettere, conoscere ed interrogarsi.
Tra questi, la seconda stagione di Pose (2019) merita indubbiamente una menzione di primordine.
Ryan Murphy, ideatore e produttore esecutivo, già noto per le pluripremiate Glee (2009-2015) e American Horror Story (2011-in produzione), ha rinunciato stavolta al musical-teen-drama e all’horror ponendosi sul piano documentaristico, per offrire uno spaccato su un lato del mondo LGBTQ che per molto tempo è rimasta una conoscenza di nicchia: la realtà delle houses e dei balls nell’underground americano.
Facciamo un passo indietro: siamo alla fine degli anni ’80, la realtà omosessuale era difficilmente digerita da una grande compagine della società americana. In questo contesto, i giovani che si dichiaravano apertamente gay e transgender venivano misconosciuti dalle proprie famiglie e costretti al trasferimento obbligato. Si riunivano così nei luoghi d’ombra di New York, destinati a una vita di prostituzione o spaccio per garantirsi la sopravvivenza. Ad offrirgli una possibilità di riscatto però, arrivano le Mothers: per la maggior parte, sono transgender MtF che hanno vissuto in prima persona la stessa realtà di rifiuto e di difficoltà economica, individui diventati col tempo finanziariamente autosufficienti che si propongono di “adottare” i ragazzi per risparmiarli dal traffico dei corpi e della droga. Nascono così le Houses: comunità autoctone, vere e proprie famiglie unite dall’affetto, dall’attivismo sociale e dalla voglia di riscatto.
Tuttavia, il ruolo delle Houses non si esaurisce a questo livello. Ogni famiglia infatti, durante la settimana, prepara il proprio numero per il “ball”: un evento che ha luogo all’interno dei club-disco LGBTQ della capitale in cui ogni House partecipa ad una sfilata tematica (walk) che unisce moda, danza, arte, lusso e stravaganza. Al miglior numero eseguito, premiato da una giuria capitanata dall’“emcee” (organizzatore della serata e leader dell’ambiente, magistralmente interpretato da Billy Porter), vengono assegnati dei trofei.
Tali riconoscimenti potrebbero apparire forse fittizi: in realtà, a un livello di lettura più profondo, simbolizzano il merito di aver contribuito a creare, con impegno attivo e dedizione totale, uno spazio reale e fertile per chi, secondo l’ideologia dominante, non ne era meritevole. Non a caso, fra i premi più ambiti, c’è il “Mother of the year”, qualifica che già nella sua etimologia si carica di un merito che va ben oltre il valore artistico dei balls.
Si penserà forse, a primo impatto, che la realtà di cui Murphy vuole farsi portavoce fu effettivamente circoscritta ad un contesto elitario e che non abbia avuto effetti a breve o lungo termine sulla società esterna. Ebbene, la seconda stagione di Pose scardina totalmente questo assunto, rispondendo a quesiti lasciati aperti e dimostrando come la realtà dei balls abbia avuto non poca risonanza anche nella New York dabbene.
Attraverso il tema dell’attivismo si esplora con maggior peso la realtà dell’Aids già delineata nella prima stagione: la lotta personale che i singoli personaggi avevano intrapreso diventa una realtà di gruppo, fortemente sentita e partecipata, inquadrata magistralmente a livello fotografico con riprese in camera a mano che accentuano il sapore documentaristico delle vicende.
Negli stessi balls si rinuncia in parte alle frivolezze e allo sfarzo delle walks per ritagliare un posto di prim’ordine alla propaganda sull’Aids e alla lotta per il riconoscimento dei diritti LGBTQ.

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