SCHOLE' - di Massimo Gargiulo

Intervista a Rav David Meyer, la Giornata della Memoria

di MASSIMO GARGIULO – David Meyer è rabbino e professore di Letteratura rabbinica e Pensiero ebraico contemporaneo

David Meyer è rabbino e professore di Letteratura rabbinica e Pensiero ebraico contemporaneo presso il Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici della Pontificia Università Gregoriana. Nato nel 1967, quindi poco più di venti anni dopo la fine della guerra e la liberazione dei Campi, entrambi i suoi genitori, ebrei, sopravvissero alla guerra stessa, in modi differenti. Suo padre fu nascosto da contadini cristiani nel centro della Francia; sua madre, a quel tempo una bambina, è l’unica superstite della sua famiglia, interamente sterminata ad Auschwitz. Lei si salvò prima riuscendo a sfuggire alla polizia francese durante il Rafle du Vel d’Hiv (il rastrellamento dello stadio d’inverno del 1942), poi spostandosi attraverso vari rifugi sotterranei fino alla fine della guerra. Allora, trascorsi alcuni anni, fu adottata da un’altra famiglia ebrea.  

Gli ho rivolto alcune domande, conoscendone la grande preparazione e l’acume, oltre che una costante onestà intellettuale. Ne riporto qui la traduzione in italiano.

L’intervista

David, il 27 Gennaio si celebra la Giornata della memoria, che ricorda la liberazione del campo di sterminio di Auschwit-Birkenau da parte delle truppe sovietiche nel 1945. Claude Lanzmann, l’autore del celebre documentario Shoah, ha affermato che questa non può essere rappresentata, né compresa razionalmente. Perciò condusse un’aspra polemica con il filosofo Georges Didi-Huberman, che aveva scritto un testo di commento a quattro fotografie scattate di nascosto nel 1944 a Birkenau e pubblicate nel catalogo della mostra “Mémoires des camps”. Secondo Lanzmann le fotografie non possono dire nulla e l’unico modo per provare a capire la Shoah è far parlare i testimoni. Pensi che sia possibile narrare la Shoah o dirne qualcosa, in particolare a un pubblico di giovani?  

Il ricordo della Shoah non può essere pensato come una realtà statica. Le fotografie sono statiche per definizione e, in quanto tali, possono al massimo veicolare una parte molto piccola della “verità” complessiva che vi si cela dietro. Possono essere fuorvianti. La testimonianza dei sopravvissuti è di certo centrale. Direi non tanto perché la testimonianza viva può essere ritenuta più vera di una fotografia, cosa di per sé ovvia, ma soprattutto perché registrando, ascoltando e imparando dai testimoni, si fa inevitabilmente lo sforzo di riconoscere il primato della concreta esperienza umana di quanti sono stati lì. È l’“aspetto umano” della testimonianza che è importante, soprattutto di fronte al tentativo da parte dei nazisti di de-umanizzare gli ebrei e l’ebraismo. Le fotografie, in tal senso, non sono abbastanza umane, non aiutano a reintrodurre nel ricordo l’umanità di cui gli ebrei furono privati. Ascoltare le testimonianze è un atto che per sua natura costringe l’ascoltatore a rapportarsi con l’umanità di chi racconta quella storia. In questo senso, secondo me ciò è insostituibile. Si deve d’altronde dire che il ricordo non può mai essere fossilizzato. Esso cambia con il passare del tempo e delle generazioni. La domanda è: il ricordo della Shoah sarà identico a come è ora, fra due o tre generazioni, o tra cento? La risposta è e deve essere no. Ogni generazione darà forma alla propria memoria del passato. Parte della “realtà oggettiva” sbiadirà, mentre potranno venire all’evidenza altri aspetti. L’importante è garantire che, qualsiasi tipo di memoria verrà trasmesso, continui ad attivare reazioni emotive che inducano il desiderio, rinnovato in ogni generazione, che ciò che è avvenuto nei campi di sterminio non si ripeta. E non soltanto per gli ebrei, ma per ogni altro popolo. Quindi sì, è possibile parlare di Shoah oggi e a qualsiasi pubblico, purché siamo consapevoli che ciò che stiamo trasmettendo è una versione in movimento della memoria, che continuerà a evolversi e cambiare.

Fammi anche aggiungere che, secondo me, abbiamo fin qui fallito totalmente nella trasmissione della Shoah. Voglio citare a proposito Elie Wiesel in un’intervista al canale belga RTBF del 1995. Disse che loro sopravvissuti sono come gli addetti alle sinagoghe [verificavano all’ingresso che tutto fosse conforme alle prescrizioni e nei villaggi andavano di porta in porta per ricordare precetti e appuntamenti liturgici] che bussano alle porte del cuore dell’uomo dicendo: “Sveglia, sveglia!” e l’intervistatore chiese se fossero riusciti a svegliarli. La risposta fu: “No, certo che no! Ma non importa, vado avanti comunque”. E l’intervistatore: “Non si tratta di non provarci. La ragione non è forse che l’“evento”, come lo definisce lei, in fin dei conti è come Dio, cioè ineffabile, non esprimibile a parole?”. Wiesel ammise che lo era ma disse che c’era qualcosa in più, una dimensione più umana: “Il fatto che io non riesca a spiegarlo non significa che le persone non lo capiscano. È al contrario il fatto che gli uomini non lo capiscono la ragione per cui io non posso spiegarlo”.

Imre Kertész, sopravvissuto di Auschwitz, premio Nobel per la letteratura nel 2002, ha detto: “È nato un conformismo dell’Olocausto, insieme a un sentimentalismo dell’Olocausto, un canone dell’Olocausto, e un sistema di tabù dell’Olocausto che fanno tutt’uno con il discorso di apparato che lo accompagna; si sono sviluppato prodotti dell’Olocausto per consumatori dell’Olocausto. Sono comparse bugie legate ad Auschwitz e ha preso piede la figura dell’imbroglione di Auschwitz”. La domanda alla base di questa affermazione è: a chi appartiene l’Olocausto? Pensi che ricorrenze come il Giorno della Memoria generino il rischio di farne un comune prodotto da consumare una volta l’anno per essere politically correct, svuotandolo di significato? Se sì, come possiamo proteggere da tale rischio le giovani generazioni?

Il Giorno della Memoria, stabilito il 27 Gennaio, nel momento in cui diviene un momento di ricordo annuale con un carattere di ufficialità, è in effetti problematico, e molto. Primo, perché non è il giorno della memoria ebraico e ciò dà l’impressione che il mondo stia privando l’ebraismo del possesso sul ricordo della propria tragedia. L’ebraismo ha il proprio giorno per ricordare, che è il 27 di Nissan [marzo-aprile], pochi giorni dopo Pasqua, in primavera. Ricordare la liberazione di Auschwitz, il 27 Gennaio, contribuisce in secondo luogo a far passare l’idea che si possa effettivamente essere “liberati” da Auschwitz. Ma l’ebraismo non (si) è liberato dalla Shoah. La stretta del ricordo, la profondità della tragedia, dovrebbero piuttosto farci chiedere se “liberazione” possa essere un concetto che significa qualcosa, quando abbiamo di fronte una storia così dolorosa e drammatica. In verità non c’è bisogno di questa o di altre date, se si ha sempre presente in noi il ricordo della Shoah. Stabilire una data precisa implica in qualche modo che per un giorno si prova a ricordare, ma gli altri 364 no. Se questo è il risultato, si tratta di qualcosa di triste e patetico. Certo, il fatto che ci sia una data ufficiale implica anche la domanda: a chi appartiene la memoria? La risposta dovrebbe essere: a nessuno e a tutti allo stesso tempo. Ma dietro questa domanda se ne cela un’altra: chi ha più bisogno di ricordare? O una domanda ancora più coraggiosa: a chi è diretta in primo luogo la lezione della Shoah? In un certo senso, mentre l’ebraismo ha bisogno di ricordare le vite di tutte le sue vittime, è certamente l’Europa cristiana che ha bisogno di imparare la lezione di Auschwitz. Auschwitz è il simbolo del fallimento di una certa realtà dell’Europa cristiana: è ciò a cui possono condurre secoli di “insegnamento del disprezzo”.

Se devo essere onesto, non mi trovo a mio agio rispetto alla Giornata del 27 Gennaio. Quando la memoria viene fissata nella pietra, si trasforma in qualcosa che si deve fare, del tutto svuotata di contenuti significativi.  L’Occidente ricorda solo perché gli viene detto che va fatto. Ma il mondo è toccato da quel ricordo? Sappiamo tutti che per la maggior parte la risposta è no. Il mondo è andato avanti, vi sono stati altri genocidi da allora e nessuno in realtà se ne cura. Una simile memoria della Shoah è destinata a essere un fallimento totale. Come possiamo allora oggi proteggere da questo le giovani generazioni? Lasciami dire che sono pessimista, nel senso che non credo che sia possibile. Guardo alla realtà attuale e vedo un futuro nel quale il mondo dimenticherà totalmente la Shoah, con il suo dolore e la sua sofferenza. Un mondo che non vuole veramente conoscere il significato del passato. Ciò che fa veramente male è sapere che, per gli ebrei, questo vuol dire che i nostri morti, il cui ricordo dà forma a quello che siamo oggi, è per lo più irrilevante per il mondo. L’ho accettato come un dato di fatto.

Se ho un barlume di speranza, è quando guardo al modo in cui la Chiesa cattolica ha reagito al trauma umano e teologico di Auschwitz. La Chiesa ha capito che ciò che è accaduto con la Shoah non la può lasciare indifferente. Esso ha costretto la Chiesa a rivedere i suoi fondamenti teologici in relazione agli ebrei e all’ebraismo. C’è un insegnamento nella tradizione rabbinica che dice: “Nessun cuore è così intero come un cuore spezzato” (Rav Nahman di Breslav). Affinché la trasmissione della Shoah abbia successo, essa deve trasmettere al mondo la realtà di ciò che significa vivere con un cuore spezzato, con una fede spezzata. La difficoltà è come insegnare tale “rottura”.

Nel 2019 come insegnante andai in visita a Birkenau e Auschwitz. Eravamo circa 200 docenti e 500 studenti delle scuole superiori del Lazio, e con noi c’erano, tra gli altri, tre sopravvissuti. Io sono uno studioso di ebraismo e, benché il periodo contemporaneo non sia il mio campo, ho una discreta conoscenza dello sviluppo generale della storia ebraica; ebbene, quando tornai ebbi, e tuttora ho, la chiara impressione della enorme distanza fra qualsiasi cosa si possa leggere o vedere e la realtà di visitare i campi, oltre che l’idea della unicità di quell’evento. Non pensi che questi viaggi dovrebbero essere nei programmi scolastici di tutti i paesi europei e cosa risponderesti (lo faresti?) a chi dice che non è l’unico genocidio nella storia del mondo e che troppo è detto e fatto sulla Shoah?

Una visita ai luoghi dello sterminio di massa degli ebrei è una esperienza unica, ma anch’essa ha i suoi limiti e, avendole fatte anch’io, sono d’accordo con te sul fatto che rimane il senso di “distanza”. Come ha scritto una volta un noto teologo ebreo (Berkovits), dobbiamo ricordare che noi, quelli che vivono dopo l’evento, non siamo Giobbe, ma solo il “fratello di Giobbe”. Quella distanza non deve essere eliminata. È necessario essere consapevoli di quella distanza che separerà sempre noi da coloro che hanno sperimentato la Shoah sulla loro carne e nella loro anima. Ogni tentativo di colmare questo iato infinito è dannoso e da condannare. Ma la domanda è: impariamo di più grazie al vedere o no? Io non sono sicuro che vedere ciò che resta dei campi di sterminio aggiunga qualcosa alla capacità di sentire dentro di sé la “rottura” di cui ho parlato prima, quel cuore spezzato. Come sai, l’ebraismo si fonda sulla capacità di “ascoltare” (lo dimostra la preghiera Shema = Ascolta) e non sul “vedere”. Mi fido delle parole più che delle immagini. Le parole richiedono uno sforzo maggiore da parte di chi ascolta (più di una immagine ricevuta passivamente perché ha raggiunto gli occhi). E dove non c’è tale sforzo, non penso possa esserci memoria.

Ora, certamente purtroppo la Shoah non è l’unico genocidio. Ce ne sono altri, come quello contro i Tutsi in Ruanda nel 1994, ad esempio, e altri ancora. Pertanto il tema non è fare una gara a quello di cui si parli di più, o se ce ne sia uno considerato al di sopra degli altri. Questo è un dibattito disgustoso. La verità è che il mondo non vuole ricordare e non vuole sapere, quale che sia il genocidio. Chi si preoccupò del genocidio dei Tutsi allora, quando le troupes televisive stavano lì e le prove di quanto accadeva erano alla portata del mondo intero? Nessuno. Perciò, stare a dire che si parla troppo di Shoah e non degli altri genocidi è solo un cinico espediente per distrarre l’attenzione.

Quali sono gli ostacoli maggiori nel mondo contemporaneo per un approccio corretto alla Shoah?

Vi sono soltanto due veri ostacoli per un approccio corretto al ricordo della Shoah. Il primo è ontologico e consiste nel fatto che la natura umana non vuole affrontare i suoi fallimenti e la sua propensione alla violenza e all’odio. La natura umana preferisce dimenticare e non possiamo farci molto. Il secondo ostacolo è sia filosofico che politico. Che cosa fa sì che io ricordi la Shoah e dica “mai più”? Tale affermazione implica conseguenze politiche. Lo dirò in forma sintetica: se si vuole che non si verifichino più genocidi, allora si deve accettare di intervenire nelle dinamiche internazionali. Non si può non farlo, spesso militarmente se necessario, per evitare qualcosa di peggio. Non si ferma un genocidio con parole e ragionamenti. Come insegna il midrash, “nessuno può rivendicare di essere uno Tzaddiq – un giusto – se non è pronto a intervenire nelle cose del mondo” (Genesi Rabbah 30:6). Tristemente però viviamo in un mondo in cui nessuno è pronto a farlo. Altrimenti non è mai veramente compresa la lezione della Shoah e continueranno ad esservi genocidi.  

Non corriamo il rischio di ridurre l’ebraismo alla sua tragedia, perdendo altri aspetti meravigliosi della sua cultura e della sua storia?

L’ebraismo è una tradizione piena di vita, è una religione della vita, una tradizione che si specchia nella formula di augurio “LeChaim” (alla vita!), a tal punto che la morte, dal punto di vista dei precetti, rappresenta la fonte più grande di impurità. Pertanto l’enfasi posta sul ricordo della distruzione comporta un pericolo reale. Un pericolo per gli ebrei, poiché riduce l’ebraismo a ciò che esso non è, e un pericolo per i non ebrei, poiché in tal modo vedono l’ebraismo soltanto come una religione di sofferenza e tragedia. Tuttavia, in considerazione di quel “cuore spezzato” che va a definire la nostra esistenza in quanto ebrei, è difficile immaginare che noi possiamo semplicemente rinnovarci in base alla vita e alla gioia intrinseca nell’ebraismo. Assumendomi il rischio di esprimere il mio pensiero forse in maniera troppo radicale, dico che nessuno è sicuro, ora come ora, che il giudaismo potrebbe sopravvivere al ricordo della Shoah. Questo è necessario perché è una risposta legittima alle nostre anime lacerate. E tuttavia il ricordo della Shoah sradica l’ebraismo da ciò che veramente lo identifica. È un dilemma che non sappiamo come superare.

Trascorsi così tanti anni da quella tragedia, cosa vuol dire essere un ebreo in Europa oggi?

Essere un ebreo oggi in Europa è una scelta complessa e una realtà altrettanto complessa. In primo luogo perché significa scegliere di vivere negli stessi posti della nostra distruzione, vivere nella cultura che ha reso possibile quella distruzione, e ciò non è facile. Questa scelta significa che non abbiamo mai imparato la lezione della storia e che l’Europa veramente non è per gli ebrei? Ma allo stesso tempo la storia della presenza ebraica in Europa è lunga e ha radici profonde. Lo è in Italia in particolare, con la comunità più antica in Occidente. Nei fatti, tagliare l’Europa fuori dall’ebraismo (se sentiamo di non poterci più vivere), sarebbe come amputare l’ebraismo stesso di una parte della sua identità. Vi è quindi fondamentalmente una ambiguità per gli ebrei sulla possibilità di una vita ebraica in questo continente.

Oltre a ciò, bisogna fare i conti con una evidente recrudescenza dell’antisemitismo in Europa che si origina da diversi settori: l’estrema destra, l’Islam radicale. Ma negli ultimi tempi esso sta prendendo anche la forma di un attacco senza precedenti, condotto dal punto di vista legislativo da parte di “ben intenzionati umanisti”, all’ebraismo in quanto religione. In alcuni luoghi la circoncisione è vietata, la macellazione rituale è definita una barbarie ecc. Si ha la sensazione che l’ebraismo non sia il benvenuto in Europa, se non come museo! È difficile essere un ebreo in Europa, sentendosi dire all’improvviso, dopo duemila anni di presenza qui, che la nostra religione è una barbarie. Pertanto gli ebrei europei oggi tengono un piede in Europa e uno fuori. Ciò si traduce spesso nell’abilità di destreggiarsi tra più di un passaporto in maniera tale che, se serve, si possa avere rapidamente una via d’uscita. È interessante come questo avvicini gli ebrei di Europa oggi alla storia dei nostri antenati, mai troppo sicuri di ciò che avrebbe portato il domani e pronti a partire per sistemarsi da qualche altra parte.

In Italia quasi tutti gli insegnanti di lettere o di storia fanno leggere ai propri studenti Primo Levi. Ti vengono in mente altri possibili suggerimenti di letture adatte a questo pubblico o ai docenti?

Primo Levi naturalmente è una lettura indispensabile, come lo è Elie Wiesel. Se dovessi suggerire altre letture sia a studenti che professori, direi che la cosa più importante è non aspettarsi di trovare “il” libro o “il” testimone che dovrebbero racchiudere in sé l’essenza del ricordo della realtà di Auschwitz. Leggiamo non perché dobbiamo imparare, come fosse un’attività che produce qualcosa. Leggiamo perché dobbiamo ascoltare, o più precisamente perché vogliamo ascoltare. Chi non ha questo desiderio profondamente umano di ascoltare la voce di quanti sono sopravvissuti e hanno dato la loro testimonianza, o hanno semplicemente raccontato l’accaduto, non troverà mai nulla di rilevante in qualsiasi libro legga. Non è il libro a rendere il lettore sensibile alla memoria. Piuttosto, è poiché il lettore, in quanto essere umano, è sensibile alla sofferenza altrui, che il libro (qualunque esso sia) acquista significato.