Giampaolo Bisanti, direttore d'orchestra
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Intervista al direttore d’orchestra Giampaolo Bisanti

di ALESSANDRO BUGNO (OperaLife) – Diplomato al Conservatorio Giuseppe Verdi, dal 2016 è il direttore stabile del Teatro Petruzzelli di Bari.

Giampaolo Bisanti è un giovane e brillante direttore d’orchestra italiano. Dal 2016 è il direttore stabile del Teatro Petruzzelli di Bari .Questa intervista è stata rilasciata il 5 settembre 2020.

Maestro, grazie per essere qui con noi! Una classica domanda che riproponiamo per tutti quei lettori che desiderano conoscerti meglio. Come ti sei avvicinato e appassionato alla musica e cosa ti ha spinto a diventare direttore d’orchestra?

Avevo 9 anni e con mia nonna stavo andando a Vienna in vacanza. Di punto in bianco le ho chiesto: “Nonna voglio imparare a suonare il sassofono”. Lei: “Sei troppo piccolo, lo strumento è grosso, prima devi imparare il clarinetto”.
Nasce quindi l’idea di studiare il clarinetto presso la scuola civica della mia città. In casa mio padre aveva un vecchio pianoforte verticale e, da appassionato di opera lirica, ha sempre esortato me e tutti i miei 10 fratelli più piccoli a studiare la musica. Non vivendo una situazione economica particolarmente florida, mi ha acquistato delle dispense in edicola per l’apprendimento da autodidatta dello strumento. E così è stato fino all’ammissione al Conservatorio di Milano dove ho condotto quasi 17 anni di studi ininterrotti in clarinetto, pianoforte, composizione sperimentale e molte altre discipline.

Un giorno, a 14 anni, ho acquistato un biglietto in “piccionaia” per un concerto straordinario al Teatro alla Scala: era Claudio Abbado alla guida dei Wiener Philharmoniker. Da lì la folgorazione; vedere come un uomo potesse plasmare i suoni e con dei gesti condurre un’orchestra è stato l’evento che mi ha suscitato l’irrefrenabile voglia di abbracciare quella meravigliosa disciplina. Da quel momento non ho avuto dubbi: era quello che volevo fare, era quello che volevo “essere”. Ho intrapreso dunque a 17 anni il corso straordinario di direzione d’orchestra per l’avviamento al teatro lirico e successivamente quello ordinario al Conservatorio di Milano per poi affrontare gli studi all’Accademia Musicale Pescarese e all’Accademia Chigiana di Siena. Vinti 3 concorsi internazionali ho cominciato gradualmente la carriera partendo dalla provincia per arrivare anno dopo anno agli enti lirici italiani ed ai grandi teatri del mondo.

Come ho avuto occasione di affermare più volte, l’arte della direzione d’orchestra deve essere sviluppata negli anni con discernimento e serietà; bisogna impegnare tutta la propria passione. Il talento deve essere supportato da molto studio ed è fondamentale fare i passi giusti al momento giusto perché l’esperienza si matura solo avendo davanti un’orchestra e purtroppo, il più delle volte, per un giovane aspirante questa condizione non si verifica spesso. Se si corre troppo veloce, a mio giudizio, si rischia di non avere il tempo di maturare una propria cifra stilistica.

l tuo repertorio è molto corposo, numerose le opere dirette in tutto il mondo. C’è un’opera che preferisci, quella che hai diretto con maggior trasporto ed emozione?

È davvero molto difficile parlare di opera preferita. Tutte quelle che ho diretto mi muovono sentimenti forti: da piccolo ascoltavo Suor Angelica con le cassette e pure…. il Tristano e Isotta! Andavo con mio padre a vedere l’Aida all’Arena di Verona e la pelle d’oca non mancava mai! Se devo proprio sbilanciarmi posso dire che il destino ha voluto che la Bohème di Puccini rappresentasse l’opera di debutto nella maggior parte dei grandi teatri in Italia e all’estero: dal Maggio Musicale Fiorentino e la Fenice di Venezia passando per l’Israel Philharmonic Orchestra, l’Opernhaus di Zurigo, Semperoper Dresden, Bayerische Staatsoper München, solo per citarne alcuni. Per questo motivo colloco quest’opera ai primi posti delle opere che amo e che potrei dirigere migliaia di volte trovando sempre particolari nuovi e spunti che prendono vita ad ogni esecuzione.

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Parliamo del tuo ruolo come direttore musicale al Petruzzelli di Bari: opere e concerti, sempre acclamato dal pubblico, come ti sei trovato ad affrontare questo stimolante incarico?

Nel 2016 sono stato invitato a Bari per la prima volta a dirigere Tosca. Non ero mai stato al Petruzzelli fino a quel momento e le folgorazioni sono state molteplici dal primo momento in cui ho messo piede in teatro. Una bellezza da togliere il fiato, l’imponenza della facciata e la magnificenza del quarto teatro più grande d’Italia, tronfio della sua celebre storia, hanno catalizzato la mia attenzione. Nello stesso anno in autunno sono ritornato con Turandot e mi è stato chiesto di ricoprire il ruolo di direttore musicale. Ho accettato senza esitazione trovando stimolante la possibilità di poter lavorare con una nuova orchestra formata ex novo da giovani motivati e preparati.

Nel corso dei primi anni abbiamo organizzato copiose sessioni di studio in orchestra al fine di creare un suono, una coesione tra le sezioni e soprattutto mettere in cantiere più repertorio possibile.
Questo lavoro in poco tempo ha portato il teatro a livelli altissimi, difatti numerose sono state le serate memorabili sia in ambito lirico che sinfonico. L’organizzazione del teatro è il fiore all’occhiello: straordinaria ed efficiente al punto da permettere al teatro di crescere fortemente in pochi anni, elemento recepito dall’affezionato pubblico barese che ha risposto con un’esponenziale incremento di partecipazione.

È palpabile il senso di serenità che gli artisti ospiti percepiscono ogni volta che vengono a lavorare a Bari. Molti di loro mi hanno confessato di sentirsi come a casa.
Siamo molto fieri altresì che la qualità del teatro abbia avuto importanti riscontri anche nella recente tournée giapponese; un teatro che senza se e senza ma viene annoverato tra i più grandi sulla scena attuale.

Italia e non solo: molti tuoi importanti debutti ci sono stati alla Semperoper di Dresda, che continua sempre a chiamarti nelle proprie stagioni. Com’è nato questo felice sodalizio?

Il mio primo approccio con i grandi teatri all’estero è stato con una nuova produzione (di Bohème) all’Opernahaus di Zurigo. In un contesto come questo il direttore ed il regista hanno numerosissime prove per creare un nuovo spettacolo che di norma verrà inserito nel repertorio del teatro per molti anni a venire. Come molti sanno invece le opere di repertorio (le “riprese”) solitamente non prevedono prove alcune: i cantanti insieme al direttore d’orchestra e al regista (che riprende lo spettacolo) si trovano in sala un paio di giorni prima della prima recita per studiare la geografia dello spettacolo e definire tempi ed intenzioni musicali col direttore. Quindi si va in scena. Direttore d’orchestra e cantanti trovano orchestra e coro direttamente in recita senza neanche una prova.

Questa è stata a Dresda la mia prima sfida, il mio primo vero banco di prova, ossia dirigere un’opera senza aver mai visto né orchestra né coro, in “diretta”. In quell’istante si condensano i punti salienti di un direttore: preparazione, gesto chiarissimo, conoscenza perfetta della partitura, gestione buca/palcoscenico. Avendo in buca orchestre di superlativa qualità, un direttore con le caratteristiche succitate può tranquillamente trasmettere intenzioni estemporanee che queste orchestre immediatamente recepiscono ed accolgono.
Questa alchimia, nel corso degli anni, si è verificata anche con l’Orchestra della Staatsoper di Vienna, della Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera e della Deutsche Oper di Berlino. Mi è risultato immediatamente percepibile come, dal primo gesto, queste orchestre si “attaccassero” a me in un clima di stima e fiducia reciproci e credo questa sia la massima soddisfazione ed il coronamento di anni di lavoro.

Pubblico in Italia e pubblico all’estero: potremmo dire che c’è un modo diverso di comunicare il coinvolgimento allo spettacolo e un’energia diversa percepita anche da chi dirige?

Sono sempre stato dell’avviso che l’arte si manifesti mediante un flusso di energia. Riccardo Muti tanti anni fa dichiarò: “Come un essere umano possa con dei gesti tenere assieme 120 persone trascende ogni materiale comprensione ed entra nel metafisico”. Completamente d’accordo. Parimenti lo scopo di chi dà forma ad un’idea altrui – che giace su un foglio di carta – è quello di evocare bellezza, sentimenti ed emozioni. L’aspetto direi magico è il filtro che le nostre personalità donano ad un’opera d’arte concedendo ad ogni esecuzione un’esperienza unica. Il pubblico è la cartina di tornasole. Quante volte abbiamo assistito ad esecuzioni “perfette” ma che nulla lasciavano al pubblico e quante volte a recite magari non ortodosse ma che scatenavano reazioni da stadio? Questo è il miracolo della musica.

Per la produzione di un’opera molte sono le energie spese, il tempo, la concentrazione dedicata prima di andare in scena. Spesso sei occupato su più fronti, con opere e concerti che si sovrappongono tra loro, però poi sali sul podio di ogni orchestra dirigendo con la medesima cura. Come ti prepari nelle ore immediatamente precedenti all’inizio di uno spettacolo?

Sì è vero. Parto dal presupposto che l’impegno fisico e mentale è massimo. Esso, combinato con la disciplina e la voglia di trasmettere un messaggio al pubblico rappresenta il mix imprescindibile in mancanza del quale si scadrebbe nella molto diffusa routine. Obiettivamente io appartengo a quella categoria di musicisti estremamente impegnati. Per quasi 12 mesi all’anno e senza sosta sono in viaggio, in un teatro, davanti ad una partitura. Se ne deduce che il rischio di entrare in un vortice routinario è sempre in agguato. Bene, io non sono mai e poi mai caduto in questa trappola.

Ci sono stati mesi in cui avevo anche 3 produzioni in 3 teatri diversi contemporaneamente, ma lungi da me condurre un’opera senza onorare il mio impegno di donare un prodotto unico e di qualità, valorizzare il lavoro di coloro con cui sto collaborando, in particolar modo i cantanti che nella figura del direttore devono sempre trovare un alleato, un valido supporto, un dispensatore di positività e sorrisi. Solitamente il giorno della recita mi riposo preparandomi psicologicamente e cercando di mantenere la carica fisica. Quando sono in teatro mi intrattengo con i cantanti mettendoli a loro agio ed attendo trepidante in camerino la chiamata per andare in buca!

In un mondo dove la vita di ogni giorno è frenetica, fugace, a volte quasi superficiale, quale messaggio, a tuo avviso, possono ancora dare l’opera e la musica sinfonica alla società?

Il mondo corre velocemente. La mia generazione non conosceva internet o i treni super veloci. Per reperire informazioni si doveva passare in biblioteca o consultare manuali per trovare un numero di telefono. Non ho mai caldeggiato alcun pensiero reazionario poiché considero l’evoluzione tecnologica e sociale in tutti i campi un passo obbligato e risulterebbe inconcepibile una qualsiasi inversione di rotta. Il pericolo di questa frenetica impostazione di vita si riassume nella perdita di centralità dell’essere umano. Credo che in un mondo in cui tutti corrono inseguendo i propri benessere ed interessi, un nuovo umanesimo ed un rinascimento culturale potrebbero essere la soluzione ad una deriva che sta manifestamente appiattendo il lato più elevato dell’essere umano.

La musica, quale forma d’arte tra le più elevate, può e deve sempre smuovere gli animi. Finché continueremo ad inculcare alle nuove generazioni (o meglio non faremo di più per contrastare questo fenomeno) che l’opera è una forma di comunicazione vecchia, noiosa e sepolta, i “rumori” che oggi vengono considerati “musica” avranno sempre la meglio sui giovani i quali perderanno l’occasione di sedersi in un teatro, sentire delle vibrazioni alzarsi dalla buca e, perché no, farsi scappare una lacrima quando Rodolfo si dispera davanti alla morte della sua amata.

Parliamo spesso solo delle emozioni e del successo che derivano dal palcoscenico. Valigia in mano e viaggi in giro per il mondo. Ma vorremmo anche sapere qualcosa su come tu vivi questo mestiere nella sua quotidianità, piccoli o grandi sacrifici, se ce ne sono, che hai dovuto affrontare o devi affrontare tuttora.

Questa domanda accoglie una risposta molto semplice. Chi assiste ad un’opera o ad un concerto fruisce di un prodotto “finito”. Dietro a questo risultato giace una moltitudine di sacrifici, sofferenze, successi, fallimenti, delusioni. Io personalmente ho lavorato tutta la vita impiegando tutto me stesso nella ricerca di un ideale che viaggiasse di pari passo ad un sogno. Mi sento un privilegiato perché questo sogno sta giorno dopo giorno diventando sempre più realtà e la soddisfazione è direttamente proporzionale ai sacrifici fatti nel corso di tanti anni. Quando una persona raggiunge un obiettivo e può fare della sua passione il proprio lavoro credo non possa chiedere di più. Esiste come in tutti gli ambiti della vita un prezzo, quasi un contrappasso, come ad esempio la mancanza di tempo da dedicare ad altro… a partire proprio da se stesso.

Un tuo rimpianto e un tuo sogno.

Come rimpianto sicuramente avere trascurato finora, gioco forza, la possibilità di crearmi una famiglia.
Il mio più grande sogno è quello di essere il mentore di giovani e meritevoli talenti che hanno il diritto di essere aiutati.

La tua moto è quella compagna di avventure che ti aiuta a distrarti per evadere dai tuoi impegni lavorativi, ed anzi ti trasmette quell’energia ancor più positiva per svolgere la tua non facile professione. È così? Ce lo vuoi raccontare?

La moto è una passione nata in me dalla culla! Dalla piccola Vespa alla superbike Ducati non sono mai rimasto senza! La moto rappresenta la forma di libertà più completa; sulle 2 ruote si può godere di un luogo, “sentire” la strada in maniera più diretta, percepire gli odori. Tutte sensazioni che suscitano in me serenità. Purtroppo il tempo è sempre di meno quindi quando ho la fortuna di saltare in moto l’adrenalina è sempre forte. Amo scoprire posti nuovi e soprattutto il senso di comunità dei motociclisti. Indescrivibile l’emozione del saluto quando 2 moto si incrociano!

Siamo stati colpiti dalla chiusura dei teatri a causa dell’emergenza sanitaria COVID-19. Cosa ne pensi del futuro del teatro e degli impegni artistici?

Sono sicuro che passata questa fase, che io definirei surreale, la società ritornerà forte e più determinata di prima.
Tutti noi artisti abbiamo lamentato un’improvvisa decelerazione della nostra vita ordinaria, (per molti questo ha comportato non pochi problemi anche di carattere economico), e mi sento di dire che, passata l’emergenza, il mondo della musica ritornerà a fiorire con rinnovata energia e propositività.

A tal proposito ti è spettato il compito di dirigere, alla guida delle compagini orchestrale e corale, il concerto inaugurale del 17-18 luglio di classicalparco, l’attività musicale estiva 2020 del Teatro Lirico di Cagliari. Come hai vissuto questa ripresa dopo mesi di inattività?

La prima scossa è arrivata appena salito sul podio per la prima prova. Riprendere la bacchetta in mano e finalmente ritornare a fare musica dopo tanti mesi ha rappresentato una rivalsa nei confronti di una catastrofe umana e sociale. In quel momento ho pensato che l’arte vince sempre e questo l’ho percepito negli occhi dei meravigliosi musicisti dell’orchestra e coro del Teatro Lirico di Cagliari che hanno profuso un impegno straordinario seppur in condizioni precarie. Non da meno il pubblico che ha esaurito i posti disponibili in pochi minuti, segno che la gente ha fame di musica e voglia di ritornare ai vecchi splendori.

Credi nel valore dell’arte e della musica? Ti chiediamo di aiutarci a terminare questa frase: “L’Arte e l’Opera non possono morire perché…”?

“Chi vive senza arte arriva come uno storpio alla fine della sua vita” (questo pensava Platone).

Compatibilmente a questo periodo particolare, quali saranno i tuoi prossimi impegni?

Ho moltissimi impegni schedulati per i prossimi anni. A settembre dirigerò il titolo inaugurale alla Semperoper di Dresda, Aida alla Deutsche Oper di Berlino, Turandot al Petruzzelli e a seguire il titolo inaugurale della nuova stagione barese. Successivamente una nuova produzione di Lucia di Lammermoor alla Staatsoper di Amburgo.

(foto: Giampaolo Bisanti© Laila Pozzo (OperaLife)