Home IL VASO DI PANDORA - di Beatrice Bardelli Intervista triste a un medico di base di Milano

Intervista triste a un medico di base di Milano

by Beatrice Bardelli
Medici cubani in Italia

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“Il ruolo dei medici di famiglia è stato oscurato, siamo stati lasciati soli, abbandonati in primo luogo dalla nostra Regione”

Il dottor Giovanni Campolongo è un MMG, come si dice in gergo, ovvero un medico di medicina generale di Milano. Ma è anche un sindacalista molto attivo dello SNAMI, il più importante Sindacato Nazionale Autonomo dei Medici Italiani, presieduto dal dr. Angelo Testa, e che ha più di 30 anni di storie di battaglie a difesa del ruolo professionale dei medici. Attualmente Campolongo fa parte del Consiglio provinciale  SNAMI Milano (presidente il dr. Roberto Carlo Rossi) per il trienno 2019-2022, ma per molti anni è stato responsabile regionale della “Continuità assistenziale” (ex Guardia medica) della Lombardia dove sono note le sue battaglie nei confronti della Regione e dell’ATS (Agenzia di Tutela della Salute) per potenziare il servizio di Guardia medica. Da oltre 20 anni, il dottor Campolongo fa il medico di medicina generale e conosce molto bene la situazione di depauperamento professionale subito dalla sua categoria. “Tutto è cominciato con la cosiddetta “Normativa Maroni”, la Riforma sanitaria regionale voluta da Roberto Maroni quando era presidente della Regione Lombardia – spiega Campolongo – . Quella riforma ha tagliato la Medicina generale creando le Asst (Agenzie sociosanitarie territoriali) che hanno sostituito le Aziende ospedaliere con il compito di collegare ospedale e territorio e le Ats (Agenzia di tutela della salute) che hanno solo compiti di programmazione. In questa separazione dei ruoli tra chi programma i bisogni sanitari (ATS) e chi offre le prestazioni mediche (ASST), il ruolo del medico di famiglia è stato oscurato. Ma oggi la situazione si è aggravata. Noi medici di famiglia siamo stati lasciati soli, abbandonati in primo luogo dalla nostra Regione”.

Si spieghi meglio

“Le racconto cosa mi è capitato da quando è partita la vicenda Covid-19, cioè dal 21 febbraio scorso. Il 17 marzo ho visitato una mia paziente, una signora di una certa età, con sospetto contagio che ho mandato subito al Pronto Soccorso. Le hanno fatto il tampone ed è risultata positiva al Covid-19, l’hanno fatto anche alla figlia che è dipendente ospedaliera ed a tutti i membri della famiglia, a figli e nipoti. Tutti sono risultati positivi ed ora la signora è in rianimazione e la situazione è problematica. Io, come loro medico di famiglia, che li ho visitati e potrei essere stato contagiato, ho chiamato più volte l’ATS per chiedere di farmi fare il tampone per verificare se sono un positivo asintomatico, ma la risposta è stata sempre la stessa. Se si sente bene, continui a lavorare.

Ma quando, quel 17 marzo, ha visitato i suoi pazienti, non aveva protezioni adeguate?

All’inizio, quando è stata dichiarata l’emergenza sanitaria, noi tutti medici di famiglia non avevamo assolutamente niente ed abbiamo continuato a visitare i nostri pazienti a mani nude. Solo in seguito abbiamo avuto qualcosina dal Comune ma non dalla Regione che è arrivata con grande ritardo. Noi medici che visitiamo in modo ravvicinato i nostri pazienti dovremmo essere dotati di tutti i dispositivi di protezione previsti, a cominciare dalle mascherine fftp2 o ffp3, dai camici e dai guanti.

Ed oggi?

Dovrei indossare un camice nuovo ogni volta che visito un mio paziente ma non l’ho mai avuti. Se posso indossare ancora i guanti per visitare è grazie alle donazioni di varie Associazioni milanesi ed al Comune che, all’inizio, è stato il primo a fornirci per due volte di qualche mascherina chirurgica, qualche pacco di guanti e un po’ di alcool. Solo successivamente, ma con ritardo, è arrivata l’ATS Città metropolitana per darci guanti e qualche mascherina chirurgica. Ma queste durano 6 ore ed alcune le ho dovute dare ai miei pazienti. Non parliamo, poi, dei tamponi. Abbiamo chiesto più volte di essere sottoposti al test ma non l’hanno mai fatto a nessuno dei medici di famiglia asintomatici. Giorni fa ci è arrivata una comunicazione dell’ATS che ci proponeva di mandare una email se qualcuno di noi voleva fare il test sierologico. Io l’ho mandata ma ad oggi, fine maggio, non ho ricevuto nessuna risposta.

Ma lei come sta?

Io, personalmente mi sento bene ma non conosco la mia reale situazione sanitaria. Tra l’altro, nel frattempo, alcuni miei pazienti sono risultati positivi. Sono venuto a saperlo dal portale ATS dove c’è l’elenco dei pazienti risultati positivi. E se oggi posso ancora indossare una mascherina chirurgica è perché le ho avute da altre vie, ad esempio dagli informatori scientifici o da alcuni miei pazienti che lavorano in strutture pubbliche. Comunque, ad oggi, non so ancora quale sia la mia condizione di salute. Continuo a visitare con maschere e guanti ma fortunatamente non ho molti pazienti positivi. Anche altri miei colleghi, che hanno avuto più pazienti positivi di me, hanno ricevuto scarsissimi dispositivi sanitari e comunque non hanno mai ricevuto né calzari, né occhiali, né cuffie.

Sono morti tanti medici di famiglia in Lombardia?

Ad oggi ne piangiamo ben 55, quasi un terzo di tutti i medici caduti sul campo del Coronavirus a livello nazionale. Troppi. E’ una strage. Vorrei ricordare tra questi “caduti sul campo” anche il vicepresidente SNAMI di Bergamo, il dottor Vincenzo Leone, e poi il presidente dell’Ordine dei Medici di Varese, Roberto Stella. Ambedue li conoscevo da tempo, erano due colleghi stimatissimi da tutti noi.

 Come è potuto accadere, secondo lei?

Perché sono mancate le protezioni sanitarie che ancora oggi mancano. Le mascherine ffp2/ffp3 durano un po’ più di quelle chirurgiche ma andrebbero cambiate 4 volte al giorno. I guanti: cambiati ogni volta che si visita ed i camici dovrebbero essere monouso, uno per ogni visita di un paziente. All’inizio non abbiamo detto nulla ma ora, dopo tre mesi in cui non è cambiato nulla, non possiamo più stare zitti. Siamo amareggiati e siamo indignati. C’è stato un totale abbandono del territorio e dei medici di famiglia che hanno sempre tenuto aperti i loro studi. Per questo dovevamo e dobbiamo essere messi in grado di visitare in sicurezza. E soprattutto pretendiamo che ai medici di famiglia asintomatici siano fatti i tamponi nasofaringei ed i test sierologici: per la nostra tranquillità personale e per la sicurezza dei nostri pazienti.

Ma nessuno si è mosso per tutelarvi?

Certamente i sindacati hanno più volte spinto. Il nostro presidente regionale, il dottor Roberto Carlo Rossi che è anche presidente dell’Ordine dei Medici di Milano, è sempre stato impegnatissimo con serietà e serenità cercando di sensibilizzare le istituzioni. A metà aprile, il dottor Rossi si è mosso insieme a tutti i presidenti degli Ordini dei Medici della Lombardia per inviare una lettera alla Regione in cui si denunciava la mancanza dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) per i medici, i test individuali, urgenti ma non ancora fatti, l’enorme ritardo con cui la Regione ha inviato i primi dispositivi utili ma in numero assolutamente insufficiente alle necessità e, infine, l’abbandono totale di un territorio letteralmente raso al suolo. Ad oggi, la Regione non ha ancora risposto. Lascio giudicare a lei ed ai suoi lettori…Personalmente, facendo parte dell’ATS Città metropolitana di Milano, ho avuto la fortuna di trovare una forte collaborazione con il dottor Galdino Cassavia responsabile del Dipartimento Cure primarie ATS metropolitana. Con lui ho potuto trovare un filo diretto a tutte le ore, anche di sabato e di domenica, per avere risposte alle nostre richieste.

Cosa ha potuto fare?

Ad esempio, chiudere alcuni ambiti di continuità assistenziale perché erano a rischio e tenere aperti alcuni ambulatori con accesso dedicato. Insieme a lui abbiamo cercato di fare un buon lavoro, ci auguriamo che molte persone possano essere collaborative con i medici di famiglia come ha fatto lui. Per tutti noi è stato un importante punto di riferimento.

Che giudizio dà della recente proposta della Regione Lombardia di far diventare tutti i medici di medicina generale ed i pediatri “dipendenti a tutti gli effetti del sistema sanitario regionale”?

La Risoluzione votata a maggioranza alla fine di aprile dalla Giunta regionale ha scatenato immediatamente una forte opposizione da parte dei sindacati dei medici, anche dello SNAMI. Si vorrebbe trasformare il medico di famiglia in un impiegato regionale, un dipendente amministrativo che dovrebbe seguire per obbligo contrattuale tutte le decisioni prese dall’alto. L’opposto di quello che è sempre stato ed è tutt’oggi un medico di famiglia, scelto liberamente dai propri assistiti che vogliono instaurare con lui un rapporto di confidenza personale e di piena fiducia. E la fiducia non potrà mai diventare una voce contrattuale.

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