di SIMONA PERA Psicologa – La persona sempre disponibile crede che lavorare di più la renderà indispensabile, mentre accade il contrario.
Sul lavoro c’è chi non sa dire di no, accetta ogni richiesta, rimane oltre l’orario, si assume compiti extra, sostituisce colleghi assenti.
All’inizio questa disponibilità viene apprezzata, raccoglie consensi, genera gratitudine, ma col tempo qualcosa cambia: ciò che era straordinario diventa ordinario, i risultati passano inosservati, il contributo viene dato per scontato.
“Tanto lei c’è sempre”, diventa la frase che accompagna ogni nuovo carico di lavoro, ogni delega improvvisata, ogni emergenza aziendale.
Questo meccanismo ha radici profonde. Nasce spesso da una convinzione interiore di non valere abbastanza, dalla paura di perdere il posto se si mostrano dei limiti, dal timore di non essere accettati se si esprime un disaccordo.
In un mercato del lavoro caratterizzato da precarietà e competizione crescente, è comprensibile sentirsi costretti ad accettare tutto, il problema nasce quando il “sì” smette di essere una scelta consapevole e diventa un automatismo, quando si è convinti che solo attraverso una disponibilità totale si possa dimostrare il proprio valore professionale.
Eppure, paradossalmente, è proprio questa strategia a rendere invisibili.
La persona costantemente disponibile crede che lavorare di più la renderà indispensabile, mentre accade esattamente il contrario: più si rende disponibile, più diventa trasparente. Il suo contributo viene incorporato nel funzionamento ordinario dell’organizzazione, le sue competenze vengono sottovalutate perché “sempre disponibili”, le sue ambizioni vengono ignorate perché troppo impegnata a gestire l’operatività quotidiana per immaginare percorsi di crescita.
Le conseguenze di questo schema comportamentale sono concrete e documentabili. Sul piano organizzativo si manifesta attraverso un sovraccarico di lavoro progressivo che porta all’esaurimento fisico e mentale, una perdita costante di visibilità e riconoscimento professionale nonostante l’impegno profuso, una frustrazione crescente nel dare molto e ricevere poco in cambio.
Sul piano personale emerge attraverso l’erosione dell’autostima, la perdita del senso di valore personale, la difficoltà crescente nel riconoscere i propri confini e nel farli rispettare.
Non si tratta di un difetto caratteriale o di una debolezza individuale. È piuttosto uno schema relazionale che in determinate fasi della vita o della carriera può aver avuto una sua funzionalità: accontentare per sentirsi al sicuro, adattarsi per essere accettati, dare disponibilità per costruire una reputazione professionale. Schema che oggi, però, si rivela controproducente, logorando chi lo applica senza portare il riconoscimento desiderato.
I segnali di questo schema sono riconoscibili. C’è il senso di colpa persistente quando si dice “no”, anche di fronte a richieste palesemente irragionevoli o fuori dal proprio perimetro professionale. C’è il lavorare costantemente oltre l’orario previsto senza essere adeguatamente ricompensati né economicamente né in termini di riconoscimento. C’è l’evitare sistematicamente di chiedere aumenti, promozioni o nuove opportunità “per non disturbare” o “perché non è il momento giusto”. C’è il confrontarsi sempre sfavorevolmente con i colleghi, attribuendo loro qualità e meriti che non si riconoscono a sé stessi. C’è la ricerca ossessiva della perfezione in ogni compito, piccolo o grande che sia, con un dispendio di energie mentali che lascia esausti.
La domanda cruciale che ogni professionista dovrebbe porsi è: sto dicendo sì perché lo scelgo davvero, perché questa richiesta è in linea con i miei obiettivi e con il mio ruolo, oppure sto dicendo sì solo per paura di perdere qualcosa, per timore di non essere più accettato, per evitare un conflitto? Questa distinzione è il primo passo verso un cambiamento consapevole.
Ritrovare i propri confini professionali non significa mettere a rischio il lavoro o compromettere le relazioni con i colleghi. Significa iniziare a distinguere tra ciò che è negoziabile e ciò che compromette la propria dignità professionale, tra ciò che rientra legittimamente nel proprio ruolo e ciò che viene caricato impropriamente sulle proprie spalle. Significa comprendere che la vera visibilità professionale non nasce dal fare sempre di più, ma dalla capacità di occupare il proprio spazio con autenticità e consapevolezza del proprio valore, comunicando con chiarezza il proprio contributo e ponendo limiti quando necessario.
Il percorso di uscita da questo schema richiede tempo, gradualità e una strategia consapevole. Inizia con il riconoscimento dei propri comportamenti ricorrenti, prosegue con la ridefinizione progressiva dei confini personali e si sviluppa attraverso l’apprendimento di nuove modalità relazionali più equilibrate, sostenibili nel lungo periodo e rispettose sia delle esigenze organizzative che dei propri bisogni professionali.
Per informazioni o per valutare un percorso di consulenza, puoi scrivere a: simonapera@ventinovezerodue.it o visitare il sito: www.ventinovezerodue.it
La dottoressa Simona Pera è una Psicologa ed esercita la libera professione a Lucca.
